PROGRAMMA DELLA II. ASSEMBLEA-FORUM DELLA CLN

PROGRAMMA DELLA II. ASSEMBLEA-FORUM  DELLA CLN
1/2/3 SETTEMBRE - Grande Albergo Fortuna - Chianciano Terme

giovedì 24 agosto 2017

ELEZIONI IN SICILIA: MANOVRE GENERALI di S.St.

[ 24 agosto ]

Il mese di agosto non ha portato grandi novità per quanto riguarda le elezioni del 5 novembre.

Sul fronte dei maggiori partiti solo i Cinque Stelle, con il loro candidato Cancelleri, hanno preso sui concorrenti un deciso vantaggio. I Cinque Stelle avevano promesso in pompa magna la grande campagna d'agosto che avrebbe visto Di Maio e Di Battista, girare l'isola in lungo e largo accanto a Cancelleri. Cosa che è avvenuta ma non nelle dimensioni che ci si aspettava. Tuttavia i Cinque Stelle, nelle loro tappe, hanno riempito le piazze, ad indicare quanto ci si attende, che dalle urne usciranno come il primo partito. Ma qual è la proposta politica dei Cinque Stelle? Riducendo tutto all'osso essa si riduce alla parola magica "onestà". Davvero pochino se si pensa alla tremenda situazione che vive la Sicilia. Insomma: se Cancelleri vincerà, al netto della sua "onestà", sarà più per demerito degli avversari che per la forza delle sue proposte.

Infatti sul fronte dei due schieramenti di regime, Centro-sinistra e centro-destra, agosto non ha portato alcuna novità. E' in entrambi i campi una lite continua sull'eventuale candidato unitario e tutti tirano per la giacca Angelino Alfano, che sembra essere l'ago della bilancia. A destra, malgrado gli sforzi del gaulaiter di Berlusconi Gianfranco Miccichè, non c'è accordo con Fratelli d'Italia della Meloni, che tiene duro (col sostegno di Salvini) sostenendo l'ex-missino Nello Musumeci.

Dall'altra parte, sul fronte del centro-sinistra c'è il marasma totale. Il PD vuole ad ogni costo l'alleanza con Alfano, ma anche qui non c'è accordo sul candidato presidente. E il PD ha almeno due spine nel fianco. L'attuale sputtanato governatore Crocetta, che chiede la primarie e minaccia di scendere in campo con la sua propria lista. C'è poi Articolo 1-MDP che implora la coalizione col PD, ma senza gli alfaniani. Da questa parte l'ago della bilancia è il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che a Palermo governa sostenuto da una maggioranza che va dai democristiani fino a Rifondazione e Sinistra Italiana (Sinistra Comune).

Sul fianco sinistro del PD abbiamo visto che alcuni pezzi —il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito Comunista Italiano, i civatiani di Possibile, Azione Civile di Ingroia  e cespugli sinistrati vari— hanno proclamato che faranno una loro lista con l'ex-DS Navarra candidato presidente.
Attenzione però. Il 1 agosto scrivevo:
«Ma è proprio sicuro che i siciliani troveranno nella scheda il simbolo della "Sinistra Alternativa"? Non proprio visto che il loro candidato Ottavio Navarra ha dichiarato che è pronto a farsi da parte nel caso la sua allegra compagnia venga accettata nel listone con orlandiani, MDP, e Sinistra Italiana».
Confermo questa possibilità. A meno che... A meno che Leoluca Orlando in vista delle regionali abbandoni il "modello Palermo" e si butti col PD e alfaniani convergendo sul candidato Fabrizio Micari (attuale rettore dell'università di Palermo).

Temendo questa evenienza Sinistra Italia/Sinistra Comune minaccia di mollare Oralando e di andare con la "Sinistra Alternativa". Così giorni addietro c'è stato un incontro tra Rifondazione e Sinistra Italia/Sinistra Comune per verificare l'eventualità di andare assieme. Civati ha colto la palla al balzo salutando l'incontro auspicando l'unità anche con Articolo1-MDP. Vedremo.

La sola rilevante novità, per quanto i media regionali abbiano fatto molta attenzione a non parlarne affatto, è la lista "Sicilia Libera e Sovrana- Noi siciliani con Busalacchi".

Nonostante la calura estiva e gli scarsi mezzi a disposizione la squadra di Busalacchi e De Santis non si è fermata un attimo, nemmeno nel mese di agosto. Chiudere le liste su nove province è un'impresa enorme. Il 22 c'è stato un significativo incontro a Siracusa. Tra gli altri era presente il portavoce dei Forconi Mariano Ferro. Ferro scioglierà la riserva accettando di far parte della lista di Busalacchi e De Santis? Lo sapremo presto.

Quali le idee e le proposte di questo movimento?

Idee e proposte che speriamo aiuteranno la lista, malgrado l'ostracismo dei partiti di regime, a farsi largo e ad ottenere il consenso che merita.



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mercoledì 23 agosto 2017

EUROPA: I COSTI DEL PREDOMINIO TEDESCO di Costas Lapavitsas

[ 23 agosto 2017 ]

Intervista a Costas Lapavitsas di Steven Forti*
“L'euro ha soltanto facilitato un'Europa a trazione germanocentrica”. 
Costas Lapavitsas (1961), professore di economia presso la School of Oriental and African Studies della University of London, è un fermo partitario dell’uscita della Grecia dall’Euro. È autore di diversi libri, tra cui Crisis in the Eurozone (Verso, 2012) e, con Heiner Flassbeck, Against the Troika. Crisis and austerity in the Eurozone (Verso, 2015). Militante storico della sinistra ellenica, entrò in Syriza nel 2012 e venne eletto deputato nel primo governo di Alexis Tsipras nel gennaio del 2015. Abbandonò il Parlamento greco e il partito dopo la firma del Terzo Memorandum nell’estate di due anni fa. Da allora è estremamente critico con l’esperienza dei governi di Syriza e con DIEM25, il progetto europeo dell’ex Ministro delle Finanze Yannis Varoufakis.

QUI i numerosi interventi di Lapavitsas pubblicati da SOLLEVAZIONE
D. Sembra che la crisi sia terminata. È davvero così?
Si è placata, direi. Però più che della crisi, ciò di cui mi sembra più corretto parlare ora è della nuova Europa che sta nascendo. E non si tratta di un’Europa molto piacevole. 

