venerdì 20 gennaio 2017

LA MEGLIO RIFONDAZIONE CHE C'É. Le "Tesi alternative" di Dino Greco

[ 20 gennaio ]

EURO, UNIONE EUROPEA, SOVRANITÀ NAZIONALE E POPOLARE: LE TESI ALTERNATIVE DI DINO GRECO (nella foto)

Il Comitato politico nazionale del Prc, svoltosi il 14 e 15 gennaio scorsi, ha licenziato i documenti che saranno sottoposti alla discussione degli iscritti in vista del X° Congresso nazionale —che si svolgerà a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. Di contro al documento della maggioranza capeggiata da Paolo Ferrero— né uscita dell’Italia dall’Ue, né abbandono dell’euro, bensì disobbedienza ai trattati— il compagno Dino Greco (di cui avevamo due anni fa pubblicato le sue posizioni critiche) ha opposto delle Tesi alternative lucide sul piano dell'analisi e pienamente condivisibili sul piano strategico. 
Pubblichiamo qui la «TESI A». Un'altra dimostrazione che c'è vita a sinistra...


L’Europa, l’euro, la lotta contro i trattati europei e l’austerity

«Quando la dissoluzione della sovranità nazionale non mette capo ad una democrazia sovranazionale ma al dominio delle nazioni più forti, la rivendicazione della sovranità non è un regresso agli albori dell’assolutismo, ma un progresso verso la riconquista della democrazia»
(Mimmo Porcaro)

1. Sin dalla metà degli anni Settanta, il capitalismo ha abbandonato ogni velleità prometeica, di progresso universale, e ha rotto il compromesso post-bellico con la democrazia.

Nell’indirizzo al vertice della Commissione trilaterale del giugno ’91, David Rockefeller tracciò con chiarezza la nuova linea: “la sovranità sovranazionale di una élite intellettuale di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Più esplicitamente ancora si esprimerà la banca J.P. Morgan nel maggio del 2013 col noto documento in cui essa “suggerisce” di liquidare “le Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo”, poiché troppo permeate dalle idee socialiste, dalla eccessiva presenza di un movimento sindacale organizzato, da un ingombrante sistema di protezione sociale e da un sovraccarico di democrazia.

Per il capitale che si internazionalizza, che abbatte ogni frontiera e non riconosce altro statuto che quello insito nel suo codice genetico, lo Stato-nazione è il nemico da abbattere, perché lì e solo lì possono materializzarsi forze antagonistiche potenzialmente capaci di ostacolare il progetto di sussunzione al capitale di ogni rapporto economico, sociale, umano.

Portare la lotta “al livello del capitale” non significa dunque accettare il terreno di scontro ad esso più favorevole (quello di un’eterea, inafferrabile dimensione sovranazionale, nel nostro caso europea), ma di porsi rispetto ad esso in una posizione asimmetrica, costringendolo a calcare gli stivali nella “palude” degli stati nazionali, nella dimensione territoriale, cioè nei luoghi dove è concretamente possibile – nelle forme date – organizzare il conflitto e la resistenza contro le politiche di austerity.

L’ “unità minima” ove portare il conflitto antagonistico si identifica con lo Stato nazionale perché, nella situazione presente, solo esso può avere la forza di reperire – in piena coerenza con la legge fondamentale della Repubblica - i mezzi finanziari indispensabili per riattivare la mano pubblica, non in un recinto autarchico ma, al contrario, per ostacolare i movimenti destabilizzatori del capitale e aprire nuovi spazi cooperativi internazionali.

Occorre infatti non perdere di vista che l’Ue è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario; l’architettura monetarista che esso ha posto a suo fondamento serve a stabilizzare e “blindare” quel potere.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica che coinvolge la struttura economica (cioè il modello di accumulazione), i rapporti di proprietà, la sovrastruttura politica e giuridica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che rende coeso il blocco sociale dominante.

L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista con l’obiettivo di rendere permanente l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione indispensabile in una fase della storia in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire a offrire agli investimenti un adeguato rendimento.

Il livello dello stato nazionale e i vincoli costituzionali che ne plasmano la sovranità rappresentano per il capitale un ostacolo da rimuovere in quanto intrinsecamente contraddittori con quel progetto: un progetto non negoziabile perché ne va della stessa missione delle classi dominanti.

2. L’ordinamento comunitario, il combinato disposto dei trattati, è radicalmente antinomico rispetto a quello della Costituzione italiana del ’48 perché sovverte la gerarchia delle fonti del diritto, distruggendo sovranità popolare e indipendenza nazionale. Esso mira a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.

La Costituzione del ’48 non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 afferma con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.

La Costituzione – in termini di principio e prescrittivi – affida alla mano pubblica il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.

Ciò di cui si incarica la Costituzione è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.

Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.

Una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).

Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.

Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.

Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.

Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”. Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.

In conclusione: mentre la nostra Costituzione collocava lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.

La Costituzione pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.

3. La nostra linea di attacco deve sapere individuare l’anello debole della catena e il punto di maggiore fragilità dell’impianto è l’euro.

Trattati e moneta sono un tutto organico e l’euro svolge una fondamentale funzione di gerarchizzazione fra paesi creditori e paesi debitori, fra sud e nord, appunto attraverso la costruzione forzosa di un’unica area valutaria imposta ad economie del tutto diverse.

L’avere persuaso che la moneta è un elemento neutro nell’assetto capitalistico europeo è uno dei più stupefacenti successi ideologici delle classi dominanti.

Ora, delle due l’una: o disobbedire ai trattati ha un significato concreto, e allora comporta l’uscita dall’euro, oppure la disobbedienza si traduce in un puro atto propagandistico, in attesa di una palingenesi democratica dei popoli che, più o meno all’unisono, dovrebbero ad un certo punto decidere di liberarsi dalle proprie catene.

Se “noi non ci battiamo né per l’uscita dell’Italia dall’Ue, né per l’abbandono dell’euro”, la dichiarata intenzione di mettere in crisi l’Ue “attraverso forzature” si risolve in nulla perché nessun significativo atto di rottura è in realtà nella cifra della nostra politica.

