mercoledì 24 maggio 2017

MIGRANTI: OLTRE LA PIETAS di Piemme

[ 24 maggio 2017 ]

Leggiamo sul Corriere della Sera di oggi, 24 maggio:
«Soltanto ieri pomeriggio nel Mediterraneo centrale ne sono stati salavati mille, accalcati su sei gommoni e due barchini intercettati dalla nostra Guardia Costiera. Migranti. Sempre più numerosi e sempre più disperati.
I numeri raccontano che, esclusi i mille di queste ultime ore, fino a ieri mattina ne sono approdati sulle nostre coste 50.039, il 46 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando gli arrivi ammontavano a 34.236.
Siamo al record assoluto. In testa alle nazionalità degli stranieri sbarcati ci sono i nigeriani (6.516), seguiti dai bengalesi (5.650), guineani (4.712), e ivoriani (4.474).
I bambini o i ragazzini senza famiglia che rispondono alla definizione di "minori non accompagnati" sono saliti a 6.242 mentre i ricollocamenti di profughi verso altri stati europei sono stati finora 5.715 negli ultimi due anni, a fronte di un accordo che ne prevedeva almeno 40mila».
Davanti a questo dramma il primo sentimento che ci viene è quello della pietas, di un'empatica vicinanza verso questi esseri umani vittime dei quella che non può essere diversamente chiamata che "nuova tratta degli schiavi".
La modernità borghese fece dell'abolizione del commercio degli schiavi, anche allora africani, fra il XVI e il XIX secolo, una sua bandiera di civiltà.
Oggi questo commercio, miracoli dell'ipocrita ideologia cosmopolitica e umanitaria, viene definita "migrazione". La deportazione viene chiamata "diritto al futuro".

La sostanza è tuttavia la medesima: la mercificazione dell'essere umano, che questa economia porta alle sue estreme, più brutali conseguenze. Ieri gli schiavi venivano deportati in catene per portarli a lavorare nelle piantagioni dei colonialisti. Oggi i migranti si auto-deportano per venire a fare gli schiavi nelle metropoli occidentali.

Davanti a questo esodo biblico, epocale, la pietas rischia di diventare la foglia di fico dell'imperialismo umanitario, di una economia capitalistica che usa i migranti come merce, come strumento supplementare delle politiche neoliberiste di pauperizzazione generale e di distruzione dei demos e delle comunità nazionali.

La pietas deve lasciare il posto alla politica, e politica, se non è demagogia (di qualunque marca essa sia, xenofoba o umanitaristica) implica una visione del mondo, della società, dello Stato.

Nella nostra visione socialista non c'è posto alcuno per la barbarie globalista.


Ps
Sul tema dell'immigrazione vedi questi contributi:

IMMIGRAZIONE: ANTICRITICA , 28 settembre 2015
IMMIGRAZIONE DI MASSA E SUICIDIO A SINISTRA, 4 maggio 2016



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martedì 23 maggio 2017

ECCO LA RINASCITA DI ALITALIA di Sandokan

[ 23 maggio 2017]

«Il documento su ALITALIA che qui sotto presentiamo in anteprima è di straordinaria importanza per chi voglia capire come stanno davvero le cose. Un'analisi e proposte preziose che danno ragione della resistenza dei lavoratori, smentendo il governo e dando una lezione ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari».


Sul quotidiano LA STAMPA di oggi, 23 maggio, il commissario Enrico Laghi evita furbescamente di dare risposte chiare ed esaustive al giornalista che gli chiede come coi suoi compagni di merende (in conflitto di interessi) intenda "salvare" Alitalia.

La sua parola d'ordine è "riduzione dei costi" e, tra questi, nuovi licenziamenti, anzitutto del personale di terra.

Resta insomma dentro la cornice di ferro del "Piano" coraggiosamente (e sonoramente) bocciato dai lavoratori, tenendo fermo l'obbiettivo assegnatogli dal governicchio Gentiloni-Del Rio: cura dimagrante per (s)vendere al miglior offerente Alitalia, chiunque esso sia. Ne è riprova che i tre commissati abbiamo affidato alla Rothschild il ruolo di advisor finanziario per la vendita di Alitalia.

Laghi e i sui compari si comportano così come liquidatori: nessuna intenzione di far rinascere la compagnia di bandiera, ciò che implica non tagli al personale bensì, al contrario, un forte e credibile piano di investimenti.

=> Pagina di Solidarietà coi lavoratori Alitalia, fatela conoscere!

Non è con questi tre signori che occorre prendersela ma con il governo, affinché cambi direzione.
Il governo non solo può ma deve! dare incarico ad un comitato di tecnici e manager competenti, che abbiano cioè mostrato una comprovata conoscenza ed esperienza del settore del trasporto aereo, non solo di svelare le ragioni del disseto finanziario di Alitalia, ma come risanarla e rilanciarla, affinché diventi di nuovo una grande compagnia di bandiera.

