ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

lunedì 23 ottobre 2017

SPAGNA-CATALOGNA: HA RAGIONE PABLO IGLESIAS di Piemme

[ 23 ottobre 2017 ]

Lo scorso 17 ottobre segnalavamo uno spot pro-Catalogna —diventato virale, un milione e200mila click. E dicevamo che puzzava di fabbricazione sorosiana lontana un miglio. COME VOLEVASI DIMOSTRARE! Leggiamo sul CORRIERE DELLA SERA di giovedì 19 ottobre che effettivamente era un remake di uno spot pro-rivoluzione arancione ambientato a Kiev ai tempi di Maidan...

ARTICOLO 155

Rajoy, che ricordiamolo governa senza una effettiva maggioranza, ha quindi deciso di ricorrere all'Art. 155 della Costituzione.
«Madrid non ha sospeso ufficialmente l'autonomia della Catalogna, ma l'ha limitata a tal punto che difficilmente si può parlare ancora - allo stato delle cose - di comunità autonoma: si tratta infatti di un commissariamento che sospende i vertici della Generalitat, con la proposta al Senato di destituire il presidente Carles Puigdemont, il vicepresidente Oriol Junqueras e tutti i membri del Govern. Le competenze del presidente e dei membri del governo di Barcellona, quindi, saranno assunte da autorità designate da Madrid sotto il controllo dei ministri del governo spagnolo. Le misure prevedono inoltre il divieto per il Parlament catalano di eleggere un sostituto di Puigdemont, ha spiegato il premier Rajoy precisando che assumerà le competenze del presidente catalano per convocare nuove elezioni al massimo entro sei mesi. La facoltà di sciogliere il Parlamento catalano passa poi a Madrid, mentre il Parlament manterrà la sua funzione rappresentativa. Tuttavia, il Parlamento locale non potrà proporre il candidato al Governo di Barcellona e non potrà interferire con la Costituzione o lo Statuto.
Queste misure sono state già trasmesse al Senato, che salvo sorprese darà il via libera finale venerdì 27 ottobre».
Non è il pugno di ferro ma quasi. A nulla è servito il mezzo passo indietro di Puidgemont. Rajoy, se così si può dire, ha smascherato il suo bluff. L'ha potuto fare grazie all'appoggio dei socialisti (che sostengono con la non-sfiducia il suo governo) e quello dell'euro-oligarchia. Puidgemont farà marcia indietro? Di sicuro è in un cul de sac. Non gode di una maggioranza degna di questo nome in Catalogna, né nelle classi popolari né in seno alla potente borghesia locale. Non bastano, per opporre una vincente resistenza, né gli appoggi interni di certa sinistra catalana (Candidatura d'Unitat Popular e Esquerra Republicana de Catalunya, il movimento sindacale), né quelli esterni (alcune fondazioni globaliste, in primis quelle sorosiane). [1]

LA POSIZIONE DI PODEMOS


Podemos, attraverso Pablo Iglesias, ha adottato una posizione giusta. In estrema sintesi: no al ricorso all'Art. 155, e no alla secessione della Catalogna.
«Il leader del Podemos, Pablo Iglesias, è tornato a prendere le distanze dai partiti cosituzionalisti [spagnolisti, Ndr] respingendo il piano per l' applicazione dell'articolo 155 in Catalogna come un "errore", "il contrario di una soluzione" e come "benzina sul fuoco". Di conseguenza, ha condannato l'atteggiamento del governo come "irresponsabile" perché, a suo avviso, tutto ciò che fa è "minacciare" e "reprimere" la Catalogna. Egli ha anche criticato la minaccia di Carles Puigdemont di promuovere una dichiarazione unilaterale di indipendenza. "Pensiamo che ci sono due opzioni .. O aggiungere benzina sul fuoco per mezzo di dichiarazione unilaterale di indipendenza quindi il 155, o cercare soluzioni. La soluzione passa per il dialogo, non generico, ma concreto. In questo quadro Iglesias ha rivendicato "dialogo e saggezza" alle parti e una soluzione che passi attraverso il voto dei catalani in un referendum sull'indipendenza "concordato, legale e con garanzie". "Vogliamo sconfiggere il progetto indipendentista, non con la forza, ma con i voti. La difesa della Spagna è quella di convincere e non di vincere"». Da: El Mundo
Questa posizione, segnaliamo, è condivisa anche da Izquierda Unida e dal Partito comunista, che con Podemos fanno parte della coalizione Unidos Podemos. Di più, è condivisa anche dalla sinistra catalana raccolta nel blocco En Comù con la sindaca di Barcellona Ada Colau in testa.

CATALANISTI MA ANTI-ITALIANI

Ebbene, questa posizione adottata dalla maggioranza delle sinistre, sia catalane che spagnole —che invoca una nuova Costituzione per una Spagna federale e democratica, dunque di contrasto ad
entrambi i nazionalismi— è andata di traverso a certa estrema sinistra italiana, la stessa che non vuole sentir parlare in Italia, di sovranità nazionale da riguadagnare di contro alla gabbia della Unione europea, la stessa che invoca un giorno sì e l'altro pure l'abolizione delle frontiere per agevolare l'anarco-immigrazione.

Leggiamo su Contropiano, organo della Rete dei Comunisti e sito pilota di EUROSTOP:
«All’opposto, proprio nel momento in cui Mariano Rajoy e le istituzioni spagnole chiudono ogni spazio alla trattativa col fronte catalano, la direzione di Podemos trasforma la sua posizione presuntamente equidistante in un attacco frontale alla Generalitat e al fronte indipendentista. La frase pronunciata ieri da Pablo Iglesias durante il suo intervento al Congreso de los Diputados è piombata come un macigno sulla base di Podemos in Catalogna sempre più disorientata e spaccata tra indipendentisti e unionisti.
Anche Alberto Garzòn, coordinatore di una Izquierda Unida ridotta al lumicino e sempre più subalterna a Podemos, si è schierato contro gli indipendentisti con toni duri, dicendosi scioccato dalla minaccia di Puigdemont di ricorrere alla ‘dichiarazione unilaterale di indipendenza’ (DUI) se il governo spagnolo imporrà il 155. Secondo Garzòn “il modo migliore per proteggere l’unità della Spagna è sedurre la Catalogna con un progetto di paese nuovo che passa da un processo costituente”. “La DUI è un grave errore, e neanche il 155 aiuta” ha concluso Garzòn in un ordine che chiarisce quali sono le priorità del movimento».
E' una vergogna che s'insinui addirittura che Podemos stia spalleggiando Rajoy. Si ridicolizza infine il portavoce di Izquierda Unida che propone un'assemblea costituente per fondare una nuova Spagna federale e democratica. 