Alle altisonanti affermazioni in base alle quali “l’Ue va rovesciata” in quanto quella gabbia “non è riformabile” dall’interno attraverso logiche emendative e va perciò “spezzata”, corrisponde nella pratica una strategia del tutto priva di mordente perché mentre si limita ad evocare la necessità di un accumulo di forze in vista di un futuro rovesciamento, paventa colossali contraccolpi economico-sociali ove le condizioni di una rottura si realizzassero sul serio in singoli paesi, trascurando che l’exit di un paese forte genererebbe una reazione a catena e la frana dell’intero edificio.

Nella impalpabilità di una linea convincente della sinistra di classe è la destra a candidarsi a ereditare il consenso popolare per indirizzarlo verso esiti reazionari, mentre noi veniamo ignorati o reclutati nel campo di un europeismo malpancista che tuona molto senza mai fare piovere.

“Mettere nel conto” la possibile “autocombustione” dell’euro in forza delle contraddizioni interne ai gruppi dominanti, subirla e basta, significherebbe relegarsi in una posizione di subalternità non recuperabile, a babbo morto, con improvvisazioni tattiche dell’ultima ora.




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giovedì 19 gennaio 2017

DOPO LA VITTORIA DEL NO: 22 GENNAIO ASSEMBLEA CON PAOLO MADDALENA

[ 19 gennaio ]

Si svolgerà domenica prossima a Roma l’assemblea nazionale «ATTUARE LA COSTITUZIONE – UN DOVERE INDEROGABILE», organizzata dalla Confederazione Sovranità Popolare e co-promossa da diverse soggettività politico-sociali, tra le quali Programma 101.

Di seguito il programma dei lavori, che saranno aperti dall’intervento di Paolo Maddalena, e il documento proposto come base della discussione.

Attuare la Costituzione 
Assemblea nazionale – Roma, Domenica 22 gennaio 2017
CENTRO CONGRESSI CAVOUR
Via Cavour 50/a (adiacente Stazione Termini) - sala Quirinale

Ordine dei lavori
– ORE 10,00 Registrazioni dei presenti
– ORE 10,30 Introduzione ai lavori della giornata
– ORE 10,40 Intervento di Paolo Maddalena
– ORE 11,00/13,00 Interventi degli iscritti a parlare
(gli interventi dovranno essere strettamente inerenti il documento dei lavori. La durata di ogni intervento sarà commisurata al numero degli interventi richiesti)

ORE 13,00 Prime riflessioni sugli interventi
ORE 13,30/14,30 Intervallo lavori
ORE 14,30/17,30 Inizio lavoro comune con la presenza di Paolo Maddalena
Un modello confederativo per l’attuazione della Costituzione
Proposta di metodologia e finalità dei Gruppi di Lavoro
Discussione e completamento del documento “Programma urgente”
Sottoscrizione del documento da parte degli aderenti
Proposte e decisioni sulle prime azioni comuni e definizione data secondo incontro
– ORE 17,30 Conclusioni

Per le adesioni occorre inviare una breve mail a: segreteriamaddalena@gmail.com, specificando se si aderisce a titolo personale o come organizzazione, ed in tal caso allegare una brevissima nota sull’organizzazione.
Ogni aderente può inviare un proprio documento che farà parte di un opuscolo Pdf. 
Per qualsiasi esigenza di contatto telefonico 333.49054905.
PROMOTORI:

Confederazione Sovranità Popolare – ALEF – Alternativa Riformista Umbria – Amicizia e Libertà –
Anadimi Onlus – Articolo 53 – Circoli Insieme Veneto – Comitato per il NO di Gubbio – Comitato per il NO Piegaro, Paciano e Panicale – Comitato Popolare Foligno Vota No – Comitato Popolare per il No Firenze – Comitato Popolare Perugia Vota No – CoNUP – Coordinamento dei Comitati per il No Valle del Serchio (Lucca) – Democrazia in Movimento – Federazione Solidarietà Popolare – Fondazione di Studi Celestiniani per la Pace – Iassem – Il Gabbiano – ImolaOggi.it – Megachip – Noi Sovrani – Osservatorio Molisano sulla Legalità – Pandora TV – Politici Cristiani – Programma 101 – Rigenerare la Democrazia


ADDENDUM

Programma urgente per l’attuazione
della Costituzione della Repubblica democratica Italiana
Assemblea nazionale – Roma, Domenica 22 gennaio 2017