R. Quale sarebbe questa “nuova” Europa?



La Germania ha affrontato con successo la crisi dell’Eurozona. In Europa si è formato un centro, rappresentato dalla Germania, e più nello specifico dal compesso industriale tedesco. Soprattutto il settore automobilistico e chimico, che è molto focalizzato nell’esportazione. Attorno a questo centro si stano formando una serie di periferie. All’inizio della crisi nell’Eurozona parlavamo di una sola periferia. Ed era corretto. Ora sappiamo che esistono più periferie. E in questo l’Italia è importante perché si trova a metà strada tra questo nuovo centro e le periferie. L’Italia sta ancora soffrendo la crisi, ma è anche l’unico paese in Europa che ha un complesso industriale che può competere con la Germania. Molto più della Francia che ha distrutto le sue industrie e ha sofferto un profondo processo di finanziarizzazione dell’economia negli ultimi decenni. 

Ha parlato di diverse periferie. Quali sono? E in cosa si differenziano?
Possiamo riconoscere chiaramente due tipi di periferie. Una è quella dei satelliti della Germania. Si tratta di paesi che possono fare parte dell’Euro o no, come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Slovenia e parte dell’Austria. Paesi che sono collegati direttamente al processo industriale tedesco. Questo è il centro produttore europeo. Che sta iniziando ad attrarre altri paesi: la Romania, l’Ungheria… L’economia di questi paesi dipende sempre di più da come funziona il settore automobilistico tedesco. L’altra periferia è quella del sud: la Grecia, la Spagna, il Portogallo, una parte dell’Italia. Sono paesi che dispongono di un forte settore pubblico, hanno alti livelli di disoccupazione, sono economicamente poco competitivi e non hanno una struttura industriale che possa competere a livello internazionale. E, dato importante, sono membri dell’Euro. Che è la ragione per cui non sono competitivi. Il loro ruolo è quello di fornire mano d’opera alle industrie tedesche. 

Qual è il ruolo della Francia in questa “nuova” Europa?
La Francia è un paese del centro, ma non ha la forza industriale per competere con la
Germania. Ha perso la partita con i tedeschi all’interno dell’Euro. A medio o lungo termine sarà subordinata alla Germania.


L’arrivo di Macron all’Eliseo può modificare questa situazione?
La Francia rimane un paese potente, ma che cosa potrà fare Macron per competere economicamente con la Germania? Potrà anche stringere migliori rapporti con Merkel rispetto a Hollande o rinforzare la presenza militare francese nel mondo, ma non cambierà nulla. Per di più il suo programma economico contiene esattamente ciò che vogliono i tedeschi: salari più bassi, riforma del lavoro, privatizzazioni… l’unica speranza per la Francia in questo contesto è rafforzare il suo sistema finanziario. Lì ha dei vantaggi importanti. 

Secondo alcuni economisti, l’Euro è stato uno “scudo protettore” durante la crisi. Cosa risponde a questa interpretazione?
Chi ancora crede che l’Euro sia stato in qualche modo un fattore di protezione dell’Europa o non ha capito nulla di quel che è successo negli ultimi anni o è completamente ossessionato dall’Euro. L’Euro è stato un disastro per la capacità dell’economia europea di affrontare lo shock della Grande Crisi del 2007-2009. Ha ingigantito i suoi effetti, ha aggiunto altri problemi e ha devastato ogni settore dell’economia. L’Euro è stato un fallimento totale in questo senso. Credo sia più interessante piuttosto riflettere sul fatto che l’Euro ha permesso alla Germania di trasformarsi nel paese dominante in Europa. Questo è il vero significato dell’Euro. La moneta unica ha permesso a Berlino di dominare il mercato europeo e di convertirsi in un paese esportatore a livello globale capace di penetrare nel mercato cinese o in quello statunitense. E di convertirsi in proprietaria di asset finanziari. I risultati che ha dato l’Euro sono esattamente il contrario di quello che ci si aspettava. 

Qualcosa è cambiato con la Brexit?
La Brexit è stata in un certo senso una reazione alla trasformazione dell’UE in un’istituzione che protegge e maschera il potere tedesco. Una reazione causata dalla perdita di sovranità. È importante perché segnala una risposta che viene dal basso al nuovo potere che sta emergendo in Europa. La volontà di separarsi da questo nuovo impero. Le difficoltà che il Regno Unito sta vivendo in quest’ultimo anno mostrano quanto ciò sia difficile. Ma non sottovaluterei la forza del capitalismo britannico. In Europa ci sono solo tre capitali che contano: Mosca, Berlino e Londra. E Londra ne è cosciente. 

Vede analogie tra la Brexit e la vittoria di Trump?
Trump è un’altra cosa. È una risposta che viene dall’impasse del neoliberalismo. Trump cerca di sfruttare la sensazione di perdita di sovranità popolare e di aumento delle disuguaglianze sociali dicendo menzogne. Non ho ancora visto una politica di Trump che rispetta le sue promesse elettorali. Mi sembra il tipico presidente repubblicano che liberalizza l’economia. Un classico demagogo populista. 

Yannis Varoufakis sostiene che si possa ancora democratizzare l’Europa. Lei è fermamente contrario a quest’ipotesi. Perché?
Abbiamo perso l’ultimo decennio discutendo su come era possibile cambiare l’Unione Europea. Syriza pensava ingenuamente che, vincendo le elezioni e governando la Grecia, poteva cambiare la UE da dentro. Syriza ha fallito. E non perché la Grecia è un piccolo paese. Sarebbe stato lo stesso per qualunque governo di sinistra in Spagna o in Italia. Rispetto a qualche anno fa, però, ora sappiamo perché le cose sono andate così. Per la nascita di una nuova struttura di centro-periferia in Europa, con un centro che domina e che non permette nessuna dissidenza. Chi da sinistra vuole davvero cambiare le cose deve iniziare a combattere le istituzioni europee e a crearne di nuove. 