Abbiamo mostrato (QUI) che lo Stato ha le risorse per essere, non Pantalone, ma garante di prima istanza di questo rilancio. Dimostreremo che è anche un grosso affare.

L'ipotesi primaria resta dunque quella della nazionalizzazione.
Esistono certo delle subordinate in fatto di assetti societari in cui lo Stato sia comunque protagonista responsabile, quello che va escluso è insistere nel consegnare Alitalia a privati, peggio che mai stranieri (peggio del peggio compagnie Low Cost).

Presentiamo ai lettori un PIANO DETTAGLIATO PER LA RINASCITA DI ALITALIA.
E' STATO ELABORATO DA UN GRUPPO DI TECNICI AMICI DI ALITALIA E DELLE SUE MAESTRANZE. 

Questo Piano, dopo un'analisi comparata dei bilanci Alitalia e dei clamorosi errori di gestione (come si vedrà non si escludono maneggi di altra natura) indica delle soluzioni concrete per il rilancio della compagnia di bandiera, senza tagli all'occupazione. Come si capirà leggendo questo gruppo di tecnici non sposa la proposta della nazionalizzazione. Ritiene anzi che con l'adozione di un efficace piano industriale, e senza aiuti di Stato, Alitalia sia a quel punto appetibile a cordate private.

Al netto di questa differenza politica il documento che presentiamo qui sotto è di straordinaria importanza per chi voglia capire come stanno davvero le cose. Un'analisi e proposte preziose che danno ragione della resistenza dei lavoratori, smentendo il governo e dando una lezione ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari.
Buona e attenta lettura...

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L'USCITA DALL'EURO È UN MEZZO, NON UN FINE di Marco Zanni

[ 23 maggio 2017 ]

«Ieri [17 maggio 2017, Ndr] in aula a Strasburgo, su iniziativa del gruppo ECR e dell'ottimo collega tedesco prof. Starbatty, si è dibattuto sui poteri della BCE, sulle sue prerogative e sul dogma dell'indipendenza della banca centrale. Ovviamente i rappresentanti dell'establishment hanno plaudito a Draghi e hanno difeso questo dogma anti-democratico. Io sono intervenuto a nome del mio gruppo, e nel poco tempo a disposizione ho cercato di smascherare questa criminale credenza che sta alla base della restaurazione liberista occorsa in Italia e in Europa a partire dalla fine degli anni '70.

Il dogma della banca centrale indipendente è una delle più grandi truffe perpetrata dall'establishment ai danni dei cittadini. Non solo è un concetto incompatibile con la democrazia sostanziale (perché mai dovremmo lasciare un potere così immenso nelle mani di burocrati non eletti da nessuno e al riparo dal processo elettorale, per perseguire tra l'altro un obiettivo fasullo e senza senso come il folle contenimento dell'inflazione con uno strumento che ha poco a che fare con la dinamica dei prezzi?), ma è anche basato su un falso storico-scientifico. Ci hanno fatto credere che la politica monetaria non poteva più essere gestita dai politici, che volevano solo stampare moneta e finanziare a deficit le loro spese folli, ma doveva essere gestita da tecnici "al riparo dal processo elettorale" (Monti dixit), che essendo illuminati dal Divino, avrebbero contenuto l'inflazione smettendo di stampare moneta a piacimento.

Questa è una grande truffa, perché la scienza e l'evidenza empirica (la BCE ha stampato migliaia di miliardi di euro e l'inflazione è rimasta al palo) hanno dimostrato che l'inflazione non dipende dalla moneta stampata, ma dalla domanda di beni, cioè dalla moneta spesa.

Quanto è costato questo scherzetto ai cittadini italiani? Con la separazione tra Bankitalia e Tesoro avvenuta nel 1981 il nostro debito pubblico è stato messo in mano ai mercati, i quali non sono un'entità astratta, ma operatori concreti che vogliono solo massimizzare il loro profitto; e caspita se lo hanno massimizzato!! 

Hanno incassato lauti interessi sottoscrivendo il debito pubblico italiano, che dal 1981 è schizzato in rapporto al PIL, proprio a causa dell'aumento vertiginoso della spesa a servizio del debito. Questi maggiori interessi li abbiamo pagati noi cittadini, vedendo spazzati via i diritti e le tutele che la Costituzione ci garantiva: da lì inizia l'austerità, con la compressione della spesa pubblica e con in seguito i record di avanzi primari di bilancio. E con Maastricht e l'Eurozona, dove l'indipendenza della BCE e il divieto di finanziamento monetario dei deficit sono sanciti a lettere di fuoco nei Trattati, la situazione è solo che peggiorata. Ricordate le letterine di Draghi e Trichet al Governo per dirgli quello che doveva fare? Ricordate la Grecia e l'Irlanda? Questi sono solo alcuni esempi.