. Quadro Generale di riferimento

La vittoria del No al referendum ha dimostrato che la maggioranza degli Italiani si è resa conto del fatto incontestabile che stiamo vivendo in un “sistema economico predatorio” (causato dal pensiero unico dominante del neoliberismo), che produce arricchimento per pochi (globalizzazione dei capitali) e impoverimento per molti (globalizzazione della miseria); mentre nei primi trenta anni del dopo guerra ci eravamo abituati ad un “sistema economico produttivo” (di stampo Keynesiano) che produceva la redistribuzione della ricchezza e il benessere di tutti.
La verità è che il pensiero neoliberista, che ha agito con estremo attendismo sin dagli inizi degli anni ottanta del secolo scorso (si pensi alla lettera di Andreatta a Ciampi, con la quale il Ministero del Tesoro sollevò la Banca d’Italia dall’obbligo di acquisire i buoni del Tesoro rimasti invenduti, causando l’innalzamento dei tassi di interesse sul libero mercato e l’aumento irrefrenabile del nostro debito pubblico), si è concretamente affermato con due “strumenti micidiali” per gli interessi economici della collettività: la “privatizzazione” dei beni e servizi pubblici da un lato, e la “creazione del danaro dal nulla” (“cartolarizzazioni” e “derivati”), dall’altro.
Basti pensare che sono stati privatizzati: le banche pubbliche (cosicché anche la Banca d’Italia è divenuta praticamente una banca privata), le industrie pubbliche (eliminandosi così il loro legame con il territorio e dando luogo alla loro delocalizzazione con conseguente perdita di posti di lavoro), ed inoltre: isole, montagne, tratti di spiaggia e numerosissimi immobili di carattere artistico e storico, mentre con la privatizzazione dei servizi si sono create delle vere e proprie “pompe aspiranti” della ricchezza nazionale, poiché i profitti sono andati a multinazionali, e cioè fuori dell’Italia.
Si tenga presente, inoltre, che con le “cartolarizzazioni” e i “derivati”, e cioè mediante la “finanziarizzazione” dei mercati, si è creata una ricchezza fittizia (di per sé causa di instabilità economica), della quale hanno fruito massimamente le banche e le multinazionali, i cui dissesti finanziari sono stati poi riversati sulla collettività.
E non sfugga che il passaggio della ricchezza nazionale dal “pubblico” (e cioè dalla proprietà collettiva del Popolo) al “privato” (e cioè alla proprietà privata) ha fatto in modo che nel mercato prevalessero di gran lunga gli interessi privati sugli interessi collettivi, di modo che sono oggi i privati che dettano legge ai Popoli e non più questi a porre le norme valevoli nei confronti di tutti.
In altri termini, si è avuto un capovolgimento ordinamentale nel senso che se prima era il diritto emanato dai Parlamenti che legiferava sull’economia, oggi è l’economia privatizzata che impone al diritto le norme da seguire.
Di conseguenza, le leggi dei governi succedutisi dal 1980 in poi, e specie negli ultimi anni, hanno protetto gli interessi economici delle imprese molto è più che quelli dei cittadini.
Non è più il principio di eguaglianza la stella polare del diritto, ma il maggior profitto dei singoli e delle imprese.
E ciò ha investito anche la legislazione europea, che sovente ha calpestato i diritti fondamentali dei Popoli a favore delle multinazionali e delle banche.
Insomma, la sovranità dei Popoli si è trasformata in una sovranità dei mercati, ai quali si deve, tra l’altro, la determinazione del livello dei prezzi, del valore delle monete e dell’ammontare dei tassi di interesse.
A questo punto appare chiaro che, se davvero si vuole il benessere collettivo dei Popoli e non il privilegio di pochi, diventa urgente e indispensabile, per un verso l’abrogazione delle varie leggi incostituzionali le quali hanno legittimato la creazione del danaro dal nulla (vedi allegato n. 1 “Aspetti finanziari”), e per altro verso la “restituzione” al Popolo della proprietà collettiva dei “fattori della produzione” (si possono alienare le merci, ma non le entità che le producono) unitamente alla gestione dei servizi pubblici essenziali. In tal modo lo Stato comunità tornerebbe ad essere un vero protagonista del mercato capace di risolvere qualsiasi crisi economica e qualsiasi attacco della speculazione finanziaria (vedi allegato n. 2 “Aspetti proprietari”).
L’imperativo categorico diventa, insomma, l’attuazione del Titolo terzo della Parte prima della Costituzione, dedicata ai “rapporti economici”, tenendo presente che, sia i Trattati internazionali, sia i Trattati europei, sono “norme interposte”, soggette al controllo di legittimità della Corte costituzionale.

Paolo Maddalena
. Allegati 1 e 2 (aperti alle proposte che giungeranno e che vedranno impegnati i gruppi di lavoro)
ALLEGATO 1

Aspetti finanziari

– Richiesta di abrogazione mediante adeguati strumenti giuridici delle seguenti leggi:
I) (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, che inserisce in Costituzione il “pareggio di bilancio”, il quale contrasta con “i principi supremi” della Costituzione che sono volti alla tutela della persona umana ed al progresso materiale e spirituale della società;
II) legge N. 130 del 1999, che in dispregio da quanto previsto dagli articoli 2003, 2008 e 2011 del codice civile, ha ammesso la cartolarizzazione dei diritti di credito (cioè dei debiti) creando una forte instabilità, e quindi i fallimenti di imprese e di banche che alla fine sono stati pagati dal popolo italiano;
III) legge N. 63 del 2002 che ha ammesso la cartolarizzazione degli immobili pubblici da vendere;
IV) legge 480 del 2001 (finanziaria 2002) che ha legalizzato i derivati;
– Decreto legge 133/2014 (Legge di conversione 11 novembre 2014, n. 164), Project Bond, e simili
– Azioni giudiziarie per la difesa dalle truffe e dalle manipolazioni di mercato perpetrate dalle istituzioni finanziarie internazionali
– Riforma radicale del sistema tributario che garantisca i principi di giustizia sociale, di uguaglianza sostanziale, di equità e progressività (Art.53 Cost.)

Allegato 2

Aspetti proprietari

– Richiesta di abrogazione mediante adeguati strumenti giuridici delle seguenti leggi:
I) legge del 1990 sulla privatizzazione delle banche;
II) legge del 1992 sulla privatizzazione dell’INA dell’ENI, dell’ENEL e dell’IRI;
III) leggi che hanno disposto la svendita degli immobili pubblici (stabilendo che l’inserimento nell’elenco di questi beni da vendere degli immobili pubblici artistici e storici cancella la loro demanialità e li fa diventare alienabili);
IV) leggi sulla liberalizzazione del commercio (come il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 – legge di liberalizzazione del settore elettrico);
V) decreto legge 133/2013 (“Imu-Bankitalia”) per quanto attiene alla rivalutazione delle quote in mano alle banche private per 7,5 miliardi di euro, pagata con le riserve della banca centrale stessa
– Sostegno per l’approvazione da parte del Parlamento della proposta di legge Di Benedetto-Mannino, per l’attuazione dell’Art.42 della Costituzione, anche tramite progetto di legge iniziativa popolare
– Abrogazione del Decreto legislativo N. 85 del 2010 “Federalismo Demaniale” per quanto riguarda la parte che prevede l’alienazione dei demani idrico, marittimo, minerario e culturale
– Nazionalizzazione delle banche salvate con denaro pubblico, conversione in banca pubblica della CDP e previsione di un piano straordinario di credito alla micro, piccola e media impresa
– Blocco delle privatizzazioni, salvataggio e nazionalizzazione delle aziende operanti nei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, sanità, trasporti)
– Sostegno ai Comuni che si stanno muovendo per l’acquisizione dei beni abbandonati al patrimonio comunale, invitando tutti i Comuni italiani a seguire l’esempio del Comune di Napoli e del Comune di San Giorgio di Pesaro
– Azioni giudiziarie per il recupero dei beni svenduti o privatizzati