Possiamo imparare qualcosa dall’esperienza di Syriza?
Possiamo imparare ciò che non si deve fare. Non c’è nulla di positivo in questa esperienza. Syriza ha promesso moltissimo, ha vinto le elezioni ed è andata al governo, trasformandosi in un partito di massa. Si diceva che era una nuova forma di organizzazione politica per la sinistra. Ma già nel 2012, quando è diventata il primo partito dell’opposizione, e ancora di più nel 2015, quando è andata al governo, non esisteva una democrazia interna. Syriza è una macchina assorbita dallo Stato che ruota attorno a un leader. Ha fallito nel creare una nuova organizzazione politica realmente democratica. Però ha fallito anche nel tentativo di cambiare l’economia e la politica. Gli è mancata la capacità di radicarsi sul territorio. Ma se si vuole davvero cambiare il mondo, questa è una questione fondamentale. Syriza non lo ha fatto. E si è arresa, trasformandosi in un partito di governo. Syriza ci mostra cosa non si deve fare e come non ci si deve organizzare.

Qual è la situazione della Grecia a due anni dalla firma del Terzo Memorandum?
Penso che non ci sia stato negli anni della crisi un governo più sottomesso di quello di Tsipras. Si sono arresi completamente. Hanno accettato l’obiettivo di un avanzo primario pari al 3,5% del Pil per i prossimi cinque anni. È incredibile. Nessuno parla più ormai della ristrutturazione del debito. Sperano semplicemente che le liberalizzazioni e le privatizzazioni gli permettano di far ripartire l’economia. Con queste politiche l’economia greca potrà forse crescere o contrarsi un po’, ma in realtà rimarrà stagnante. La disoccupazione non si ridurrà significativamente e la Grecia diventerà un paese povero e irrilevante alle frontiere dell’Europa. Crescerà moltissimo la disuguaglianza, i giovani continueranno a emigrare, l’economia si baserà sul turismo. È un disastro.

Si parla molto dell’esperienza portoghese con il governo socialista di António Costa appoggiato dalle sinistre. Cosa ne pensa?
Se questo è il meglio che può fare la sinistra, allora non abbiamo bisogno della sinistra in Europa. La sinistra è una corrente politica che ha sempre lottato contro i poteri forti per costruire un nuovo mondo. Cosa c’è di tutto questo in Portogallo? Cosa hanno fatto? Sono andati al governo. Forse riusciranno a limitare l’applicazione delle misure di austerity. Ma cosa pensano che potrà succedere? Un miracolo? Il Portogallo non crescerà molto. Continuerà bloccato. Come la Grecia. Non hanno altre ambizioni? Pagheranno un prezzo per questo.

Cosa deve fare dunque la sinistra?
La questione chiave è ridefinire la sovranità. Cosa significa la sovranità popolare oggi? Ma bisogna ridefinire anche la sovranità nazionale. I corpi transnazionali dell’Unione Europea lavorano contro gli interessi dei lavoratori e dei governi di sinistra e mantengono la gerarchia esistente in Europa. Sono questioni cruciali perché vanno al cuore di cosa può essere il socialismo. A questo deve aggiungersi un programma economico anti-neoliberale e anticapitalista: nazionalizzare la banca, potenziare gli investimenti pubblici, rafforzare il Welfare State… Se si pensa che si possano raggiungere questi obiettivi cambiando l’UE, significa che non si è capito nulla di ciò che è successo negli ultimi dieci anni. È impossibile. Bisogna combattere i meccanismi dell’Unione Europea e il potere della Germania. Non è anti-europeo ciò che sto dicendo. Non si tratta di nazionalismo. Non confondiamo l’internazionalismo del grande capitale che si è imposto in Europa negli ultimi trent’anni con l’internazionalismo della sinistra e dei lavoratori. 

È favorevole dunque a una futura federazione europea?
Certo. Il fatto che non esista una nazione europea, non lo considero una debolezza. Siamo quel che siamo: italiani, francesi, greci… è ciò che rende l’Europa quel che è. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un demos europeo, ma un autentico internazionalismo. Detto questo, è ovvio che ci sono molte cose che possiamo condividere. E si possono costruire delle istituzioni in questo senso. 

È ottimista?
Prendo sul serio Gramsci. [ride] Sono particolarmente ottimista quando guardo la gioventù europea. Se penso alla Grecia, mi rendo conto che i giovani hanno viaggiato di più e sono più istruiti e informati di tutte le generazioni precedenti. Sono migliori di come eravamo noi. Vedremo cosa farà la gioventù europea nel futuro. In questo sono fiducioso. 



* Fonte: Micromega

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martedì 22 agosto 2017

PAOLO BARNARD E L'ISLAM di Moreno Pasquinelli

[ 23 agosto 2017 ]
A scanso di equivoci: sono tra coloro che riconoscono ad uno Stato democratico il diritto di legiferare in materia di immigrazione. Ritengo anzi —tanto più se si è in presenza di flussi ingenti che impattano sul tessuto sociale del Paese— che esso abbia il dovere, come davanti ad ogni altro fenomeno, di dotarsi degli strumenti necessari per regolarlo e tenerlo sotto controllo.

Tre sole sono le correnti di pensiero che negano questo diritto-dovere ad uno Stato: la liberista, la cattolica, e l'anarchica. Per tutte e tre, seppure per diverse ragioni, la potestà e l'autorità di uno Stato sono sottordinate rispetto a enti o figure di grado superiore. Per i liberisti è al mercato che spetta la supremazia; per i cattolici la santa e cristiana civitas maxima o la comunità universale, prevale sempre sulle profane e arbitrarie costruzioni politiche umane; gli anarchici, com'è noto, negano in linea di principio ogni legittimità a qualsiasi forma politica statuale.

Nel mio recente saggio SINISTRA TRANSGENICA mettevo sotto accusa il pensiero cosmopolitico vigente e segnalavo la sua origine kantiana. Mi corre ora l'obbligo di spezzare una lancia a favore di Immanuel Kant, visto che nel suo Zum ewigen Frieden avanzava sì l'idea di un diritto cosmopolitico (weltbürgerrecht), ma nella cornice di una "Lega dei Popoli" che giammai implicava la negazione della sovranità delle singole nazioni.

L'obiezione politicamente corretta al principio che uno Stato sovrano ha il diritto-dovere di sottoporre al proprio controllo politico e giurisdizionale l'immigrazione, si fonda su due asseverazioni. La prima è che "migrare è un diritto umano universale e fondamentale", tale che esso non può in alcun modo essere ostacolato dai singoli Stati i quali, essendo costruzioni anacronistiche, dovrebbero anzi assoggettarsi davanti alla tendenza non solo ineluttabile ma auspicabile verso un ordinamento giuridico globale. La seconda è che
saremmo in presenza di un fenomeno epocale e irreversibile per cui ogni tentativo di regolazione sarebbe vano —discorso che, se ci fate caso, va in rima baciata con quello tipico degli xenofobi che parlando di "invasione", e fa il paio a quello dei corifei liberisti per i quali la globalizzazione dei mercati sarebbe oramai inarrestabile.