Ecco perché quando parlo di uscita dall'euro, dico che si tratta di un mezzo e non di un fine, di condizione necessaria ma non sufficiente: perché anche se usciamo dall'euro senza ripristinare alcune tutele fondamentali, il destino non sarà migliore di ora. E la riforma principe sarà per forza l'abolizione del dogma della banca centrale indipendente e il ripristino della possibilità di finanziamento monetario per i deficit di bilancio».

* Fonte: Marco Zanni



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lunedì 22 maggio 2017

LEGGE ELETTORALE, COSTITUZIONE, DEMOCRAZIA intervista a Gianni Ferrara

[ 22 maggio ]

La “governabilità” è un'invenzione della Commissione Trilaterale per distruggere la rappresentanza e restringere la partecipazione popolare.

Fulvio Parisi intervista Gianni Ferrara, professore emerito di Diritto Costituzionale dell’Università “La Sapienza”, uno dei “professoroni” che si è battuto in prima linea contro la “deforma” costituzionale del Governo Renzi.

D. Professore, partiamo dai temi generali: “rappresentanza” e “governabilità”. Quest’ultimo viene agitato costantemente dalle classi dirigenti. L’opinione pubblica è bombardata da circa 30 anni sul tema della “governabilità” come se dalle elezioni dovesse scaturire immediatamente la compagine governativa. Ci può tracciare brevemente il confine tra questi due concetti ?
R. Il termine “governabilità” fu usato nel rapporto sulla crisi della democrazia pubblicato nel 1975 da tre esponenti della ideologia liberista per conto della “Commissione trilaterale” che, com’è noto, raccoglieva e raccoglie il fior fiore degli esponenti mondiali del capitalismo. Il rapporto fu scritto per sostenere la necessità che i sistemi politici si “riformassero” e diventassero sostenibili per il sistema economico. Come? Tagliando, amputando, respingendo le domande della democrazia che riducevano, contraevano, limitavano i profitti a favore dei salari. Non doveva la democrazia pretendere che il sistema economico rispondesse e si adeguasse alle esigenze dei cittadini, ma doveva il sistema economico ottenere che la democrazia corrispondesse alle sue esigenze. Oggetto, contenuto della questione erano i diritti sociali. Chiederli, ottenerne il riconoscimento, implicando la riduzione dei profitti, doveva essere impedito. L’impedimento più sicuro appariva e appare la riduzione o addirittura l’esclusione di chi, di quanti potrebbero rappresentare gli interessi ai diritti sociali nell’organo centrale dello stato, nel Parlamento.
D. Ora, professore, partiamo dal secondo comma dell’art. 48 della nostra Costituzione: “il voto è personale ed eguale, libero e segreto”. Qual è, secondo lei, il sistema elettorale più idoneo a garantire le caratteristiche elencate dai padri costituenti?
R. Non ho dubbi. Sostengo da sempre che solo la rappresentanza proporzionale assicura l’eguaglianza del voto. Perché la garantisce in “entrata” ed in “uscita”. Il voto degli elettori nei collegi uninominali ha effetti diversificati. Se l’elettore non indovina il candidato che ottiene un solo voto in più di ciascuno degli altri candidati non è rappresentato. Non è rappresentato come non lo saranno tutti gli altri elettori che non hanno indovinato e che potrebbero anche costituire la maggioranza effettiva dei votanti e spessissimo la costituiscono. Costituiscono comunque l’insieme delle minoranze che non si sente rappresentata proprio da chi ottiene il seggio. L’elezione della rappresentanza non è trasformabile in una gara podistica, ciclistica e via gareggiando …
D. Uno degli aspetti più odiosi dell’Italicum, il ballottaggio, è stato eliminato il 25 Gennaio dalla Corte Costituzionale. Restano però inevasi altri aspetti altrettanto pericolosi dell’Italicum: i capilista bloccati e il premio di maggioranza con la soglia del 40% con cui comunque il partito che dovesse raggiungere quella soglia, potrebbe accaparrarsi 90 seggi in più rispetto ai voti ricevuti. Quale sarebbe, secondo lei, il sistema elettorale che meglio potrebbe garantire la rappresentanza reale degli elettori ?
R: Il cosi detto “premio di maggioranza” è un falso previsto in …. atto legislativo che per di più obbliga a perpetrarlo se ne sussistono le condizioni. Lo è nel nome e negli effetti. Perché costituisce un’appropriazione indebita di seggi da parte di una minoranza a danno di tutte le altre messe insieme. Perché distorce la volontà del corpo elettorale, cioè del titolare della sovranità, perché determina la formazione di un potere assoluto a favore di una minoranza e del suo capo. Che la Corte costituzionale non ne abbia rilevata l’incostituzionalità è, a mio giudizio, gravissimo .
Gianni Ferrara
D. Una domanda a bruciapelo, professore: “un‘eventuale legge elettorale proporzionale basterebbe a colmare il gap tra istituzioni e cittadini”? Oltre i tecnicismi della legge elettorale occorrerebbe qualcos’altro ?
R. Credo che ci siano integrazioni da apportare al sistema parlamentare italiano. Ne cito due: quella dell’iniziativa legislativa rafforzata perché sottoscritta da 500 o 300 mila elettori di una proposta di legge che dovrebbe imporre alle Camere di deliberare entro un anno dalla presentazione. Quella del referendum da poter richiedere sui trattati internazionali e prima tra essi quelli europei.