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MENO MALE CHE C'É IL COMPAGNO XI JINPING di Carlo Formenti

[ 19 gennaio ]

Proprio ieri segnalavamo il discorso del Presidente cinese al summit di Davos, vero e proprio cenacolo della ierocrazia del capitalismo mondiale neoliberista. Gli iniziati presenti si sono sbellicati le mani per applaudire l'apologia della globalizzazione capitalista svolta da Xi Jinping. Formenti torna sull'argomento, e ci va giù duro...

Davos, il tiranno Xi Jinping campione del nuovo ordine globale contro la marea "populista"

Meno male che c’è il compagno Xi Jinping: questo il mantra che politici, giornalisti e intellettuali europei recitano in coro dopo il discorso del presidente cinese a Davos. L’uomo che fino a ieri dipingevano come l’incarnazione del peggiore totalitarismo, oltre che come il più pericoloso concorrente nella corsa all’egemonia sui mercati globali, è improvvisamente divenuto il loro eroe, il campione delle leggi della libera concorrenza contro l’usurpatore Trump, la “traditrice” Theresa May e il principe del male Vladimir Putin.

Quale migliore prova del fatto che le litanie sulla democrazia delle élite occidentali non sono (né sono mai state) altro che una maschera dietro la quale nascondono i loro obiettivi di dominio politico ed economico sul resto del mondo? Il guaio dell’Europa è che, per lei, questi obiettivi, malgrado la potenza della locomotiva tedesca che guida manu militari il trenino Ue, possono essere realizzati solo sotto lo scudo della leadership politica e militare degli Stati Uniti, per cui ora, di fronte alla svolta anti europea e anti Nato di Trump, gli alleati del Vecchio Continente sono letteralmente in preda al panico, al punto da ammettere quello che da decenni vanno dicendo i critici marxisti del neoliberismo, cioè che il divorzio fra capitalismo e democrazia è fatto compiuto da almeno trent’anni. Quanto era già stato chiarito con la riduzione della Grecia a paese semicoloniale, culmine di un processo di espropriazione della sovranità popolare e nazionale a danno di tutti i popoli europei, viene ora ribadito con la nomina del tiranno Xi Jinping a campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”.

Ma a Davos c’è stato un altro acting out: in un empito di resipiscenza “buonista” i cacicchi che guardano il mondo dall’alto hanno riconosciuto che le batoste politiche subite nell’ultimo anno sono l’effetto collaterale dei livelli intollerabili di disuguaglianza che loro stessi hanno contribuito a creare: qualche mese fa si era detto che i 62 uomini più ricchi del pianeta possiedono la metà delle risorse mondiali, ora abbiano saputo che per realizzare il record ne bastano otto! Tutta brava gente, beninteso, dedita alla beneficienza nei confronti dei miliardi di pezzenti che lottano per sopravvivere ai loro piedi. Peccato che la beneficienza non basti più e che l’incazzatura cominci a montare dal basso; e peccato che non bastino più nemmeno le professioni di correttezza politica, come se le concessioni di diritti individuali e civili e l’adozione di un linguaggio pseudo femminista, “tollerante” e benevolente verso tutte le forme di diversità non fosse più in grado di far dimenticare le pratiche criminali di liquidazione dei diritti sociali che le classi subordinate avevano conquistato a costo di dure lotte.

Così, correndo qua e là come un branco di scarafaggi colti dall’improvvisa apparizione di piedi umani minacciosi, politici, finanzieri, imprenditori, accademici, giornalisti si agitano e corrono alla ricerca di un mobile sotto cui infilarsi e anche la credenza cinese diventa promessa di porto sicuro.

A fare tristezza è il fatto che in quel branco di insetti troviamo anche diversi (per fortuna non tutti) esponenti di una “sinistra radicale” che, più che di tradimento, appare colpevole di idiozia: incapace di leggere la natura politica (crollo sistemico di consenso e legittimazione) più che economica della crisi in corso, incapace di riconoscere la rabbia popolare e di assumerne la direzione (oggi in mano al populismo di destra, con poche eccezioni come quelle di Podemos in Europa e dei regimi bolivariani in America Latina), incapace di capire che solo lottando per riconquistare la sovranità popolare e nazionale si possono creare le condizioni di una riscossa delle classi subalterne, insegue improbabili progetti di riforma di una Europa agonizzante in cerca di nuovi protettori. Non è la lezione del tiranno antioperaio Xi Jinping che dovrebbe ispirarci la Cina, bensì la saggezza del vecchio detto maoista “bastonare il cane che affoga”.

* Fonte: Micromega

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DEFLAZIONE: CHI LA VUOLE? E PERCHÉ? di Thomas Fazi

[ 19 gennaio ]

L’Istat ha recentemente certificato che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959. Nell’anno appena terminato, i prezzi hanno registrato una variazione negativa dello 0,1 per centro rispetto al 2015. Era dal 1959, quando la flessione fu dello 0,4 per cento, che non accadeva. Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una manna dal cielo in tempo di crisi – beni e servizi a prezzi più accessibili, ottimo no? – è invece la cartina di tornasole della crisi profondissima in cui versa il nostro paese, quella che il governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito «la recessione più profonda e duratura nella storia d’Italia».