Una risposta esaustiva a queste due obiezioni ci porterebbe lontano. Se ho sottolineato le tre parole chiave —ineluttabile, irreversibile, inarrestabile— è perché esse svelano il principio errato che sta a loro fondamento: la concezione naturalistica della storia, l'idea che questa soggiaccia alle medesime leggi deterministiche del mondo naturale —andremmo qui ancora più lontano tirando in ballo la meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg. Invece nella storia, non solo tutto è transeunte, nulla è definitivo e irreversibile. 

Ma veniamo al punto.



Non nascondo che sono rimasto sconcertato da quel che ha scritto recentemente Paolo Barnard. Mi riferisco al suo TAQIYYA, E PERCHE’ L’ISLAM VA BANDITO DALL’OCCIDENTE, A PATTO CHE...

Se il titolo (L'Islam va bandito dall'Occidente) è categorico e francamente un po' fascista, alcuni passaggi del suo intervento sono ancora più brutali e spietati.

Sorvoliamo per carità di patria sulle ostentazioni di cultura islamica del Nostro —livello da Bar dello sport: vedi tirare in ballo la taqiyya, che si capisce subito che Barnard non c'ha capito una mazza, o l'infibulazione che anche i somari sanno che non è una pratica islamica.

Stupisce il conato d'odio, la violenza verbale, sulla falsa riga dell'islamofobia di certa
estrema destra cristianista e sionista o dei suprematisti bianchi recentemente assurti alle cronache. Ci ricorda la cazzata del sicofante Magdi Allam per cui 
«... La radice del male è insita in un Islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale».
Barnard non solo odia visceralmente l'Islam, ha un irriducibile disprezzo per ogni singolo musulmano, anzi, per essere più precisi, col pretesto della tenebrosa taqiyya, per ogni cittadino, foss'anche un onesto lavoratore, di origine araba o maghrebina, che dovrebbe, appunto "essere bandito dall'Occidente".

Non solo islamofobia. Questo è razzismo punto e basta, anzi un razzismo raddoppiato perché incrocia quello ontologico verso chiunque professi la fede musulmana, e quello biologico. Sentite infatti questa chicca: 
«Veramente, di tutte le culture, l’Islam di sti TAQIYYA/TAWAKKUL, sono la peggior feccia da avere in Italia, fanno schifo a vederli da tanto sono barbari. Siamo sinceri: i Filippini, i Peruviani, i Sudafricani, i Kurdi, i Cinesi fanno così schifo come sti stronzi islamici?». 
Come se i curdi non fossero musulmani, come se non ci fossero musulmani tra i cinesi, i filippini o gli africani. Per la cronaca Barnard: gli italiani di fede islamica sono circa
100mila. Che facciamo bandiamo anche loro? Li priviamo della cittadinanza? Li chiudiamo in un lager?

Barnard giunge quindi a magnificare la civiltà occidentale, malgrado la sua storia sia stata segnata per secoli e secoli da un integralismo religioso non meno brutale di quello di certe sette musulmane, malgrado l'Occidente si sia macchiato, col colonialismo e oggi ancora con l'imperialismo, di crimini che fanno impallidire quelli commessi dai califfi e dai sultani. 
«STI ISLAMICI DEVONO AVERE IL TEMPO CHE NOI ABBIAMO AVUTO PER CAPIRE COS’E’ LA CIVILTA’, DEVONO AVERE I LORO ROUSSEAU, I LORO BECCARIA, I LORO MAZZINI… MA...DEVONO AVERLO A CASA LORO. LIBERI DA NOI. NON A CASA NOSTRA, CAZZO».
Qui l'ignoranza è abissale, quanto becera è la vanagloria eurocentrica: l'Islam, caro Barnard, ha avuto nel corso dei secoli così tante scuole di pensiero, così tanti innovatori e riformatori, anzi veri rivoluzionari, di quanti ne abbiamo avuti in occidente e spesso con migliore fortuna.

Quelli come Barnard sono l'immagine speculare dei fanatici takfiri dello Stato Islamico. Questi ultimi, per giustificare il loro disprezzo dell'occidente, come un disco rotto, si scagliano contro le crociate, come se tutta la ricca e complessa storia del cristianesimo,  si risolvesse in quella sciagurata impresa.

C'è da chiedersi da dove venga  tale cieca islamofobia, tanta irrazionale e tenebrosa paura del musulmano. C'è chi dice che tale timore sia un sintomo della crisi d'identità dell'Occidente, della cosiddetta "perdita di valori", quindi dello spavento che si prova dinnanzi a chi invece, per i suoi valori, è disposto a tutto, anche al sacrificio della propria vita.

C'è chi mi suggerisce che questo non sia affatto il caso di Barnard, che egli maledice l'Islam perché, "rendendo le donne sarcofaghi umani", impedisce a queste di concedersi tanto facilmente ai maschietti occidentali come lui il quale, com'è noto, mise in bella mostra la sua nudità, erezione compresa, e non esita a vantarsi di andare a troie (preferibilmente slave) per i viali di Bologna.








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LA SICILIA CHE VOGLIAMO di Beppe De Santis

[ 22 agosto 2017 ]

LE ELEZIONI SICILIANE DEL 5 NOVEMBRE SONO ALLE PORTE. 
Mentre i due poli di regime, centro-sinistra e centro-destra annaspano e inciuciano nel disperato tentativo di evitare la disfatta, i Cinque Stelle, malgrado gli evidenti limiti della loro proposta politica, sembrano i soli ad avere il vento in poppa, certi che in Sicilia otterranno una rivincita dopo la batosta ricevuta alle ultime amministrative di giugno. Fuori e contro questo teatrino mediatico prosegue l'impresa degli amici di "Sicilia LIbera e Sovrana" raccolti nella lista NOI SICILIANI CON BUSALACCHI.
Mentre essi stanno girando in lungo e largo l'Isola per chiudere le liste nelle nove province, prosegue la discussione sul programma elettorale. Giorni addietro avevamo pubblicato alcune loro prime tesi politiche. Questa volta Beppe De Santis, uno dei promotori della lista entra nel concreto e propone dieci punti (alcuni da sviluppare) in vista di un governo popolare di svolta e di rottura.