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GRECIA: TSIPRAS HA PASSATO IL SEGNO: Nikos Countis

[  22 maggio 2017 ]

La maggioranza governativa del Parlamento greco (SYRIZA-ANEL) è pronta a votare a favore delle misure di austerità che daranno la luce verde all'Eurogruppo per concludere la seconda Revisione del terzo Macroeconomic Adjustment Program per la Grecia.

La caratteristica principale della conclusione della Revisione è l'accordo tra i creditori e il governo greco sugli obiettivi di surplus primario a medio termine. Contrariamente a quanto il governo greco aveva sostenuto in passato, gli obiettivi primari di oltre il 3,5% del PIL dovranno essere mantenuti fino al 2021. Ciò avviene dopo il completamento formale del Terzo programma greco che termina nel 2018.

La conclusione della seconda Revisione imporrà alla società greca nuove e più dure misure di austerità per 5,3 miliardi di euro, oltre a quelle già sancite (e alcune già adottate) misure per 8,6 miliardi di euro dal primo riesame e dal programma di agosto 2015. In totale, per il periodo 2015-2021, il Terzo programma greco imporrà 14 miliardi di euro di misure di austerità.

In particolare, la seconda Revisione comprende:

(1) Riduzione della soglia esente da imposizione fiscale da 8.636 euro a 5.681. Una misura che interesserà i lavoratori più poveri ed i pensionati, poiché anche quelli che ricevono 474 euro mensili verranno ora tassati.

(2) Tagli pensionistici medi del 9%, che possono arrivare al 18%, per pensioni di oltre 1000 euro. Da queste due misure, i pensionati perdono 2 mensilità su 12 pensioni ogni anno.

(3) Riduzione dei sussidi di disoccupazione (oggi ricevuti soltanto dal 12% dei disoccupati), ai poveri,  ai bambini e per disastri naturali. Quelli colpiti saranno i più poveri abitanti del paese.

(4) I negozi di vendita al dettaglio saranno aperti per 32 domeniche. Una misura che il ministro delle finanze P. Papadimitriou ha descritto come "modernizzatrice" effettivamente equiparando la modernizzazione con la deregolamentazione neoliberale delle relazioni di lavoro, ciò che dimostra che SYRIZA è stata completamente trasformata. Contro l'attuazione di questa misura, l'Unione sindacale e la Confederazione delle piccole e medie imprese hanno già annunciato uno sciopero.

(5) I licenziamenti collettivi sono resi più facili eliminando l'obbligo di decisioni ministeriali e di veto per il licenziamento di oltre il 5% del totale del personale. Il preavviso da parte dei datori di lavoro sarà d'ora in avanti sufficiente.

(6) Una riduzione del numero di lavoratori del settore pubblico a tempo indeterminato dai 49.448 del dicembre 2016 ai 49.104 a dicembre 2017 fino ai 48.420 a dicembre 2019. Ciò comporterà l'ulteriore sfascio dei servizi pubblici.

(7) Accelerazione del piano di privatizzazione per raggiungere l'obiettivo di 5 miliardi di euro per il periodo 2017-2021 (l'azienda statale di energia, quella del gas (DEPA) , quella petrilifera (Hellenic Petroleum), le aziende pubbliche dell'acqua Atene e Salonicco, quella telefonica, l'Aeroporto di Atene, l'azienda di Trasporti di Atene, l'infrastruttura ferroviaria nazionale, l'industria greca dei veicoli, i mercati della carnee della verdura di Atene).

(8) Aumenti dei contributi previdenziali per le partite IVA e gli agricoltori, rispettivamente del 36% e del 30%.

(9) Limitazione della responsabilità penale per quei banchieri che venderanno crediri deteriorati (Non-Performing-Loans) a fondi predatori.