Solo una irragionevole venerazione per il nazionalismo catalano —non siamo negli anni '30 e uscire dalla Spagna per restare imprigionati in Europa non è vera indipendenza, è una presa per il culo— può giustificare un simile attacco polemico.

NOTE 

[1] Lo scorso 17 ottobre segnalavamo uno spot pro-Catalogna —diventato virale, un milione e200mila click. E dicevamo che puzzava di fabbricazione sorosiana lontana un miglio. COME VOLEVASI DIMOSTRARE! Leggiamo sul CORRIERE DELLA SERA di giovedì 19 ottobre che effettivamente era un remake di uno spot pro-rivoluzione arancione ambientato a Kiev ai tempi di Maidan...

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domenica 22 ottobre 2017

LA SPIRALE DEL SILENZIO E LA PAURA DELL'ISOLAMENTO di Carlo Formenti

[ 23 ottobre 2017 ]
Il costante, contemporaneo, ridondante e contorto afflusso di notizie da parte dei media può, col passare del tempo, causare un'incapacità nel pubblico nel selezionare e comprendere i processi di percezione e di influenza dei media; in questo modo verrebbe a formarsi la cosiddetta spirale del silenzioIn questa situazione la persona singola ha il timore costante di essere una minoranza rispetto all'opinione pubblica generale. Per non rimanere isolata, la persona anche se con un'idea diversa rispetto alla massa non la mostra e cerca di conformarsi con il resto dell'opinione generale.

«Torna in libreria (ancora per i tipi di Meltemi, che l’aveva pubblicata una prima volta nel 2002) l’opera più conosciuta di Elisabeth Noelle Neumann, La spirale del silenzio, per una teoria dell'opinione pubblica, con una Introduzione di Stefano Cristante, docente di Sociologia della Comunicazione all’Università del Salento, il quale ha sempre dedicato particolare attenzione sia al tema dell’opinione pubblica che al modo in cui questa controversa autrice tedesca lo affronta.  [1] 


In cosa consiste questo contributo della Neumann? 
Ne La spirale del silenzio (uscito per la prima volta nel1980) La Neumann, oltre ad affermare che l’opinione pubblica è definizione moderna di una serie di fenomeni sociali
Elisabeth Noelle Neumann
che sono esistiti —sia pure in forme diverse— in tutte le fasi della storia sociale dell’umanità, sostiene le seguenti quattro tesi di fondo: 
1) la società esercita sugli individui una pressione costante attraverso la minaccia dell’isolamento; 2) per ogni essere umano la paura dell’isolamento è un sentimento tanto forte quanto costantemente avvertito; 3) a causa del timore di subire tale sanzione sociale —e al fine di non incorrervi — ogni individuo si sforza incessantemente di valutare “il clima di opinione” prevalente in ogni particolare momento; 4) in base a tale valutazione regola il proprio comportamento in modo da adattarlo all’opinione maggioritaria. 
Un corollario di queste tesi è che, nell’attuale fase storica, le tecnologie di comunicazione —i media— svolgono un ruolo strategico in quanto, contribuendo in misura determinante alla valutazione del clima di opinione, influenzano i nostri comportamenti.

Cristante richiama giustamente l’attenzione sulle conseguenze anti-individualistiche delle tesi della Neumann: la proclamata onnipotenza dell’individuo —che oggi viene sbandierata anche attraverso l’esaltazione del presunto ruolo emancipatorio e democratizzante della rete— è in realtà del tutto illusoria perché, ieri come oggi, l’espressione umana è limitata dall’appartenenza del singolo a un insieme di relazioni sociali che ne giudicano —ed eventualmente ne sanzionano— i comportamenti. Resta il fatto che lo schema della spirale del silenzio offre poco spazio alla comprensione dei motivi che possono determinare un radicale (e a volte fulmineo) cambiamento del clima di opinione.

Notiamo, per inciso, che analoghe difficoltà incontra il pensiero di un altro grande sociologo tedesco —anche lui esponente del pensiero conservatore e vicino alla CDU— come Niklas Luhmann, il quale, mentre analizza in modo convincente le dinamiche dell’equilibrio sistemico, appare assai meno efficace quando deve rendere conto di quelle che possono provocarne la rottura. Intendiamoci, non è che la Neumann non affronti il problema, che ignori cioè il fatto che opinione pubblica vuol dire controllo sociale ma può anche voler dire rottura del controllo sociale, tuttavia, annota Cristante, preferisce concentrarsi sul ruolo che possono svolgere in tal senso gli “sfidanti” come outsider, avanguardisti, eretici, riformatori, missionari (rovesciando così la sua prospettiva anti individualista!) mentre trascura quello delle pressioni “oggettive” (crisi economiche, crollo dei sistemi istituzionali, ecc.).


Mi pare di poter concludere che, ancorché interessante, al pensiero della Neumann, come a quello di altri grandi autori conservatori, manca del tutto la capacità di cogliere l’inscindibile unità —il continuo movimento di conversione incrociata degli uni negli altri— fra fattori soggettivi e oggettivi, fra rapporti sociali e relazioni individuali o, per usare il lessico marxiano (non nell’accezione volgare del diamat, ma in quella che ne offrono autori come Lukacs e Gramsci) fra struttura e sovrastruttura. Per illuminare l’enigma del mutamento del clima di opinione, più della teoria della spirale del silenzio, serve probabilmente il concetto gramsciano di egemonia inteso come lotta per il controllo del senso comune fra blocchi sociali antagonisti».