La deflazione – con la quale s’intende una caduta generalizzata dei prezzi – è causata dal crollo della domanda aggregata e in particolar modo dei consumi, che infatti in Italia sono tornati ai livelli di trent’anni fa. A questo le imprese reagiscono riducendo il personale e tagliando i salari nonché, appunto, i prezzi. Il che, ovviamente, non fa che deprimere ulteriormente la domanda. E così via, in una spirale distruttiva da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. Quali siano le conseguenze sull’economia reale lo ha spiegato bene Giovanni Vecchi, professore di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, sulle colonne di Repubblica: «Aumentano le diseguaglianze sociali e viene penalizzato chi è indebitato, che sia una famiglia o un’impresa. L’economia così invece di crescere va indietro. E sono i più poveri e quelli che vivono di lavoro a pagare il prezzo più alto».

Come nota Vecchi, la deflazione ha un effetto collaterale potenzialmente catastrofico: in uno scenario deflazionistico diventa sempre più difficile per le famiglie e le imprese far fronte ai debiti, perché i prezzi e i redditi calano ma il valore nominale del debito rimane inalterato (e dunque il suo valore reale aumenta). Questo – sommato alle imprese che sono costrette a chiudere: in Italia sono più di 100mila le imprese che sono fallite dall’inizio della crisi – fa ovviamente lievitare le sofferenze bancarie, ossia i crediti erogati a soggetti che sono poi diventati insolventi (o inesistenti), mettendo in crisi il settore bancario. L’Italia è una caso esemplare: l’ammontare delle sofferenze bancarie italiane è oggi pari all’incredibile somma di 360 miliardi di euro circa. Tra gli istituti più colpiti figurano, com’è noto, il Monte dei Paschi di Siena e altre banche “storiche”, per tenere a galla le quali il governo ha recentemente stanziato – in un’operazione tutt’altro che limpida – ben 20 miliardi di euro.

Nota infine Guglielmo Forges Davanzati che «il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale». Tutto questo, come abbiamo detto, ha origine nel crollo della domanda interna verificatosi in Italia negli ultimi anni. E non poteva essere altrimenti, dopo sei anni di austerità fiscale(riduzione della domanda pubblica), svalutazione interna (riduzione dei salari e dunque della domanda privata) e “riforme strutturali” in salsa europea (riduzione delle tutele dei lavoratori, vedasi Jobs Act e affini), e più in generale dopo vent’anni di “convergenza” verso i criteri (intrinsecamente deflattivi) di Maastricht[1].

Che queste politiche avrebbero determinato una depressione della domanda aggregata (e dunque dell’inflazione, con pesanti ricadute sull’economia nel suo complesso) era ovvio, giacché la riduzione della domanda – al fine, seconda la narrazione ufficiale, di ridurre il disavanzo di partite correnti dei paesi della periferia e rendere queste economie più competitive – era (ed è) precisamente lo scopo di queste politiche. Come dichiarò Mario Monti in un’intervista alla CNN: «Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».

Non si è trattato di un errore di percorso, insomma, ma di una strategia deliberata. Non a caso l’economista britannico Mark Blyth definisce l’austerità fiscale e salariale una forma di «deflazione volontaria» (“svalutazione interna” e “deflazione interna” sono infatti sinonimi). Allo stesso modo, era altrettanto ovvio che la politica di quantitative easing della Bce non avrebbe avuto pressoché alcun impatto sull’economia reale e di certo non sarebbe riuscita a compensare gli effetti depressivi delle politiche di austerità.

Basta dare una rapida scorsa all’evoluzione delle retribuzioni in Europa negli ultimi anni per rendersi conto degli effetti drammatici di questa “cura letale”. Secondo dati dell’OCSE elaborati da Jan Zilinsky, tra il 2007 e il 2014 il reddito da lavoro (e dunque il potere d’acquisto) del lavoratore medio è diminuito del 50 per cento in Grecia, del 30 per cento in Spagna, del 19 per cento in Portogallo e del 14 per cento in Italia. Per i lavoratori a basso reddito le cose sono andate ancora peggio: -70 per cento in Grecia e Spagna, -60 per cento in Portogallo, -35 per cento in Italia[2]. E poi ci si sorprende che l’inflazione cali, fino a lasciare il posto alla deflazione?

Fanno dunque sorridere – per non dire altro – le lacrime di coccodrillo di quei commentatori che hanno taciuto sulle politiche messe in campo negli ultimi anni (quando non le hanno entusiasticamente sostenute) e ora chiedono al governo di «intervenire» per combattere la deflazione, come se questa fosse l’effetto di una calamità naturale o al massimo dell’“inazione” del governo, e non il risultato di politiche che avevano come obiettivo esattamente quello di ottenere la deflazione (interna) attraverso la svalutazione salariale. Obiettivo che possiamo considerare pienamente centrato e di cui il governo sembra andare alquanto fiero, tanto che una recente brochure del Ministero dello Sviluppo Economico invitava gli stranieri a investire in Italia proprio in virtù degli stipendi più bassi della media europea.

Che sia chiaro: le cosiddette riforme strutturali, rivolte soprattutto all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” e alla riduzione della contrattazione collettiva – di cui le manifestazioni più lampanti in Italia sono stati il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 – sono parte integrante di questa strategia di svalutazione interna. È fin troppo evidente, infatti, che una maggiore flessibilità e precarizzazione del lavoro – che favorisce contratti precari, riduce le tutele sul lavoro e facilita i licenziamenti – permette alle aziende di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui salari, deprimendo ulteriormente la domanda[3]. Persino un osservatore solitamente pacato come Gad Lerner al tempo della discussione intorno al Jobs Act ipotizzò che la riforma fosse «un passaggio preliminare mirato al drenaggio di altre risorse dalle buste paga dei lavoratori» e più precisamente «a una decurtazione complessiva dei redditi da lavoro dipendente», all’interno di un più ampio «ridisegno complessivo del nostro sistema economico».