Articoli precedentemente pubblicati sulle prossime elezioni siciliane:



Per difendere e salvare la Sicilia dalla partitocrazia neoliberista e dalla bancocrazia speculativa

Contributo alla piattaforma di “Noi Siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana”

   I - Il LAVORO PRIMA DI TUTTO   

fondamento del benessere, della dignità, della libertà.

Un PIANO STRAORDINARIO DEL LAVORO,

per 200.000 posti di lavoro a tempo indeterminato,

promosso e finanziato dal settore pubblico.

Nei seguenti sette ambiti prioritari:

-agricoltura, pesca e cibo;

-ambiente, a partire dalla prevenzione antincendio,

dissesto idro-geologico, protezione civile, rigenerazione urbana, riuso edilizio, bioedilizia;

-cultura e turismo, artigianato tradizionale di qualità;

-manutenzione straordinaria e ripristino dell’intero sistema viario interno, rurale e montano;

-energie alternative;

-servizi sociali e sociosanitari, prioritariamente per anziani, portatori di handicap non autosufficienti e lungodegenti;

-rinnovamento e reintegrazione generazionale della Pubblica Amministrazione, con assunzioni di alcune centinaia di giovani altamente professionalizzati, attraverso una selezione rigorosa e trasparente.

   II - PRODURRE E VENDERE SICILIANO   

Innanzitutto, prodotti agricoli e agroalimentari.

La leva strategica è rappresentata dall’enogastronomia,

dal mirabile CIBO SICILIANO, buono, pulito e giusto.

E’ lo “STILE DI VITA MEDITERRANEO”, o Dieta Mediterranea, riconosciuto dal mondo, tramite l’ONU-UNESCO, quale patrimonio culturale dell’Umanità. In sintonia con l’Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco.

Ciascuno dei 390 Comuni siciliani diventi “Comunità dello Stile di vita mediterraneo”, coinvolgendo agricoltori, artigiani trasformatori, enogastronomi e ristorazione, commercianti, intellettuali e tecnici, scuola e Università, Parrocchie, Pro-loco, esperti di marketing e di web-marketing.

“Rifondare lo Stile di vita mediterraneo” sarà anche uno dei criteri – sotto il profilo dei contenuti formativi e di ricerca-per potenziare, riformare e riqualificare la Ricerca , l’Università, la Scuola, e, il Sistema Regionale della Formazione Professionale, prima devastato e poi criminalizzato dalla partitocrazia predatoria.

La produzione agroalimentare siciliana rappresenta soltanto l’8% dell’intero consumo agroalimentare dei 5 milioni di siciliani: una distorsione impressionante, uno scandalo.

Il primo obiettivo è la riconquista di una quota sostanziale del mercato agroalimentare interno, oltre che rafforzare la conquista dei mercati esterni.

Il presupposto essenziale consiste nel combattere e liquidare l’insieme dei Trattati Europei e Internazionali che hanno imposto la colonizzazione selvaggia dei nostri mercati da parte dell’olio tunisino, degli agrumi marocchini, del grano cancerogeno canadese e così’ via. A partire dalla difesa ad oltranza del grano siciliano storico.

   III - INFRASTRUTTURE PRIMARIE DI BASE PER LO SVILUPPO E IL BENESSERE   

Infrastrutture, trasporti, logistica, soprattutto, SISTEMA VIARIO INTERNO hanno bisogno di un intervento tempestivo e di emergenza, una vera e propria terapia d’urto.

In particolare, un intervento di manutenzione straordinaria e di ripristino del SISTEMA VIARIO INTERNO, che serve i 350 Comuni piccoli, interni, rurali e di montagna, è vitale , determinante per la qualità di base della vita delle popolazioni, premessa elementare di ogni sviluppo: per la mobilità primaria, per l’accesso ai servizi fondamentali di welfare (sanità e pronto intervento ,protezione civile, punti nascita, scuola, servizi sociali),per la logistica agroalimentare di base, per il turismo diffuso.
Franco Busalacchi


Occorre spendere e bene da 300 a 500 meuro, in un biennio, mobilitando -nell’attuazione - ciascuno dei 390 Comuni siciliani, con la propulsione e il controllo centrale, autoritativo e sostitutivo ( se necessario) ,di una CABINA DI REGIA regionale, che risponda direttamente alla Presidenza della Regione. Alcune diecine di migliaia di edili potranno immediatamente lavorare, con il supporto di un paio di migliaia di geometri, ingegneri, architetti, geologi e urbanisti.

Contestualmente, va destrutturato il vero e proprio mostro rappresentato dal MONOPOLIO PRIVATO (Morace, Franza, Genovese, Matacena), che gestisce, in modo inefficiente, ricattatorio, speculativo e corruttivo, il traghettamento dello Stretto di Messina e alle Isole Minori, riconsegnando immediatamente la funzione alla mano pubblica.

   IV - LE RISORSE PER METTERE IN SICUREZZA LA SICILIA DAL DEFINITIVO TRACOLLO  

I soldi ci sono, si possono trovare, si possono correttamente generare.

Proponiamo sei misure contestuali di reperimento e spesa delle risorse.

1 - Usare presto e bene i circa 15 MLD della cosiddetta programmazione 2014-2020, destinati alla Sicilia: Programmi Operativi Regionali (PO FESR, PO FSE, PSR, Feamp-Pesca),quota siciliana di competenza dei 10-12 Programmi Operativi Nazionali (PON),quota siciliana del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC, già FAS, già Cassa per il Mezzogiorno), altri fondi nazionali ed europei.

2 - Riconquistare integralmente alla Sicilia i fondi dovuti ex Statuto Speciale ( parte integrante della Costituzione italiana), abbondantemente, sfrontatamente rapinati negli anni. Obiettivo che deve essere fatto proprio dall’intero movimento sovranista costituzionale nazionale, sulla base del PATTO tra sovranisti italiani e sovranisti siciliani , sottoscritto nel luglio 2017.

3 - Istituzione della Banca Siciliana di Investimento (BSI), al servizio del micro, piccole e medie imprese isolane, riunificando in un’unica entità le tre attuali agenzie finanziarie siciliane (CRIAS, IRCAC,IRFIS).