* FONTE: MICROMEGA

NOTE 

[1]  Controversa perché la Neumann è stata accusata – con particolare acredine dal sociologo ebreo americano Leo Bogart – di collusione con il regime nazista e di antisemitismo. In effetti la lunga vita (1916 – 2010) della Neumann non appare, sotto questo aspetto, esente da sospetti. Recatasi nella seconda metà degli anni Trenta negli Stati Uniti, dove studia i metodi e le tecniche di Gallup, il fondatore della sondaggistica, al rientro in Germania collabora con il settimanale “Das Reich” (sulle cui pagine, osserva Bogart, definisce “giudeo” il saggista americano Walter Lippmann). Nel 1946 si sposa con il giornalista Peter Neumann (a suo tempo iscritto al partito nazista) assieme al quale conduce, per conto delle autorità americane, ricerche demoscopiche sulle opinioni del popolo tedesco. Da allora fino alla morte lavora a stretto contatto con i leader della CDU, da Adenauer a Kohl. Ritornata in America negli anni 70, deve lasciare l’insegnamento a Chicago anche a causa (anche se non ufficialmente) della polemica innescata da Bogart.

Cristante documenta la linea di difesa della Neumann – linea che si basa su argomenti a dir poco deboli e che si fonda, essenzialmente, sul fatto che gli alleati non hanno ritenuto necessario sottoporla a un processo di denazificazione (i maligni potrebbero obiettare che, in quanto usata dai vincitori per le sue competenze tecniche, le è stato riservato il trattamento di favore concesso ad altri “cervelli” tedeschi). Ciò detto, resta il fatto che il suo contributo scientifico-culturale andrebbe valutato – come si è fatto per quello di altri grandi intellettuali tedeschi in odore di simpatie naziste, come Heidegger, Schmitt e Junger per citare i più noti – a prescindere dalla sua complicità vera, presunta o dettata dall’accettazione opportunistica delle circostanze, con il nazismo.

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ESULTIAMO, RAQQA NON C'È PIÙ

[ 22 ottobre 2017 ]

Il "mondo libero" esulta: Raqqa non c'è più, rasa al suolo...
«Raqqa è vuota, spettrale, un nucleo urbano di rovine. Tutto attorno, macerie e silenzio. Una città di oltre duecentomila abitanti totalmente abbandonata. Con i negozi sventrati: attraverso le saracinesche divelte si vede la mercanzia abbandonata. Accanto, gli scheletri anneriti delle automobili bruciate, l’olezzo del cibo avariato, vestiti per la strada, stracci impolverati a segnare fughe precipitose, masserizie dei bivacchi dei soldati, lattine vuote. E tanti cani randagi, nervosi, spaventati». 
Parla uno —Lorenzo CremonesiCORRIERE DELLA SERA— che non nasconde le sue necrofile simpatie per i "liberatori", le truppe cammellate del Pentagono, ovvero i miliziani delle Forze Democratiche Siriane, S.D.F.-Y.P.G. 

Dove sono finiti gli abitanti di Raqqa? La stessa storia che a Mosul, anzi molto peggio... Decine di migliaia morti sotto i massicci bombardamenti americani, molti altri sfuggiti alla spietata pulizia etnica degli assedianti, i pochi sopravvissuti chiusi nei campi di prigionia curdi come "familiari dei terroristi". 

Un gigantesco massacro a stelle e strisce. 

Lo avessero compiuto i takfiri dell'ISIS si sarebbe parlato di "genocidio", di "crimini contro l'umanità".
Invece il "mondo libero", in tutte le sue sfumature (dall'estrema destra all'estrema sinistra, passando per la sterminata palude liberale), se non tace, esulta.  
Ed a questo è funzionale l'astuta operazione cosmetica che ci mostra anzitutto le combattenti donne giubilanti, la faccia pulita degli assedianti di Raqqa. [vedi foto a destra]
Qui sotto un bell'articolo sui mutevoli equilibri nella "Mezzaluna Fertile" e il ruolo dei vari protagonisti. Ci permettiamo, en passant, di avanzare un pronostico: la marginalizzazione dell'ISIS non è foriera di pace, ma è destinata ad inasprire le rivalità regionali e internazionali. La guerra e la fitna si avvita su se stessa, passa ad un'altra fase, quella decisiva. 


VICINO ORIENTE SENZA PACE
di Pier Francesco Zarcone

«Quando si chiude una porta si apre un portone»: questo proverbio vale anche per il Vicino Oriente, solo che spesso e volentieri il portone è negativo come la porta, se non peggio. Così, sostanzialmente sconfitto l’Isis —per ora— sui campi di battaglia (specificazione da sottolineare), si è subito aperta (o riaperta) - e nel peggiore dei modi - la questione curda. I punti focali sono il Kurdistan iracheno e la città siriana di Raqqa. L’utile premessa è che, mentre in Occidente i Curdi godono di ottima stampa, nel Vicino Oriente invece non ne godono alcuna, anzi! Verso di loro ostilità e diffidenza sono al massimo grado: farebbe ottimi affari un ipotetico bookmaker che volesse raccogliere scommesse sul fatto che le indipendenze regionali curde, o la creazione di uno Stato curdo unitario, aprirebbe la via a un massiccio scannamento fra le attuali fazioni curde, cosa peraltro in linea con la loro storia.

Nel Kurdistan iracheno il referendum indipendentista voluto e vinto da Masʿūd Barzani ha dato il via all’offensiva del governo di Baghdad per la ripresa di Kirkuk e dei suoi pozzi
petroliferi, che milizie curde avevano occupato in funzione anti-Isis dopo il 2014 (chi in loco pensa male sostiene invece che ciò sia avvenuto con la connivenza dell’Isis). Gli organi di “informazione” occidentali non hanno dato importanza al fatto che le forze irachene che hanno rioccupato Kirkuk e dintorni sono state accolte da manifestazioni popolari di giubilo: in pratica come liberatrici.
Il referendum di Barzani ha rivelato una spaccatura politica di non piccola importanza all’interno del Kurdistan iracheno. Il partito Gorran - «Cambiamento» - di ʿUmar Said Ali si era opposto alla consultazione independentista: si tratta di un gruppo che nel Parlamento regionale curdo dispone di quasi un quarto dei seggi (24), cioè più dell’Upk [Unione Patriottica del Kurdistan] del clan dei Talabani (18) - tradizionale avversario di quello dei Barzani - e un po’ meno del partito di Barzani (38); infatti il Gorran vuole l’autonomia curda nell’ambito dell’unità irachena.
Qualcuno si è meravigliato per la caduta di questa città in mani irachene praticamente senza combattimenti, ma forse non sa che l’Upk aveva il controllo di circa metà del totale dei Peshmerga, i quali erano in maggioranza proprio a Kirkuk; e ora il nuovo governatore della zona è Rizgar Ali, dirigente dell’Upk. Ora ci sarà da vedere se le truppe di Baghdad procederanno o no contro il Kurdistan iracheno, e queste truppe sono per lo più milizie sciite che rispondono ai loro capi in Iraq e all’Iran, che nella lotta ai Curdi sta operando alla luce del sole. Il timore della loro “mano pesante” è alla base della fuga in massa della popolazione curda da Kirkuk (dove peraltro non era maggioritaria).