Nota l’economista francese Michel Husson che le trasformazioni che sono avvenute sul mercato del lavoro in Italia e altrove negli ultimi anni «non sono il prodotto di sviluppi spontanei» ma sono il risultato dell’attuazione di riforme strutturali relative all’organizzazione dei mercati del lavoro il cui «obiettivo è decentralizzare al massimo la contrattazione collettiva per avvicinarla il più possibile alle realtà delle imprese e aggiustare la progressione dei salari ai risultati di redditività di ogni singola impresa». Offrire alle imprese maggiore facilità di licenziamento rappresenta un elemento cruciale – anch’esso pienamente realizzato – di questa strategia.

Un’indagine sui salari condotta dalla Banca centrale europea mostra infatti come il 10 per cento dei datori di lavoro europei trovi più facile “regolare l’occupazione” oggi di quanto non lo fosse nel 2010. Come si può vedere nel seguente grafico, questa percentuale è particolarmente elevata (30 per cento o più) nei paesi più colpiti da queste riforme come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Per quanto riguarda l’Italia, solo un mese fa l’Osservatorio sul precariato dell’Inps riportava che i licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentati del 28 per cento.

Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato emerge con chiarezza come la deflazione – in Italia e altrove – non sia un incidente di percorso quanto piuttosto un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Non crederemo davvero che ora saranno quegli stessi governi a tirarci fuori dal disastro che hanno pianificato a tavolino?

NOTE

1. Già nel lontano 1978 Luigi Spaventa, al tempo deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, previde con straordinaria lucidità le conseguenze dell’imminente ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna».

2. Il dato si riferisce sia al lavoro salariato che al lavoro autonomo, per cui è probabile che il dato sia parzialmente “falsato” da un aumento vertiginoso del lavoro nero tra i lavoratori autonomi.

3. Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste nessuna correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita economica ed occupazionale. E l’Italia ne è la dimostrazione evidente: a partire dalla legge Treu del 1997, sono state approvate nel nostro paese ben nove riforme del mercato del lavoro, di cui sette negli ultimi sette anni, col risultato che oggi l’Ocse riconosce all’Italia il pregio di essere il paese che ha maggiormente flessibilizzato il mercato del lavoro tra i paesi industrializzati. A tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul Pil.

* Fonte: EuNews il 9/1/2017 e Senso Comune

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mercoledì 18 gennaio 2017

IL CONTO DI RENZI (E QUELLO DELL'EURO) di Emmezeta

[ 18 gennaio ]

Come volevasi dimostrare i nodi stanno venendo al pettine. Prima le banche, adesso la richiesta europea di una manovra correttiva da 3,4 miliardi. Poi arriverà il conto più grosso: rimanda, rimanda, non si sa bene come il governo vorrà disinnescare per il 2018 la "clausola di salvaguardia" sottoscritta con l'UE, la bellezza di 19,5 miliardi annui da ricavare da un maxi-aumento dell'IVA dal 22 al 25%.

Il recupero di due decimali di pil sul deficit 2017 (dal 2,4% previsto dal governo, al 2,2% chiesto dalla Commissione) a Bruxelles lo chiamano apertamente il "conto di Renzi". Un conto che gli eurocrati avevano lasciato in sospeso solo per favorire il "sì" al referendum. Poi, passata la festa (che peraltro per lorsignori festa non è stata), gabbato lo Santo. Ed il conto è arrivato.

Ora il governo fotocopia di Gentiloni non sa come venirne a capo. Dire troppo platealmente "signorsì" equivarrebbe ad una clamorosa figuraccia sia per l'attuale esecutivo che per quello precedente. Sarebbe come ammettere il trucchetto di aver abbellito la Legge di bilancio solo a scopo propagandistico. D'altra parte dire invece "signornò" non appare affatto più semplice. Primo, perché ci vorrebbe almeno un briciolo di quel coraggio che notoriamente chi non ce l'ha (guardate la faccia di Gentiloni e valutate...) non può darselo. Secondo, perché in quel caso a Bruxelles sembrano decisi ad avviare la cosiddetta "procedura d'infrazione", per poi arrivare magari ad una bella multa all'Italia.

Insomma, le furbate di Renzi, fatte di rinvii, clausole straordinarie, "riforme" vendute come miracolose, sgomitate per strappare qualche zerovirgola, sono davvero arrivate al capolinea. E questo per due motivi: all'interno la fragorosa sconfitta del disegno controriformatore sancita dal voto del 4 dicembre; all'esterno la necessità della dirigenza eurista (tedesca in particolare) di mostrare il ghigno di chi niente concede in vista delle elezioni dell'autunno prossimo in Germania.

Fin qui la partita sul "conto di Renzi", che se non altro ci parla una volta di più dell'irresponsabilità e dell'avventurismo del soggetto in questione. Ma c'è ovviamente qualcosa di più. E questo qualcosa di più si chiama euro.

Il fatto è che austerità, stagnazione, moneta unica e sopraffazione da parte dei padroni tedeschi sono tutte facce dello stesso problema.

In assenza di un'unica politica fiscale e di bilancio, l'euro non può reggere senza che si raggiunga almeno la convergenza dei debiti. Lo strumento all'uopo pensato è il fiscal compact. Ma il fiscal compact proprio non funziona, perché l'ulteriore scellerata austerità che richiederebbe fa a pugni con l'esigenza di provare almeno ad uscire dalla stagnazione. Tutto ciò è fin troppo evidente, e l'Unione Europea è ormai diventato il luogo dove si trattano i modi per svicolare alle regole che essa stessa si è data (la famosa "flessibilità"). Il problema è che gli interessi si fanno sempre più divergenti. Ad un blocco tedesco che punta alla disciplina di bilancio costi quel che costi, si contrappongono sempre più chiaramente gli interessi dei paesi dell'area mediterranea che questa disciplina non possono accettarla, pena la completa distruzione delle proprie economie.

In questo quadro il caso italiano è senza dubbio quello decisivo. E la risposta alla richiesta della nuova manovra da 3,4 miliardi sarà una sorta di cartina di tornasole su quel che bolle in pentola nel sempre più manifesto processo di disgregazione dell'Unione Europea.