4 - Attivazione della MONETA COMPLEMENTARE siciliana, sulla base delle esperienze e delle proposizioni elaborate e legittimate a livello nazionale e internazionale, obiettivo che- tra l’altro- ha motivato la designazione di Antonino Galloni a Assessore all’economia della Sicilia.

5 - Conflitto frontale e strategico contro il finanzcapitalismo finanziario globale, contro le oligarchie neoliberiste globaliste, contro la bancocrazia speculativa, e, battaglia per l’uscita dall’Unione Europea e dall’Euro, per il ripristino delle sovranità nazionale, monetaria e democratico popolare. Tale conflitto, a favore degli INTERESSI DEL SISTEMA SICILIA, trova proprio nell’Isola un banco di prova cruciale , un campo di battaglia strategico, per la drammaticità estrema nella quale il neoliberismo dominante- da oltre trent’anni -ha cacciato la Sicilia, e, per la capacità conflittuale aspra, sia pure intermittente, che la Sicilia ha saputo storicamente esprimere, in alcuni tornati decisivi della Storia ( Fasci siciliani, Movimenti autonomisti e di autodeterminazione, Movimenti contadini, Rottura milazzista del 1958, Movimenti antimafia degli anni ’90).

6 - Lotta –cum grano salis, con discernimento- agli sprechi e agli sperperi amministrativi e politici, recupero di risorse e loro allocazione produttiva e socialmente utile, naturalmente in una logica anti-neoliberista, perché non poche delle attuali lotte anti-spreco e anticasta, sia pure condotte- a volte- in buona fede, finiscono per scivolare sotto il tallone egemonico del neoliberismo globalista.

   V - DIFESA STRATEGICA DELLA SANITÀ PUBBLICA E FUORI LA LOTTIZZAZIONE POLITICA     

   VI - RIFIUTI: RACCOLTA DIFFERENZIATA GENERALIZZATA E SUPERAMENTO IMMEDIATO E INTEGRALE DEL SISTEMA PARAMAFIOSO DELLE DISCARICHE   

   VII - ACQUA PUBBLICA   

   VIII - PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LAVORO PUBBLICO  

Sette le azioni prioritarie

1- Devoluzione e Decentramento di risorse, poteri e competenze dalla Regione ai Comuni, fondamento della partecipazione, della democrazia, dell’identità e dello sviluppo locale sostenibile.

2- Riaccorpamento della PA centrale regionale in 6-7 MACROAREE funzionali.

3- Concentrazione in un unico organo centrale, alle dirette dipendenze della Presidenza della Regione, dell’intera gestione delle risorse e dei programmi della Programmazione 2014-2010.
Erasmo Vecchio, Massimiliano Musso, Franco Busalacchi e Beppe De Santis


4- Ripristino della distinzione – e delle funzioni distinte e complementari- tra Ruoli amministrativi e Ruoli tecnici dell’organico regionale, e, ripristino, del Ruolo decentrato, onde evitare la mobilità al centro e la scopertura conseguente degli organici decentrati.

5- Liquidazione immediata e definitiva dell’intera rete dei carrozzoni della “Partecipate regionali”.

6- Ridare funzione sociale e onore al LAVORO PUBBLICO. Superando il mix e le patologiche oscillazioni tra autoreferenzialità, dipendenza servile nei confronti del potere politico, accondiscendenza, e, delegittimazione generalizzata, a volte, criminalizzazione generalizzata del lavoro pubblico.

Non esiste, non può esistere uno Stato democratico degno di questo nome, una Regione autorevole, legittimata e funzionale (efficiente ed efficace), in assenza di un lavoro pubblico autorevole, legittimato. Stimato, efficiente ed efficace, socialmente onorato.

Ricordiamo che uno dei punti di attacco, tra i più insidiosi, del pensiero unico neoliberista è la delegittimazione, l’impoverimento, lo sputtanamento generalizzato, la dissoluzione perfino, del LAVORO PUBBLICO.

Dunque: decentramento, accorpamento in Macro-aree, concentrazione della spesa, riordino ruoli, liquidazione dei carrozzoni, formazione vera permanente e generalizzata, incentivi e buoni contratti di lavoro, rinnovamento generazionale degli organici, ri-motivazione e valorizzazione di tutti i lavoratori pubblici nessuno escluso.

7- La regione informatizzata e trasparente. La “OPEN REGIONE”. Ci sono, oggi, tutte le condizioni per realizzarla. Ci sono già tutti i progetti pronti, e le sperimentazioni fatte. Occorre soltanto ATTUARE. Finora, non lo si è fatta, la OPEN REGIONE, perché la piena trasparenza della Regione avrebbe fatto saltare una marea di affari, di clientele, di comitati di affari, come ha dimostrato, recentemente, lo scandalo dei traghetti per le Isole Minori, in mano al signor Morace, corrotto e corruttore.

   IX - L’IMMIGRAZIONE VA REGOLATA E GOVERNATA

La retorica ipocrita e buonista favella di una “Sicilia eternamente accogliente e paziente”. Storicamente meticcia, a melting pot realizzato.

Una delle tante immagini posticce e mistificatorie della povera Sicilia.

Certo, la Sicilia è soprattutto un approdo di transizione. Gli immigrati vi approdano, per andare altrove.

Ma, non è solo così.

Le pianure- e le colline- agricole e agroalimentari, remote, vaste e assolate della Sicilia meridionale, centrale, centro-orientale, rigurgitano di migliaia e migliaia di disperati, di sfruttati, di oppressi, di “fantasmi”, non di rado sotto il tallone del più estremo e sadico caporalato, anche – ci mancherebbe-in salsa mafiosa.

Il piccolo inferno delle SERRE.

E tutti fanno finta di non vedere.

E così, in centinaia di migliaia, esistono- e sopravvivono- i fantasmi di cento e cento piccoli cantieri edili, fantasmi anch’essi: lavoro nero, lavoro oscuro, lavoro cupo, lavoro schiavistico.

E migliaia e migliaia- di fantasmi, e, semi-fantasmi- nella ristorazione e nel turismo.

Frattanto, accanto ad esperienze positive e corrette di gestione dell’Accoglienza- il business dell’immigrato ferve, nell’accogliente Sicilia. Come dimostra il super- scandalo del CARA-Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo- di Mineo, nelle mani dei delinquenti di “Area Popolare” del leggendario Angelino Alfano.