L’offensiva irachena su Kirkuk è stata accompagnata da un brutto segnale politico per i Curdi: gli Stati Uniti, che li avevano coccolati e illusi, si sono affrettati a mostrarsi neutrali nella contesa con Baghdad.
L’ombra di questa “disinvoltura” potrebbe proiettarsi anche sui Curdi siriani. Essi hanno espugnato Raqqa, o meglio, le sue macerie, giacché (altro particolare su cui in Occidente si tace) non riuscendo a superare la resistenza dell’Isis le milizie curde hanno chiesto aiuto all’aviazione statunitense, che come d’uso ha saturato di bombe la città. Di qui verranno ulteriori guai, non riducibili ai soli miliziani del “califfato” riusciti a fuggire e che inevitabilmente ritroveremo in azione nei paesi di provenienza.

Le ripercussioni internazionali della situazione siriana, in cui la vittoria di Bashar al-Assad —Raqqa a parte— non è più solo un’ipotesi, si vedono già. In Oriente il ruolo di amici e nemici è variabile in capo agli stessi soggetti, e le variazioni dipendono dai rapporti di forza e dal grado di decisione che ciascuno dimostra. Niente di strano, quindi, che l’Arabia Saudita - storicamente amica degli Usa e nemica dell’Iran, con cui invece la Russia ha instaurato ottimi e solidi rapporti - stia venendo a patti con Mosca, come se dicesse: «Ci siamo anche noi, non solo Teheran». Ecco quindi che il re saudita è addirittura andato in Russia, accolto amichevolmente da Putin e Medvedev.
Quest’iniziativa - a un livello più alto - fa seguito alla collaborazione con la Russia avvenuta un anno fa, quando fu ottenuta la diminuzione dell’offerta mondiale di petrolio russo per farne rialzare il prezzo al barile, con la conseguenza che il rilevante deficit saudita (il 15% del Pil nel 2015, passato al 17,3% nel 2016) ai primi del 2017 si era dimezzato. Ora ci sono state intese nel campo dell’energia, delle tecnologie, delle infrastrutture, dei trasporti e degli armamenti (l’accordo per un contratto di tre miliardi di dollari per l’acquisto di missili S-400).

Nell’area gli Usa ricevono dispiaceri anche da un altro importante alleato, la Turchia. 

Qui la situazione siriana entra in gioco a motivo della svolta che le ha impresso l’intervento russo, ma in prima linea c’è il fallito colpo di Stato contro Erdoğan. Ankara ha acquistato armamenti dai cinesi e dai russi, e insieme a Mosca e Teheran ha partecipato ai negoziati di Astana sul futuro assetto della Siria. Washington è stata tagliata fuori. Dopo di che c’è stato l’arresto di un impiegato turco del consolato statunitense di Istanbul, accusato di spionaggio in favore dell’arcinemico di Erdoğan, Fethullah Gülen, di cui gli Stati Uniti rifiutano l’estradizione. La risposta del Dipartimento di Stato è consistita nel rifiuto dei visti per gli Stati Uniti ai cittadini turchi, a parte quelli rilasciati per “ragioni umanitarie”. Cosa significa questa formula? Tutto considerato non può che riferirsi agli oppositori dell’attuale governo turco, e quindi ne deriveranno ulteriori problemi.
La Turchia poi si ritrova insieme a Russia e Iran nell’opposizione al referendum indipendentista curdo, con la preoccupante tendenza a «mostrare i muscoli». Orbene, la situazione del Kurdistan iracheno è attualmente delle peggiori: tutti i paesi confinanti sono ostili alla sua indipendenza, e in più c’è stata la perdita della zona petrolifera di Kirkuk - con i relativi proventi economici. Inoltre il governo di Erbil non può assolutamente prescindere dal mantenimento dei buoni rapporti con la Turchia, attraverso il cui territorio riceve merci ed esporta. D’altronde non soltanto la Siria è lontana, ma nei confronti delle organizzazioni curde siriane c’è solo un’acerrima ostilità. Alla fine, se tutto rimanesse com’è, Erbil si ritroverebbe isolata, strangolata e col solo (ma platonico) appoggio di Israele.
YPG: nel nome di Ocalan, al servizio degli U.S.A.


Ulteriore motivo di contrasto tra Ankara e Washington è dato dai Curdi di Siria, che gli Usa ritengono ancora utili alleati nella lotta all’Isis, ma che i Turchi considerano terroristi legati al Pkk. Anche qui l’appoggio statunitense non è disinteressato: i Curdi siriani sono ormai l’unica possibilità per gli Usa di mantenere un certo ruolo in Siria, e inoltre l’illusione della nascita di un’entità curda autonoma o indipendente da loro appoggiata appare (in teoria) la sola in grado di ottenere basi locali e interrompere il cosiddetto “corridoio sciita”, mediante cui l’Iran può arrivare al Mediterraneo senza soluzione di continuità.

* Fonte: Utopia Rossa

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PORTELLA DELLA GINESTRA: APPELLO AL POPOLO SOVRANO

[ 22 ottobre ]

Il 13 ottobre scorso, Giorgio Lo Conte, a Portella della Ginestra —sul luogo ove il 1 maggio del 1947, venne compiuto l'eccidio terroristico contro il movimento contadino siciliano—, pronunciava il giuramento a nome della  C.L.N. e degli amici siciliani

In questa occasione Claudia Capaci concludeva la manifestazione leggendo l'appello della C.L.N. in vista delle prossime elezioni politiche. Qui sotto la registrazione videofilmata.