Il governo greco ha promesso delle "contro misure", un insieme di provvedimenti economici che dovrebbero ridurre un po' l'impatto negativo della massiccia austerità che SYRIZA e ANEL hanno adottato. Tuttavia è pressoché impossibile che il governo greco attui in futuro queste "contro-misure", dal momento che la loro attivazione è subordinataa: (a) il superamento dell'obiettivo di avanzo primario di oltre il 3,5% del PIL e,  (b) l'accordo del FMI sulla sostenibilità degli obiettivi avanzo primario.

L'impatto del programma di austerità SYRIZA-ANEL sull'economia greca è catastrofico. Il bilancio dell'ultimo trimestre dell'anno 2016 si è chiuso con una riduzione del PIL del 1,1%. Il primo trimestre del 2017 inizia con una riduzione del PIL del 0,5% e il governo greco ha dovuto rivedere la previsione per la crescita del 2017 dal 2,7% all'1,8% del PIL.

È più ovvio che il Terzo programma greco è perfettamente in linea coi programmi precedenti. L'unica differenza è politica. Questa volta, l'austerità, le privatizzazioni, i rapporti di lavoro flessibili, l'agenda di TINA (There-Is-No-Alternative), vengono implementati a nome della Sinistra.


* Fonte: LEXIT network

** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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domenica 21 maggio 2017

SOVRANISMO AUTENTICO E SOVRANISMI COSMETICI di Luciano Barra Caracciolo

[22 maggio ]

Un impegnativo e penetrante intervento di Luciano Barra Caracciolo che condividiamo, Luciano ci perdonerà se ci siamo permessi di cambiare il titolo. Quello originale è questo qui sotto.




"L'ANTISOVRANO" HA PAURA DELLA SOVRANITA' POPOLARE PERCHE' NON VUOLE LA DEMOCRAZIA


1. Il titolo di questo post è agevolmente comprensibile, direi autoesplicativo, per chi segua questo blog.
Ma non si può ignorare il fatto che, specialmente a seguito della vittoria di Macron (quale che ne sia l'effettiva tenuta, alla luce degli eventi che egli stesso non potrà evitare di determinare), in quanto principalmente interpretata come una sconfitta di Marie Le Pen, nel dibattito politico-mediatico, si registri la tendenza a considerare il "sovranismo" come un concetto programmatico in arretramento. E, dunque, proprio presumendosi la sua subentrata scarsa presa elettorale, in via di ridimensionamento nel linguaggio à la page, cioè elettoralmente remunerativo.
Inutile dire che questo ridimensionamento viene con immediatezza, e quindi molto frettolosamente e in base ad analisi delle effettive propensioni al voto piuttosto rozze ed emotive, legato alla questione dell'opposizione alla moneta unica.

2. Ma questa equazione implicita tra sovranismo e critica all'euro, se si fa attenzione al "non detto" (o al "detto male" e con poca consapevolezza) che essa contiene, dimostra proprio il vero punto debole lasciato scoperto dalle forze che, in Italia come in Francia, sono variamente definite sovraniste (spesso unilateralmente dalla parte politica opposta, cioè filo€urista, e con intenti denigratori avallati dai media mainstream, in un'autentica orgia di acritici luoghi comuni sull'internazionalismo della pace); tanto che, proprio per aver compiuto un percorso incompleto (o, peggio, contraddittorio) sul concetto di sovranità, oggi, c'è chi, all'interno di queste correnti politiche,  potrebbe essere sopraffatto dall'impulso di tentennare e ritornare sui propri passi.
Il fatto è che l'identificazione tra sovranità legata alla democrazia sostanziale del lavoro e opposizione alla moneta unica, e ai suoi effetti, è molto più chiara ai propugnatori di quest'ultima che ai c.d. "sovranisti" (attualmente al centro delle vicende politiche).
  
3. Abbiamo speso molte pagine di questo blog nell'evidenziare come l'euro sia, per i paesi dell'eurozona, una riedizione del gold standard, nel suo riversare ogni aggiustamento degli squilibri commerciali e della competitività relativa tra paesi UEM a carico del lavoro. 
E abbiamo anche illustrato che per "lavoro" non deve intendersi solo la classe operaia in senso novecentesco, quanto piuttosto tutta la parte preponderante della società, inclusi i c.d. "ceti indipendenti", che non è "agganciata" al capitale finanziarizzato e liberalizzatoe che ricerchi (artt. 4,  35 comma 1, 45, comma 2, e, riassuntivamente, 47, della Costituzione), l'apprezzabile identità e dignità della propria persona con lo svolgere attività lavorative che, essenzialmente, si fondano sulla crescita della domanda interna (e non dell'esportazione, e quindi sull'aggressività anticooperativa inevitabilmente portata a detrimento delle società appartenenti ad altri Stati visti, nella logica principale dei trattati, esclusivamente come concorrenti da battere). 