Alla lettera ufficiale della Commissione arrivata ieri al Ministero dell'Economia (ma la notizia è nota da giorni) non c'è ancora risposta. Gentiloni avrebbe espresso un certo "disappunto", mentre Padoan ha detto che "la priorità rimane la crescita". E' chiaro come il governo proverà ad attenuare il problema, cercando di rimandare il tutto ad impegni più rigorosi nel DEF di aprile, senza quindi mettere ora mano (entro febbraio, sembrerebbe chiedere Bruxelles) ad un decreto legge con nuovi tagli e/o maggiori tasse.

Vedremo. Quel che è certo è lo smarrimento che si coglie nella classe dirigente italiana. E pensare che i due decimali di pil in questione sono pressoché niente rispetto ad altri tre problemi che si annunciano all'orizzonte: 1. gli interventi pubblici per fare fronte alla crisi bancaria (non c'è solo Mps); 2. il prossimo rapporto europeo sul debito, che potrebbe portare ad un'altra "procedura d'infrazione"; 3. l'enorme lascito della "clausola di salvaguardia" per il 2018, con in ballo (come già detto all'inizio) un aumento dell'IVA di 19,5 miliardi annui.

Insomma, se il "conto di Renzi" è arrivato, facendo definitivamente giustizia delle stupidaggini del Bomba, quello dell'euro —che il Paese paga da quando vi è entrato— sta giungendo alle sue conseguenze ultime e letali.

Il tempo stavolta stringe davvero: o la rapida uscita dalla gabbia europea; o il commissariamento sine die del nostro Paese, al servizio di quali interessi è cosa nota.
Chi ne è consapevole agisca di conseguenza.

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DAVOS: LA CINA COME BALUARDO DELLA GLOBALIZZAZIONE

[ 18 gennaio]

Ieri, al summit di Davos, dove ogni anno si riuniscono i padroni del mondo, è stata la volta del Presidente cinese Xi Jinping. Ricevuto in pompa magna egli ha svolto un discorso di ben un'ora —che riportiamo per intero più sotto.



Alan Friedman, sul Corriere della Sera di ieri, descriveva bene l'atmosfera di questa rimpatriata di super oligarchi:
«Un anno fa, al vertice economico annuale di Davos, l’élite mondiale della finanza e della politica aveva le idee molto chiare: Donald Trump non sarebbe mai potuto arrivare alla Casa Bianca, i britannici avrebbero votato contro la Brexit e la globalizzazione era la forza più benevola della storia dell’umanità. L’ordine mondiale liberale significava commercio libero, mercati aperti, libero movimento delle persone e un impegno comune per affrontare i problemi del clima. Quest’anno i delegati a Davos si trovano invece davanti a una crisi, che per certi versi assomiglia a una crisi esistenziale. La loro religione della globalizzazione appare screditata, almeno secondo i leader emergenti negli Usa e Europa. L’élite mondiale ha perso il bandolo della matassa mentre le vittime degli effetti negativi della globalizzazione si sono fatte sentire al seggio elettorale».
Ci ha pensato il Presidente cinese a tirar su il morale dei miliardari e delle teste d'uovo del capitalismo mondiale ivi riuniti. Xi Jinping non si è infatti limitato a svolgere una difesa d'ufficio della politica interna del Partito al potere in Cina. 
Alle più prestigiose testate del capitalismo occidentale non è sfuggito quale fosse il cuore del lungo discorso: egli ha fatto una vera e propria apologia della globalizzazione, del libero commercio, della libera circolazione di capitali e merci. 
Sentiamo:
 «Serve coraggio per nuotare nell'oceano aperto, se hai paura affondi. Noi cinesi abbiamo accettato e affrontato i mercati mondiali e abbiamo imparato a nuotare. Ogni tentativo di tagliare i flussi degli scambi internazionali e chiuderli in laghetti o ruscelli è destinato a fallire. Nessuno può vincere in una guerra commerciale».
Quindi una condanna senza mezzi termini di ogni politica protezionistica da parte degli stati. Il tutto ovviamente ammantato dalla più pie e demagogiche intenzioni, dal pianto di coccodrillo per le crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali e regionali, dall'invocazione di una globalizzazione dal volto umano.
Come scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi, l'accoglienza degli astanti è stata entusiastica, anzi essi si sono spellati le mani:
«Migliaia di manager della finanza o dell'industria con redditi di milioni o decine di milioni l'anno hanno risposto con applausi ripetuti e a scena aperta. Si sarebbe quasi detto che davvero il leader del mondo economicamente libero è Xi Jinping».
A nessuno è sfuggito quali fossero i bersagli di Xi Jinping, uno in particolare: il neopresidente americano D. Trump. Non solo la nuova amministrazione USA. I vertici cinesi sono ben consapevoli che in tutto l'Occidente si vanno rafforzando le resistenze se non proprio l'opposizione alla globalizzazione economica.
Xi Jinping ha detto ai convenuti che possono contare sul regime cinese come sentinella di ultima istanza dell'attuale regime di globalizzazione capitalista e, aggiungiamo noi, imperialista.

IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE XI JINPING, PRONUNCIATO A DAVOS IL 16 GENNAIO 2017


I’m delighted to come to beautiful Davos. Though just a small town in the Alps, Davos is an important window for taking the pulse of the global economy. People from around the world come here to exchange ideas and insights, which broaden their vision. This makes the WEF annual meeting a cost-effective brainstorming event, which I would call “Schwab economics”.

“It was the best of times, it was the worst of times.” These are the words used by the English writer Charles Dickens to describe the world after the Industrial Revolution. Today, we also live in a world of contradictions. On the one hand, with growing material wealth and advances in science and technology, human civilization has developed as never before. On the other hand, frequent regional conflicts, global challenges like terrorism and refugees, as well as poverty, unemployment and widening income gap have all added to the uncertainties of the world.

Many people feel bewildered and wonder: What has gone wrong with the world?