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sabato 21 ottobre 2017

LA SICILIA, L'ITALIA E IL MEDITERRANEO di Beppe De Santis

Da sinistra: Beppe De Santis e Moreno Pasquinelli
[ 21 ottobre 2017]

La relazione introduttiva di Beppe De Santis al Forum dei Popoli Mediterranei svoltosi a Palermo il 14 ottobre scorso.

LA NOSTRA STELLA POLARE È LA SOVRANITÀ
Il patriottismo costituzionale. La sovranità costituzionale. La sovranità popolare, che non esiste senza sovranità statale. Senza la sovranità dello Stato-Nazione, nella quale la sovranità nazionale è storicamente incardinata e incardinabile. La sovranità popolare non esiste senza sovranità monetaria.

Perché è lo Stato che batte moneta, non è la moneta che batte e da forma allo Stato.

E ancora, la sovranità condivisa delle Autonomie, delle Autonomie speciali.
Come quella siciliana.

Difendere e rilanciare le autonomie.

All’interno della difesa e rilancio della sovranità.

Dello STATO NAZIONALE O PLURI-NAZIONALE.

Contro il finanzcapitalismo globale speculativo. 
Contro il neoliberismo. Contro questa Unione Europea distruttrice delle sovranità costituzionali, dei diritti costituzionali dei Popoli, del lavoro, del reddito, dello Stato sociale, della dignità, della vita.

Contro il sistema dell’euro, che è un sistema di potere, di dominio, del finanzcapitalismo speculativo, delle oligarchie neoliberiste ed euriste.


MEDITERRANEO E SOVRANIT
À


Questo è il filo rosso, la sfida della nostra umile, generosa, audace, santa, assemblea.

Il Mediterraneo, dunque.

“Che il Mediterraneo sia”.

Dal titolo di una canzone struggente del mio amato cantautore mediterraneista, e mio amico, Eugenio Bennato.

“Mediterraneo, mare di pace e benessere”. Facile a dirsi, gravoso e ardimentoso a farsi.


Il Mediterraneo odierno, più precisamente “i Mediterranei”, in particolare il Mediterraneo Orientale, lo spazio di massima conflittualità mondiale. Conflittualità geostrategica, geopolitica, geoeconomica e culturale. La Siria, l’Iraq e la Libia, tra gli epicentri.

E spazio di estremo malessere statuale-politico, sociale, culturale.

Gli studiosi di geopolitica usano anche il concetto di “Grande Mediterraneo” (i cosiddetti “Cinque Mari”), alludendo ad uno spazio più ampio comprendente, oltre il Mediterraneo propriamente inteso, anche l’area del Mar Rosso, del Golfo Persico, del Mar Caspio e del Mar Nero.

GUERRA E MALESSERE.

Diamoci, allora, le coordinate strategiche per perseguire PACE E BENESSERE.

Chi è il nemico principale, il primo nemico, del Mediterraneo di pace e benessere?

E' l’imperialismo globale (con al centro ancora gli USA, e i sub-imperialismi continentali, come quello germanico in Europa), il finanzcapitalismo, l’oligarchia neoliberista globalista, la trama delle 100.000 multinazionali globali, che comandano il Mondo, invece degli Stati parzialmente de-sovranizzati.

Il punto.

Il finanzcapitalismo globale ha svuotato di sovranità e risorse, sta svuotando, e anche destrutturando, diecine di Stati-nazione storicamente solidi e forti, appartenenti alla tradizionale area forte del Nord del Mondo (area OCSE).

Lo stesso massacro, geometricamente moltiplicato, è stato già riservato alla platea degli Stati più deboli e precari dell’ex-Terzo Mondo, del Nord-Africa, dell’Africa intera, del Medio Oriente, dell’America latina, dell’Asia meridionale.

Con effetti devastanti: degrado dei già troppo gracili sistemi economici, disgregazione sociale, svuotamento dei locali sistemi di welfare, povertà di massa, degrado ambientale, rabbia e dolore sociale diffusi, delegittimazione degli assetti statuali e istituzionali tradizionali, rivolte diffuse e senza sbocco, ispessimento pervasivo delle ideologie, e dei moti e movimenti radicali.

1- E allora, dal Mediterraneo (Riva Nord, Riva Sud, Riva est) lotta frontale, senza tregua, contro il finanzcapitalismo globale, finanziario e speculativo.
Contro l’IMPERIALISMO GLOBALE. L’imperialismo delle multinazionali globali.

2 - E allora,resistenza per la difesa delle SOVRANITA’ statuali, popolari e monetarie, e riconquista della piena sovranità. Nei e daiMediterranei del Nord, del Sud e dell’Est. Contemporaneamente e insieme.

3 - Tra le sovranità capitali degli Stati sovrani, vi sono la sovranità geostrategica, cioè militare e di sicurezza; la sovranità in politica estera.
Sovranità da difendere e potenziare.

Per quanto ci riguarda: l’Italia fuori dalla Nato e smantellamento delle basi Nato in Sicilia, a partire dal MUOS, il centro di telecomunicazione militare satellitare degli USA.

L’UNIONE EUROPEA HA TRADITO IL MEDITERRANEO, CONSOLIDANDO IL DOMINIO DEL
NEOLIBERISMO GLOBALISTA


In Europa il finanzcapitalismo globale si è incarnato, consustanziato, nell’Unione Europea e nel sistema di potere dell’euro.
Ai Popoli europei hanno fatto credere che la Ue inverasse i principi e i diritti di eguaglianza, di solidarietà, di democrazia, di sovranità popolare, ad un livello più robusto, duraturo e integrale rispetto al livello degli Stati-Nazione d’Europa.
Con la vacua retorica del “Manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli: una impostura.

La UE, negli anni, soprattutto, dagli anni ’90 ha tentato di trasferire meccanicamente il suo dispositivo neoliberista e finanzcapitalista nel Mediterraneo e nelle politiche europee mediterranee. Con una serie di noti passaggi:

- 1990: la Conferenza di sicurezza e cooperazione del Mediterraneo;
- 1990: Gruppo 5+5 del Mediterraneo (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Cipro e Algeria, Tunisia, Marocco, Libia e Mauritania);
- 1992: Proposta di istituzione di un’Area di libero scambio con Marocco e Maghreb e Dichiarazione sulle relazioni euro maghrebine del Consiglio europeo di Lisbona;
- 1994: Dialogo mediterraneo della NATO;
- 1995: Conferenza euro mediterranea di Barcellona;
- 2008: Unione per il Mediterraneo (UpM), promossa da Sarkozy.