4. Lelio Basso, il cui bagaglio concettuale era espresso in una situazione in cui dirsi "socialisti" e rivendicare l'interesse prioritario del proletariato non era ancora ridicolizzabile e etichettabile come un "quasi-reato", era però, anzitutto fedele al modello della Costituzione che egli aveva così tanto contribuito a costruire, facendo del principio di eguaglianza sostanziale, e del compito di redistribuzione ex ante (nel senso precisato da Rawls, qui p.10) assuntosi dallo Stato, il perno della democrazia sostanziale: Basso era perciò ben conscio dell'intero spettro di classi sociali che era chiamato a sopportare il totalitarismo cui tende inevitabilmente l'ordine internazionale del mercato neo-liberista (cfr, p.2):
"...oggi il settore monopolistico (usiamo questa espressione nel senso che essa ha oggi assunto nella polemica politica e non in senso rigorosamente tecnico-economico che suggerirebbepiuttosto l’espressione di ‘oligopolio concentrato) non soltanto si appropria del plusvalore prodotto dai suoi operai, ma, grazie al suo forte potere di mercato, che gli permette d’imporre i prezzi sia dei prodotti che vende che di quelli che compra, riesce ad appropriarsi almeno di una parte del plusvalore prodotto in tutti gli altri settori non monopolistici: sia in quelloagricolo, sia in quello del piccolo produttore indipendente, sia anche in quello delle aziende capitalistiche non monopolistiche, dove il tasso di profitto è minore e spesso, di conseguenza, anche i salari degli operai sono più bassi proprio per il peso che il settore monopolistico esercita sul mercato. 
Ridurre quindi, nella presente situazione, la lotta di classe al rapporto interno di fabbrica, proprio mentre la caratteristica della fase attuale del capitalismo è la creazione di questi complessi meccanismi che permettono di esercitare lo sfruttamento in una sfera molto più vasta, anche senza il vincolo formale del rapporto di lavoro, è perlomeno curioso...
Una seconda tendenza destinata ad accentuarsi sempre più in avvenire è quella relativa all’interpenetrazione di potere economico e potere politico, cioè, praticamente, all’orientamento di tutta la politica statale ai fini voluti dal potere monopolistico..."

5. Ora il punto ulteriore che si collega alla evidenziata incompleta comprensione, proprio da parte delle forze sovraniste (reali, cioè concretamente manifestatesi nell'attuale agone politico), - ma non da parte delle forze oligarchie che gli si oppongono-, della stretta connessione tra sovranità popolare, e dunque "democratica", e opposizione all'assetto sociale cui vincola, senza alternative, la moneta unica, è che intanto è possibile che si verifichi un "ripensamento" della linea che valorizza la sovranità, in quanto non sia chiaro il concetto di sovranità e, in definitiva, del tipo di Stato nazionale a cui ci si richiama.
Questa mancanza di chiarezza è, in fondo, il segno di un percorso incompiuto: non si è chiarito a se stessi in cosa consista la sovranità popolare, proprio perché, in una qualche misura, non ci si è liberati completamente dell'armamentario tossico degli slogan diffusi dalla cultura antidemocratica del mercato che si è rivolta contro lo Stato democratico (pp.2-3), pretendendo di identificarlo in una forma di totalitarismo "comunista" o "collettivista" (contro ogni evidenza storica e contro ogni corretta identificazione del problema dell'autoritarismo). 

6. Il punto è, nel diritto costituzionale e nella teoria generale dello Stato, certamente complesso e non si può pretendere che il "comunicatore" politico lo padroneggi e sia in grado di riassumerlo con la padronanza che ne consente la semplificazione a giovamento del c.d. "elettore medio".
Ma, il concetto di sovranità, - una volta proiettato nell'attuale momento storico che configura una fase finale di restaurazione del capitalismo sfrenato e del suo pseudo-Stato di diritto, che si cura solo delle norme provenienti dalle organizzazioni internazionali che applicano le Legginaturali del mercato, e giammai della legalità costituzionale (su cui si veda la chiara distinzione precisata qui da Luciani, pagg. 2-4)-, diviene, proprio ora, più agevolmente ricavabile a contrario da ciò che incarna "l'antisovrano", imposto dalle oligarchie dei mercati, e che trova nell'euro la sua perfetta espressione di perfezionamento (in quanto ripristinatore dell'assetto sociale "consono" al gold standard).
Il sovranismo non ha nulla a che fare con..."la monarchia" (o qualsiasi forma di autocrazia), a meno di voler insinuare confusione anche solo a scopo di (sterile) polemica politica: piuttosto è vero l'opposto, cioè che la de-sovranizzazione degli Stati corrisponde immancabilmente ad unaimmanente ostilità delle oligarchie capitaliste e cosmopolite (sempre Basso, cfr; p.2) verso il suffragio universale e la sua intrinseca proiezione territoriale, cioè la democraziapluriclasse delle comunità nazionali