Il sottoproletariato d’immigrazione compete e brutalmemte con il proletariato e sottoproletariato dolenti di Sicilia. Altro che balle.

Frattanto, soltanto da Palermo, vanno via circa 1000 giovani, proletari, precari e lavoratori di varia età , ogni mese.

C’entra questo, con l’immigrazione sregolata? Certo, che c’entra.

Volete un segno, micidiale, tutto politico, di disagio? La mancata rielezione, a Sindaco di Lampedusa, della sempre osannata Giusi Nicolini.

C’entra questo? C’entra.

Quindi, l’immigrazione va regolata e governata. Anche in Sicilia, per la Sicilia e dalla Sicilia. I confini di uno Stato sovrano sono uno scherzo soltanto per gli idioti e gli affaristi.

Distinguendo Rifugiati e Immigrazione Economica.

Stabilendo quote compatibili, funzionali, programmate e governate. Per la Sicilia e per l’Italia.

   X - LA SICILIA DEVE ESSERE TERRA DI PACE   

Il 1° luglio scorso, una ampia delegazione di “Noi Siciliani con Busalacchi-Sicilia Libera e Sovrana” ha partecipato ufficialmente all’annuale manifestazione “NO MUOS”, svoltasi a Niscemi.
Beppe De Santis

I siciliani sono orgogliosi della loro storia e della loro identità. Fino alla stizza.

Orgogliosi della centralità mediterranea dell’Isola, se non altro per oggettività geografica.

I siciliani si vantano per il fatto di essere-poter-essere-ponte di pace nel Mediterraneo.

Ma, allora, occorre coerenza.

E fare i conti con la realtà.

E la realtà è che la Sicilia -oltre i fumi della retorica e dei desideri- è un'Isola tra le più armate della Terra.

Armata di basi americane, pericolose, in senso offensivo.

Pericolosissime nella prospettiva difensiva. In caso di guerra guerreggiata, la Sicilia sarebbe uno dei primi bersagli mediterranei da parte degli offensori.

Proprio perché, oltre le basi, c’è il MUOS (Mobile User Objective System),un sistema di comunicazioni satellitare (SATCOM) ad alta frequenza, gestito direttamente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Un nodo centrale del sistema geostrategico globale degli USA.

Non si scherza con le basi , atomiche, e con i MUOS.

Il MUOS deve essere rimosso, a partire da una ragione universale e indiscutibile: gli acclarati effetti nefasti sulla salute della cittadinanza tutta, delle donne in maternità, dei bambini. Il Movimento “No MUOS”, per oltre un decennio non ha mollato. Noi siamo parte di questo Movimento.

Ma, la questione è più di fondo: occorre riprendere tout court la profetica battaglia di Pio La Torre, contro le basi americane in Sicilia. Uno dei possibili motivi veri , indicibili, del suo assassinio.

Vediamo. La Sicilia, il Mezzogiorno e l’Italia possono - e debbono- avere un autorevole ruolo geoeconomico e geopolitico, nel prossimo e medio futuro, soltanto se si riclassificano esplicitamente come SOGGETTO GEOPOLITICO E GEOECONOMICO DEL MARE (in particolare nella prospettiva, per noi necessaria, di riconquistare la piena sovranità nazionale costituzionale, fuoriuscendo dalla Unione Europea e dall’Euro), e , quindi, del Mediterraneo (Cfr. l’ultimo numero della Rivista di geopolitica, “LIMES, il n. 6/2017, intitolato “Mediterranei”).Le prospettive di sviluppo sostenibile e di benessere presuppongono la PACE nel Mediterraneo, pace solida e duratura. Un mare di pace. Una Sicilia di pace. Non si scappa.

Mediterraneo di pace significa Sicilia di sviluppo e benessere.

Mediterraneo di guerra significa Sicilia super-colonia di sottosviluppo, di malessere, con la stessa democrazia ordinaria pesantemente ipotecata.

Non si può essere per la piena Autonomia, e, per l’autodeterminazione, a metà servizio.

Peraltro, la vecchia NATO, quella della Guerra Fredda, non ha più ragione di essere, dato che la Guerra Fredda è liquidata da decenni.

La strategia – e la prassi- della “Sicilia Terra di Pace” non può che inserirsi in questi scenari mutanti, di innovazione, anche geostrategica.


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lunedì 21 agosto 2017

GIÙ LE MANI DAL COMPAGNO BAGNAI!

[ 21 agosto 2017 ]

Leggendo un recente post su gooynomics veniamo a sapere che Alberto Bagnai è stato denunciato in sede civile da un pennivendolo poiché il Nostro lo avrebbe "offeso". Nessuna ingiuria ci fu, solo l'aver fatto notare che in giro ci sono tanti somari che parlano a vanvera. Ebbene, rito per direttissima e Bagnai è stato condannato al risarcimento di 5mila euro (ne erano stati chiesti ben 40mila). Cogliamo l'occasione per esprimere, assieme all'indignazione per questa condanna (che rischia di essere un inquietante precedente), la nostra più sincera solidarietà a Bagnai.
E lo facciamo rilanciando un suo recente e istruttivo intervento.

I disoccupati“veri”in Italia sono il 30%: più che in Grecia
di Alberto Bagnai


Fra due anni, Mario Draghi terminerà il suo mandato alla Bce, lasciando in legato al suo successore un bel patrimonio di frasi celebri. Tutti ricordano l’icastico whatever it takes, e per un’ottima ragione: affermando il 26 luglio 2012 la volontà della Bce di intervenire sui mercati a qualunque costo, Draghi invertì la tendenza dello spread, che stava crescendo nonostante l’Italia fosse stata “salvata” da Monti per decreto nel dicembre 2011.
Bastò la parola. Poi, col tempo, non bastò più. Il 22 gennaio 2015, Draghi annunciò che sarebbe partito il quantitative easing ( Q E) , l’incubo degli economisti rigorosi: 60 miliardi di euro sarebbero stati messi in circolo ogni mese in cambio di titoli detenuti dalle banche. Il decollo dell’inflazione, che Draghi auspicava e i rigorosi temevano, non ci fu (lo avevamo anticipato su queste colonne il 31 dicembre 2014), tant’è che il QE pare sia destinato a continuare.
AL POSTO dell’inflazione, abbiamo avuto un’altra frase celebre: “Ci sono forze che congiurano a tener bassa l’inflazione” ( Francoforte, 4 febbraio 2016). Spiazzati dall’elegante scelta lessicale, i beceri social media cianciarono di un Draghi complottista. Fu un peccato, perché così si perse il senso epocale di quella affermazione: Draghi confessava che la moneta non causa i prezzi. Restava da capire cosa li causasse. In fondo, le cose stavano andando meglio, ci veniva detto: l’economia riparte, la disoccupazione scende. Hai visto la Spagna? Hai visto l’Irlanda? Ma allora perché, nonostante tutti questi miracoli, i prezzi languono? Finalmente, nel maggio scorso, è arrivato l’ennesimo “contrordine compagni!”: nel Bollettino n. 3 dell’11 maggio 2017, la Bce ci informa che la disoccupazione nell’Eurozona non è bassa, tutt’altro!