L’obiettivo dichiarato e retorico di queste politiche venticinquennali era quello di costruire un Mare di Pace e Sicurezza, di Benessere economico-sociale, di Dialogo culturale e umano, oltreché di innovazione istituzionale e costituzionale, in senso democratico, ovviamente nel rispetto dei Diritti umani.

NULLA DI TUTTO QUESTO SI E’ AVVERATO.

E’ successo esattamente il contrario: Guerra; Malessere; Destrutturazione statuale e istituzionale.

Queste politiche sono completamente fallite. Fallite nelle intenzionalità retoriche. Finte. Ma riuscite nelle intenzionalità effettive: L’AFFERMAZIONE PERVASIVA, NEL MEDITERRANEO, DEL DOMINIO NEOLIBERISTA GLOBALE. Con effetti tragicamente, strutturalmente, disgreganti e deflagranti.

L’ITALIA E LA SICILIA HANNO UN GRANDE RILIEVO STRATEGICO

Lo hanno sia fattualmente sia, soprattutto, potenzialmente.

“Cinque fattori in particolare misurano il rilievo dell’Italia e l’impatto delle sue (s)fortune sui protagonisti del teatro mondiale.

In ordine di importanza.

1 - In Italia si decide il futuro dell’euro.
2 - Attraverso lo Stivale filtrano i principali flussi migratori dalla giovane Africa alla vecchia Europa, che incidono sulla sicurezza, sulla stabilità, sull’identità stessa del nostro continente.
3 - In quanto piattaforma logistica nel Mediterraneo restiamo rilevanti per Washington, come testimonia la crescente presenza di truppe e di basi a stelle e strisce, depositi di bombe atomiche e centri di intellingence inclusi, pur dopo lo scadere della "minaccia" sovietica che inizialmente le legittimava.
4 - Siamo contemporaneamente utili a Mosca, nemico d’elezione dell’America, se non altro per il nostro tradizionale feeling pro-russo, insieme culturale e commerciale.
5 - L’Italia è infine all’attenzione della Cina perché al centro del Mediterraneo, dunque titolare potenziale del primo attracco utile nei traffici marittimi Asia-Europa. Collocazione ideale nella trama delle nuove vie della seta, ovvero della “globalizzazione alla cinese”.

Germania, Francia, Stati Uniti, Russia, Cina: la lista delle potenze cui interessiamo e sulle quali possiamo dunque influire è invidiabile.

Ma per passare all’incasso nel mercato geopolitico significa saper valutare il proprio patrimonio strategico, materiale e immateriale,in rapporto a come viene percepito dagli attori più potenti. Significa spenderne una quota per avanzare i propri interessi nel negoziato permanente, che definisce le relazioni internazionali. Funzione che l’Italia svolge poco e male.

L’Italia è un Paese strategico che rifiuta di esserlo, che è incapace di esserlo.

INCAPACE DI ESERCITARE LA PROPRIA PIENA SOVRANITA’. Sovranità ora largamente requisita dagli USA/NATO e dalla UE, oltreché direttamente dalle multinazionali globali.

Il possibile ruolo geopolitico e geo-economico della Sicilia, il protagonismo possibile della Sicilia, si può e si deve ricavare all’interno del ruolo geopolitico dell’Italia, da ritrovare, rinnovare, potenziare —a partire dai cinque fattori sovra-evocati.

DA SOLA, LA SICILIA, GEOGRAFICAMENTE AL CENTRO DEL CENTRO DEL MEDITERRANEO PUR BELLISSIMA, FIERA, RICCA DI RISORSE STRAORDINARIE, NON PUO’ANDARE DA NESSUNA PARTE.

La centralità geografica non fa, di per sè, centralità geopolitica. Il resto è retorica, autoinganno, impostura.

L’ITALIA E LA SICILIA


ITALIA E SICILIA SONO STATE, POTENZIALMENTE POSSONO TORNARE AD ESSERE, DEBBONO TORNARE AD ESSERE UNA IMPORTANTE POTENZA MARITTIMA, grande soggetto marinaro.

L’Italia ha 8000 km di coste. Dimenticate. A sua volta la Sicilia ne ha 1.637. L’immensa RISORSA MARE trascurata, obliata. I nove decimi del COMMERCIO MONDIALE passa via mare. L’Italia, nonostante la sua collocazione privilegiata, attrae soltanto il 40% del potenziale commerciale marittimo intercettabile.

Il punto è che, per l’Italia, alla centralità geografica non corrisponde alcuna centralità strategica.

Per tornare ad essere un autorevole soggetto marittimo, l’Italia (e la Sicilia con l’Italia) deve affrontare e dipanare quattro grandi sfide mediterranee.

1 - La sfida della PACE e della SICUREZZA.

2 - La sfida dell’IMMIGRAZIONE.

3 - La sfida ENERGETICA. Lo scenario geo-energetico mediterraneo è in continuo movimento, in particolare, dopo le scoperte dei giganteschi giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, nelle acque territoriali egiziane, israeliane, turche e cipriote.

4 - La sfida COMMERCIALE. A partire dai percorsi attuativi delle vie della seta.
Attualmente i processi attuativi delle vie della seta scavalcano completamente la Sicilia e l’intero Mezzogiorno d’Italia.

La Cina, dopo svariati tentativi di individuare un porto commerciale che fungesse da perno delle vie della seta,nel sud d’Italia, ha abbandonato sia l’ipotesi di Gioia Tauro che di Taranto. La Sicilia, neppure presa in considerazione, oltre qualche annuncio retorico, perfettamente senza fondamento. L’intera Italia rischia di essere aggirata e scavalcata.

Le trattative, i percorsi progettuali e promozionali relativi alla via adriatica (Venezia - Trieste) e alla via tirrenica (Genova) delle vie della seta sono ancora molto incerti e parziali.

LA SICILIA PROTAGONISTA DELLA RIVOLUZIONE SOVRANISTA COSITUZIONALE
Protagonista nell’ambito del movimento antiliberista dei Popoli mediterranei.
Noi Siciliani proponiamo,stiamo promuovendo la nostra parte di battaglia sovranista costituzionale. Stiamo facendo la nostra parte, il nostro dovere.