"L’idea moderna di sovranità è infatti intimamente legata…a due precondizioni – la concezione ascendente del potere e l’idea di nazione – che sono entrambi assenti nella nuova politica
Per sussumere in una sola etichetta i nuovi fenomeni potremmo invece parlare del tentativo di creazione di un antisovrano, e cioè un quid che in tutto e per tutto si contrappone al sovrano da noi conosciuto (ndr; enfasi in forma di elenco da me aggiunta per una indispensabile focalizzazione):  
- non è un soggetto (ma semmai una pluralità di soggetti, oltretutto dallo statuto sociale altamente differenziato, che ben difficilmente potrebbero candidarsi a detenere il monopolio del potere sovrano); 
- non dichiara la propria aspirazione all’assoluta discrezionalità nell’esercizio del proprio potere (cerca anzi di presentare le proprie decisioni come logiche deduzioni da leggi generali oggettive quali pretendono di essere quelle dell’economia e dello sviluppo); non reclama una legittimazione trascendente (che sia la volontà di Dio oppure l’idea dell’uguaglianza degli uomini), ma immanente (l’interesse dell’economia e dello sviluppo, appunto); 
- non pretende di ordinare un gruppo sociale dotato almeno di un minimum di omogeneità(il popolo di una nazione), ma una pluralità indistinta, anzi la totalità dei gruppi sociali (tutti i popoli del mondo, o almeno tutti i popoli della parte di mondo che ritiene meritevole di interesse);  
- non vuole essere l’espressione di una volontà di eguali formata dal basso (si tratta infatti di un insieme di strutture sostanzialmente e talora formalmente organizzate su base timocratica).


L’opposizione è dunque polare, tanto che potrebbe ricordare …quelle evocate dalle figure dell’antipapa e più ancora dell’anticristo
Come l’antipapa, per il codice di diritto canonico del 1917, rientra fra i soggetti che si oppongono all’autorità del pontefice legittimamente eletto, così l’antisovrano si arroga un potere senza averne legittimo titolo (senza investitura democratica). 
E come l’anticristo, è detentore di un potere che (aspira ad essere) universale, ed è l’agente che determina la crisi del mondo (del mondo democratico) 
Un antisovrano, dunque, dal punto di vista concettuale, ma inevitabilmente un antisovrano anche dal punto di vista pratico, perché l’affermazione del suo potere presuppone proprio che l’antico sovrano sia annichilito” [M. LUCIANI, L’antisovrano e la crisi delle costituzioni, in rivista di diritto costituzionale, Torino, 1/1996, 164-166]".

8. Ora la definizione di sovranità che si ricava "a contrario" dall'aggressivo attacco delle oligarchie del mercato, €uroconnotate, agli ordinamenti costituzionali democratici è quella che, giocoforza, discende dalla unitaria opposizione, a livello inevitabilmente nazionale, del mondo del lavoro (non strettamente ausiliario al dominio oligarchico del capitalismo oligopolistico) alla sua stessa svalorizzazione, se non distruzionecome valore sociale, in precedenza posto al centro della società (democratica). 
Un valore del lavoro che si era affermato, ovunque in Europa e nello stesso ius cogens del diritto internazionale generale (non da "trattato", dunque), in nome della legalità costituzionale, e quindi in nome del diritto-dovere proprio di ogni cittadino di svolgere un'attività lavorativa.
La sovranità democratica era una salvaguardia giuridica che aveva un diretto, (quanto inviso alle elites) effetto economico "di sistema"il cittadino-lavoratore non era più tenuto, per conquistare la propria pari dignità  sociale e politica, in quanto essere umano, a perseguire o conservare rendite e privilegi derivanti dalla proprietà del capitale, acquisita per nascita o per meccanismi inevitabilmente sprezzanti della dannosità per il resto dei consociati...ovvero a soccombere. 
Ogni cittadino, in base alla propria Costituzione, poteva rivendicare la conquista normativa della propria dignità sociale.

9. Per un certo periodo, la cui fine coincide non casualmente con l'affermarsi della costruzione federalista €uropea, questa è stata la legalità suprema, appunto, sovrana in quanto "superiorem non recognoscens". 
E' solo tale concetto di sovranità che legittima e tutela la sua titolarità anche individuale(e non solo astrattamente ed ambiguamente collettiva), che è poi un modo di dire che ogni cittadino possa esprimere, in un sistema istituzionale, la propria libera volontà alla pari di chiunque altro: risultato realizzabile, come deve ormai apparire evidente, solo in un contesto nazionale (qui, pp. 6 e 7, ove non bastasse il famoso "trilemma" di Rodrik). 
Lo Stato nazionale, come unico ente rappresentativo storicamente possibile di questa sovranità popolare, intanto può assolvere al suo obbligo di tutelarla in quanto sia obbligato a garantire, in modo effettivo e non solo apparente e formale, questa parità di espressione della libera volontà di ogni cittadino.