I dati ufficiali la sottostimano: tenendo conto non solo dei disoccupati (persone che cercano lavoro), ma anche degli scoraggiati (persone che non cercano più lavoro ma vorrebbero lavorare) e dei sottoccupati (persone che vorrebbero un lavoro a tempo pieno ma hanno ottenuto solo un part time), la disoccupazione media dell’Eurozona passerebbe dal 9.5% al 18%. E che c’entra questa storia con l’inflazione? Il fatto è che: “Le risorse inutilizzate gravano sulla dinamica dei prezzi e dei salari”. Tradotto: i prezzi non dipendono da quanta moneta si stampa (come dicono i neoliberisti), ma dalla disoccupazione (come dicono i keynesiani). Se fuori della porta c’è un esercito di persone disposte a lavorare a meno, sarà difficile spuntare un salario dignitoso. Con salari bassi l’imprenditore prima è contento, perché abbassa i prezzi e paga poco il lavoratore, e poi chiude, perché smette di fatturare: se i lavoratori non hanno soldi in tasca, chi compra i beni prodotti ( nonostante i prezzi bassi)?
Si chiama “crisi di domanda interna”, e non si risolve quando lo Stato “stampa” moneta (l’ha detto Draghi), ma quando la spende per investimenti (per esempio ricostruendo nelle zone terremotate). Quest’ultima cosa non si può fare, perché l’Europa si oppone: c’è il pareggio di bilancio e poi aiutare

gli imprenditori terremotati è violare la concorrenza! Intanto, Draghi stampa... Vi chiederete: quella che la disoccupazione ufficiale è sottostimata è una novità? Assolutamente no. Negli Stati Uniti, per esempio, vengono pubblicate da tempo 6 misure del tasso di disoccupazione, l’ultima delle quali, U6, tiene conto di scoraggiati e sottoccupati.

I dati che vedete sono stati ottenuti con calcoli analoghi. Per una volta abbiamo la triste soddisfazione di arrivare primi: nel 2016 il nostro U6 è, se pure di poco, superiore perfino a quello della Grecia, e questo per la fortissima incidenza di scoraggiati. Si spiega così l’avanzata del cosiddetto populismo, e la batosta del Pd alle ultime elezioni.
SE INVECE osserviamo nel tempo la situazione dei quattro grandi dell’Eurozona, vediamo che dalla crisi in poi la Germania sta sempre meglio, e la Francia sempre peggio: questo ci spiega il rapido calo di popolarità del neoeletto Macron, che parla di rigore a un Paese in crescente affanno.


La disoccupazione U6 aiuta a capire tante cose: ma allora perché noi, nella nostra ansia di emulare gli Usa unendo l’Europa, non partiamo da questa cosa piccola ma essenziale: dotarci di una misura attendibile della tensione sul mercato del lavoro? La risposta è semplice: perché da quando ha abbandonato la flessibilità del cambio la nostra economia, a differenza di quella americana, si basa sulla disoccupazione competitiva. Quando arriva una crisi, vince il paese che taglia i salari prima e più del vicino, cioè che alza prima la disoccupazione: si chiama “svalutazione interna”.
NATURALMENTE, a ffinché questo gioco sia politicamente sostenibile, occorre che sia subdolo: l’esercito industriale di riserva deve mimetizzarsi nelle statistiche. Ed è questo il motivo per il quale la maggior parte di voi fino a oggi conosceva solo gli U2 (il gruppo), ma non gli U6 (i disoccupati). Qualche conte Attilio avrà invitato a troncare, sopire... Peccato: per una volta che eravamo in testa a una graduatoria! Lo dice San Draghi. A maggio la Bce legò questi numeri e l’inflazione zero: bassi salari, prezzi fermi.



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LO SMARTPHONE COME ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA

[ 21 agosto 2017 ]

Consegnamo ai nostri lettori un articolo tratto da la Lettura, allegato al Corriere della Sera del 20 agosto 2017. Tratta della cosiddetta iGen, la generazione dell'iPhone, ovvero i nati tra il 1995 e il 2012.
Chi pensava che più in basso della generazione Millennial non si potesse andare, si sbagliava.




«Prosciuga il cervello» 
Lo smartphone ai ragazzi divide gli accademici 
di Costanza Rizzacasa D’Orsogna 


«Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain, letteralmente «prosciugamento del cervello». 

È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. 
L’età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney. Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alle cognizioni, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. 

Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen, in uscita negli Usa in questi giorni. iGen, ovvero la generazione dell’iPhone, l’altro appellativo della Generation Z
I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’avevano in tasca. 
In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni. 
«L’avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». 
A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati. 
Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’85% di Baby Boomer e Gen X
Il risultato è un crollo dell’attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991). Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. 
«La crisi della mascolinità, l’assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». 
Il risultato? 
Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere. 
Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210: il lavoretto estivo. Oggi ce l’ha meno di un terzo dei teenager, e l’oggetto più desiderato non è l’auto, ma lo smartphone. 

È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet. Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. 

Secondo l’annuale indagine Monitoring the Future, i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno. La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo (Fear of missing out, la paura di essere esclusi). 

E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’inadeguatezza. E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’età. Nel 2015 il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche. 
«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catherine Lumby, docente all’australiana Macquerie University – con l’avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». 
Altri invece, mentre sottolineano l’insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici. 
«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori». 
Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’etica del lavoro, negli iGen, è diversa: 
«Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». 
Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’uso di droghe illegali tra teenagers è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina. Greenfield ne è convinto. 
«In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo»

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