Col vostro aiuto fraterno, carissimi sovranisti costituzionali italiani, patrioti, innanzitutto della Confederazione per la Liberazione Nazionale (C.L.N.). Con voi, con i quali abbiamo firmato un PATTO DI ALLEANZA, il 17 luglio 2017. Un documento di straordinaria rilevanza strategica e politica.

Con voi, carissimi amici e compagni, patrioti, voi spagnoli di PODEMOS ed altri; voi francesi di FRANCE INSOUMISE; voi greci di UNITA’ POPOLARE; voi tunisini del Movimento della Rinascita, ENNAHDA.

Il caposaldo della nostra strategia e del nostro programma, è l’ATTUAZIONE INTEGRALE, del nostro STATUTO AUTONOMISTICO SPECIALE, compreso il ripristino delle parti proditoriamente soppresse, abrogate, rapinate,inapplicate.

L’attuazione integrale dello Statuto siciliano, nell’ambito dell’attuazione integrale e del ripristino, della COSTITUZIONE ITALIANA.

Gli alleati sono: lo Stato sovrano italiano e gli altri Stati sovrani d’Europa, in particolare, del Mediterraneo.

I nemici: 
il finanzcapitalismo globale speculativo, il neoliberismo, l’Unione Europea e il sistema di potere dell’euro.



A questo fine, abbiamo anche tentato di affrontare la difficilissima prova elettorale delle elezioni regionali siciliane e del 5 novembre 2017. Per contribuire ad aprire una breccia, un varco sovranista e neo-autonomista, per la Sicilia e dalla Sicilia.

Alcuni de nostri principali punti d'attacco sono:
1- Sovranismo costituzionale e neo-autonomismo.
2 - Smantellamento delle basi NATO in Sicilia e del MUOS.
3 - Politiche di Pace, Sicurezza, Stabilità , di cooperazione economica, di dialogo culturale nel Mediterraneo, sulla base di pari dignità dei Popoli e degli Stati sovrani, sulla base di sistemi di bilanciamento dei legittimi interessi nazionali, contro i sistemi di potere globalisti neoliberisti. Secondo un paradigma multipolare universale, che coinvolga, da protagonisti di pari dignità, tutti gli oltre 200 Stati sovrani del Mondo.
4 - Riorganizzazione e potenziamento strutturale della rete trasportistica, viaria e logistica siciliana, quale nodo centrale delle rete logistica italiana, mediterranea ed europea, accettando la sfida della gestione dei grandi flussi commerciali Asia-Europa, anche sul fronte delle vie cinesi della seta, secondo i propri interessi e sostenibilità.
5 - Promozione della massima autonomia economica possibile, secondo il principio di “Produrre e vendere siciliano”. Riducendo al massimo la pressione dei vincoli esterni.
6 - Promozione della massima SOVRANITA’ ALIMENTARE POSSIBILE. Cibo buono, sano e giusto. La Sicilia quale grande piattaforma della RIFONDAZIONE DELLO STILE DI VITA MEDITERRANEO (diaita=dieta mediterranea). Secondo i valori del recente riconoscimento dell’UNESCO della Dieta Mediterranea quale patrimonio culturale dell’Umanità. E le straordinarie suggestioni, a questo proposito, contenute nell’Enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco.
7 - Promozione della massima autonomia energetica e della progressiva sostituzione delle fonti fossili con quelle alternative sostenibili.

Grazie per la vostra attenzione e auguri di buon lavoro al nostro Forum



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venerdì 20 ottobre 2017

CAPITALISMO DIGITALE: IL FUNESTO FUTURO DELLA RETE

[ 21 ottobre 2017]
Quale sarà il futuro della rete? 
Un'intervista a Nick Srnicek.

Dagli anni ’90 e fino a poco tempo fa, il clima culturale attorno a Internet e al digitale era caratterizzato da un positivismo quasi acritico e da una fiducia pressoché cieca nel fatto che la tecnologia avrebbe riscritto, e nel migliore dei modi, le direttrici del futuro. Questa connotazione quasi mistica, definita felicemente da Vincent Mosco come “sublime digitale”, sembra essere sempre più in crisi. Geert Lovink, Direttore dell’Institute of Network Cultures di Amsterdam, ha scritto che il caso NSA, portato in superficie da Edward Snowden più di quattro anni fa, avrebbe segnato la fine simbolica dell’era dei new media, e soprattutto costretto quella cyber-naïveté a confrontarsi con le politiche internazionali.

Nel suo Capitalismo Digitale (Luiss Press), traduzione italiana di Platform Capitalism, Nick Srnicek, docente di economia politica alla City University di Londra e firmatario insieme ad Alex Williams del manifesto accelerazionista, fa il punto sulle evoluzioni dell’economia digitale e sui crescenti e preoccupanti monopoli rappresentati dalle grandi piattaforme della Silicon Valley trattando la loro ascesa nel contesto complessivo delle evoluzioni storiche del capitalismo.

Le grandi piattaforme digitali sono gli attori economici principali di un ecosistema in cui ogni attività umana produce un dato quantificabile, sorvegliabile, conservabile e monetizzabile. La raccolta di informazioni sugli utenti è alla base di monopoli che si espandono seguendo direttrici differenti e senza sostanziale possibilità di concorrenza effettiva. I dati per Srnicek svolgono “funzioni capitaliste chiave” che sorreggono la crescita di quelle che definiamo “piattaforme”, come Facebook, Google o Amazon, “caratterizzate dal fornire infrastrutture necessarie a mediare tra diversi gruppi di utenti, mostrando tendenze monopoliste spinte da effetti di rete”.

Tutto questo ha conseguenze anche per gli assetti di Internet, il cui futuro, per Srnicek, sarà caratterizzato da differenti direttrici potenziali: una ricerca sempre crescente di dati estraibili, e quindi di funzioni umane monitorabili alle quali fornire un servizio in cambio di informazioni; la necessità, per queste aziende, di posizionarsi di conseguenza come guardiane delle proprie posizioni dominanti; la convergenza dei mercati, che spinge queste aziende a concorrere per le stesse cose e una crescente presenza di ecosistemi chiusi e centralizzati. Non esattamente la Internet che ci aspettavamo agli albori.