10. Ma questa volontà dei cittadini, sia sommati in corpo elettorale, sia in quanto concretamente equiparati nell'aspirazione a divenire titolari delle cariche di governo elettorali, è esattamente la democrazia (sostanziale): la legittimità della sovranità popolare dei lavoratori che ne il presupposto, è evidentemente contrapposta allo schema arrembante dell'antisovrano, abilmente camuffato nelle vesti dell'internazionalismo mercatista e nella sua "naturalià" scientifica.
E, come abbiamo visto, poiché tale partecipazione paritaria al governo delle istituzioni è necessariamente legata all'attribuzione di una, altrettanto paritaria (in termini di legittimità), frazione del potere economico e quindi politico, a ciascun cittadino, ne discende una generalizzata sovranità popolare contraddistinta dalla paritaria dignitàpolitica, prima ancora che sociale (che potrebbe essere un mero enunciato cosmetico delpolitically correct), dell'attività lavorativa svolta.
Ma la pari dignità politica di ogni possibile attività lavorativa, indipendentemente dal potere economico di fatto che la proprietà del capitale attribuisce, conduce ad un concetto di sovranità popolare coincidente con quella di sovranità democratica dei lavoratori (intesi nel senso allargato cui allude i passaggio di Basso sopra riportato): e proprio dei lavoratori che reclamano il fondamento costituzionale della protezione di "tutti" dall'arbitrio illimitato dei pochi, che intendono istituzionalizzare il potere economico di fatto che posseggono attraverso sia il controllo mediatico che dei processi decisionali dello Stato, realizzato in nome delle leggi naturali del mercato e del ricatto occupazionale che consegue all'applicazione delle stesse.

11. Ora questa accezione, che scaturisce dalla contrapposizione all'antisovrano, non ha neppure bisogno di essere espressamente postulata, come pure avviene nel nostro ordinamento nell'art.1 Cost.,  poiché ove non la si considerasse comunque implicita in ogni Costituzione moderna, verrebbe meno la stessa sostanza "minima" della democrazia, alla cui espressa realizzazione esse sono rivolte. 
Ciò sul presupposto, questo realmente senza alternative (almeno nel corso della reale evoluzione storica dell'economia c.d. capitalista), che non si possa garantire la pacifica coesistenza tra cittadini negando alla maggior parte di essi la dignità del proprio esistere, sia escludendoli dal potere politico per mezzo di trattati internazionali di natura economica, sia, ancor peggio, privandoli dell'occupazione a proprio piacimento, sulla base dell'idea, autoproclamata da un'oligarchia capitalista, della immanenza delle leggi "naturali" del mercato, fonti della razionalità e, come tali, non discutibili razionalmente (v. qui, p.11, per la sostanziale teorizzazione di Hayek). 

11.1. Questa interconnessione di elementi che contraddistinguono la democrazia, rende chiara un'ulteriore prospettiva: la sovranità popolare intesa come sovranità democratica dei lavoratori è una difficilissima realizzazione
Ma, per questo esistono le Costituzioni: affinché la tensione alla democrazia sostanziale non sia mai rinunziata, consapevoli del continuo agire delle potentissime forze reazionarie del mercato per riconquistare il proprio potere "naturale", facendo leva sulla (neo)teologia instaurata dal liberalismo, (per  sostituirla alla teologia che fondava il potere delle aristocrazie feudali dell'ancien regime).
Il concetto di sovranità popolare, ove sia (inevitabilmente) legato alla democrazia del lavoro, è dunque un concetto inscindibile dalla difesa delle Costituzioni che, appunto, intendono risolvere il conflitto tra le classi, coscienti delle finzioni del passato (quelle delle costituzioni "liberali" ottocentesche e costantemente travolte dalle forze conflittuali espresse dal mercato).
Sostenere oggi la sovranità popolare è dunque un esercizio obbligato di difesa della democrazia: al punto attuale di degenerazione, appropriativa del potere politico nazionaleda parte delle elites cosmopolite, e delle loro istituzioni internazionali esclusivamente autorappresentative, si tratta in definitiva di vedere se si riuscirà, o meno, a preservare la stessa istituzione del processo elettorale e la possibile rappresentazione degli interessi generali nell'attività di governo.
Ma finché rimanga in vita il processo elettorale previsto dalle Costituzioni democratiche, coloro che si richiamano alla sovranità democratica del lavoro non possono che vincere: è solo questione di avere le idee chiare e di saperle chiaramente comunicare credendoci, senza ambiguità e compromessi (che hanno sempre travolto chi pensava, da "mosca cocchiera", di riuscire a volgerli a proprio vantaggio, ignorando l'inesorabile esito del conflitto di classe). 

* Fonte: Orizzonte48

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