“Credo che molte delle manifestazioni di entusiasmo e glorificazione di Internet e progetti connessi, come l’open source o la peer production, indicassero qualcosa di reale, individuando alcune dinamiche nuove della nostra situazione”, dice Nick Srnicek, intervistato da Il Tascabile. “Allo stesso tempo, però, hanno sottovalutato il potere delle gerarchie di potere tradizionali e delle strutture di cooptazione che negano efficacemente quelle stesse dinamiche. C’è stata, in generale, troppo poca enfasi sul potere. Questo ha significato che se alcune previsioni fatte da questi teorici nella fase iniziale sono diventate realtà – ad esempio, tutti noi ci dedichiamo a lavoro creativo gratuito nel nostro tempo libero – è stato invece ignorato il meccanismo che ha rivolto quell’ideale contro se stesso, e per questa ragione Facebook ora usa i nostri sforzi creativi come modo per attrarre inserzionisti e per affinare i suoi algoritmi. Sta diventando sempre più ovvio che il vecchio modo di produzione non se ne andrà senza combattere e che se gli aspetti di liberazione delle nuove tecnologie si dovranno realizzare, abbiamo bisogno di costruire una lotta collettiva.”

Di tutte le possibili conseguenze che il potere dei monopoli può avere su Internet, una delle più preoccupanti è che possa crearne uno sull’accesso stesso alla rete. Un problema che certamente va in parallelo con la raccolta dei dati, ma che è connesso con la volontà delle grandi aziende tech di diventare infrastrutture irrinunciabili da cui eventualmente far transitare lo svolgimento di attività fondamentali, compresa, ad esempio, la connessione a Internet. Questo processo espone a rischi significativi in termini di potenziale frammentazione della rete in ambienti chiusi e gestiti da poche entità private e monopolistiche. Un esempio di questa tendenza, citato da Srnicek, è il sempre più frequente scenario dove sono le aziende della Silicon Valley a farsi carico del “portare Internet” nei Paesi in via di sviluppo – come fa Facebook con il programma Free Basics, che nel 2016 raggiungeva 25 milioni di persone in tutto il mondo: “su un piano, questo ha a che vedere con i dati, perché queste imprese si posizionano come i gatekeeper [“guardiani”, n.d.r.] chiave di Internet”, spiega Srnicek, “ma l’aspetto più importante è il monopolio sull’accesso a Internet, che sta diventando un’infrastruttura chiave nella vita di tutti i giorni in tutto il mondo. Avere controllo su quell’accesso significa avere potere e la possibilità di estrarre un vastissimo ammontare di dati con cui rifornire i propri imperi”.

Per Srnicek il prossimo terreno di quelle che in Capitalismo digitale chiama “le grandi guerre delle piattaforme” sarà l’intelligenza artificiale, nell’accezione del machine learning , che ha bisogno di quanti più dati possibili per operare al meglio ed espandersi. Sulla base di questa nuova “corsa agli armamenti” “si esacerberanno le tendenze” che hanno caratterizzato l’evoluzione recente del capitalismo digitale, spiega Srnicek: “L’approccio corrente all’intelligenza artificiale si basa pesantemente su immensi quantitativi di dati. Più dati ha un’azienda, più saranno efficienti i suoi algoritmi e i servizi che potrà offrire. Il risultato è che questa azienda finirà per attrarre più utenti e per estrarre più dati, foraggiando un circolo vizioso che le consentirà di imporre barriere significative a qualsiasi forma di concorrenza. Potrebbe essere economicamente poco costoso mettere in piedi e gestire un’impresa di intelligenza artificiale, ma a meno che non si abbia accesso a dataset giganti, questa azienda sarà sempre debole in confronto ai maggiori protagonisti del suo settore. Non si tratta più di un settore tecnologico marginale, ma di qualcosa che in modo sempre più crescente organizza e guida le nostre vite di tutti i giorni. Come la proprietà dell’intelligenza artificiale viene centralizzata nelle mani di poche aziende, diventa nello stesso momento un aspetto pervasivo della nostra società.”

In un recente e molto discusso articolo per il Guardian, Nick Srnicek ha proposto l’ipotesi di dare alle grandi piattaforme una proprietà pubblica al fine di riprendere il controllo di Internet e delle infrastrutture digitali contemporanee e farle sfuggire a un futuro monopolistico e totalmente privatizzato che sembra ormai s inevitabile. Di fronte all’ascesa dell’intelligenza artificiale, proporre regolamentazioni ad hoc limitate nel loro scopo non servirà a molto, scriveva Srnicek in quel pezzo, dato che ci sono in gioco le infrastrutture fondamentali del ventunesimo secolo: “Dobbiamo considerare la proprietà pubblica come una questione più ampia della semplice nazionalizzazione”, spiega Srnicek, “dobbiamo ragionare in modo più fantasioso su cosa voglia dire ‘proprietà pubblica’ di una piattaforma. Il secondo punto chiave è la necessità di costruire delle barriere legali, politiche e tecniche tra la raccolta dei nostri dati e la sorveglianza di questi ultimi da parte dello stato. Ci siamo già riusciti con un sistema di comunicazione nazionalizzato: la posta. Dobbiamo, però, sviluppare degli strumenti e delle leggi che ci difendano dalla sorveglianza. E dobbiamo farlo indipendentemente da chi detiene le piattaforme.”

Al momento, qualora i segnali attuali si mantenessero così forti, il futuro di Internet sembrerebbe destinato a una costante espansione delle piattaforme capitaliste in qualsiasi ambito economico, scrive Srnicek. Qualcosa di estremamente differente rispetto a come si era immaginata la rete ai suoi albori e all’epoca dell’entusiasmo, un momento in cui sembrava che Internet avrebbe riscritto anche tutti i rapporti di forza dell’economia. Quello che occorre, al fine di non trovarci in un contemporaneo online completamente sotto il dominio di pochi monopoli, è la consapevolezza di quanto i dati non siano più solo la base del modello di business di queste piattaforme, ma uno degli elementi strutturanti del presente. Non è una questione che ha a che vedere solo con un ipotetico cyberspazio staccato dall’economia e dalla geopolitica, ma con il futuro complessivo della società del ventunesimo secolo.

* Fonte: IL TASCABILE

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