To answer this question, one must first track the source of the problem. Some blame economic globalization for the chaos in the world. Economic globalization was once viewed as the treasure cave found by Ali Baba in The Arabian Nights, but it has now become the Pandora’s box in the eyes of many. The international community finds itself in a heated debate on economic globalization.

Today, I wish to address the global economy in the context of economic globalization.

The point I want to make is that many of the problems troubling the world are not caused by economic globalization. For instance, the refugee waves from the Middle East and North Africa in recent years have become a global concern. Several million people have been displaced, and some small children lost their lives while crossing the rough sea. This is indeed heartbreaking. It is war, conflict and regional turbulence that have created this problem, and its solution lies in making peace, promoting reconciliation and restoring stability. The international financial crisis is another example. It is not an inevitable outcome of economic globalization; rather, it is the consequence of excessive chase of profit by financial capital and grave failure of financial regulation. Just blaming economic globalization for the world’s problems is inconsistent with reality, and it will not help solve the problems.

From the historical perspective, economic globalization resulted from growing social productivity, and is a natural outcome of scientific and technological progress, not something created by any individuals or any countries. Economic globalization has powered global growth and facilitated movement of goods and capital, advances in science, technology and civilization, and interactions among peoples.

But we should also recognize that economic globalization is a double-edged sword. When the global economy is under downward pressure, it is hard to make the cake of global economy bigger. It may even shrink, which will strain the relations between growth and distribution, between capital and labor, and between efficiency and equity. Both developed and developing countries have felt the punch. Voices against globalization have laid bare pitfalls in the process of economic globalization that we need to take seriously.

As a line in an old Chinese poem goes, “Honey melons hang on bitter vines; sweet dates grow on thistles and thorns.” In a philosophical sense, nothing is perfect in the world. One would fail to see the full picture if he claims something is perfect because of its merits, or if he views something as useless just because of its defects. It is true that economic globalization has created new problems, but this is no justification to write economic globalization off completely. Rather, we should adapt to and guide economic globalization, cushion its negative impact, and deliver its benefits to all countries and all nations.

There was a time when China also had doubts about economic globalization, and was not sure whether it should join the World Trade Organization. But we came to the conclusion that integration into the global economy is a historical trend. To grow its economy, China must have the courage to swim in the vast ocean of the global market. If one is always afraid of bracing the storm and exploring the new world, he will sooner or later get drowned in the ocean. Therefore, China took a brave step to embrace the global market. We have had our fair share of choking in the water and encountered whirlpools and choppy waves, but we have learned how to swim in this process. It has proved to be a right strategic choice.

Whether you like it or not, the global economy is the big ocean that you cannot escape from. Any attempt to cut off the flow of capital, technologies, products, industries and people between economies, and channel the waters in the ocean back into isolated lakes and creeks is simply not possible. Indeed, it runs counter to the historical trend.


The history of mankind tells us that problems are not to be feared. What should concern us is refusing to face up to problems and not knowing what to do about them. In the face of both opportunities and challenges of economic globalization, the right thing to do is to seize every opportunity, jointly meet challenges and chart the right course for economic globalization.

At the APEC Economic Leaders’ Meeting in late 2016, I spoke about the necessity to make the process of economic globalization more invigorated, more inclusive and more sustainable. We should act pro-actively and manage economic globalization as appropriate so as to release its positive impact and rebalance the process of economic globalization. We should follow the general trend, proceed from our respective national conditions and embark on the right pathway of integrating into economic globalization with the right pace. We should strike a balance between efficiency and equity to ensure that different countries, different social strata and different groups of people all share in the benefits of economic globalization. The people of all countries expect nothing less from us, and this is our unshirkable responsibility as leaders of our times.

Ladies and Gentlemen,

Dear Friends,

At present, the most pressing task before us is to steer the global economy out of difficulty. The global economy has remained sluggish for quite some time. The gap between the poor and the rich and between the South and the North is widening. The root cause is that the three critical issues in the economic sphere have not been effectively addressed.

First, lack of robust driving forces for global growth makes it difficult to sustain the steady growth of the global economy. The growth of the global economy is now at its slowest pace in seven years. Growth of global trade has been slower than global GDP growth. Short-term policy stimuli are ineffective. Fundamental structural reform is just unfolding. The global economy is now in a period of moving toward new growth drivers, and the role of traditional engines to drive growth has weakened. Despite the emergence of new technologies such as artificial intelligence and 3-D printing, new sources of growth are yet to emerge. A new path for the global economy remains elusive.

Second, inadequate global economic governance makes it difficult to adapt to new developments in the global economy. Madame Christine Lagarde recently told me that emerging markets and developing countries already contribute to 80 percent of the growth of the global economy. The global economic landscape has changed profoundly in the past few decades. However, the global governance system has not embraced those new changes and is therefore inadequate in terms of representation and inclusiveness. The global industrial landscape is changing and new industrial chains, value chains and supply chains are taking shape. However, trade and investment rules have not kept pace with these developments, resulting in acute problems such as closed mechanisms and fragmentation of rules. The global financial market needs to be more resilient against risks, but the global financial governance mechanism fails to meet the new requirement and is thus unable to effectively resolve problems such as frequent international financial market volatility and the build-up of asset bubbles.

Third, uneven global development makes it difficult to meet people’s expectations for better lives. Dr. Schwab has observed in his book The Fourth Industrial Revolution that this round of industrial revolution will produce extensive and far-reaching impacts such as growing inequality, particularly the possible widening gap between return on capital and return on labor. The richest one percent of the world’s population own more wealth than the remaining 99 percent. Inequality in income distribution and uneven development space are worrying. Over 700 million people in the world are still living in extreme poverty. For many families, to have warm houses, enough food and secure jobs is still a distant dream. This is the biggest challenge facing the world today. It is also what is behind the social turmoil in some countries.

All this shows that there are indeed problems with world economic growth, governance and development models, and they must be resolved. The founder of the Red Cross Henry Dunant once said, “Our real enemy is not the neighboring country; it is hunger, poverty, ignorance, superstition and prejudice.” We need to have the vision to dissect these problems; more importantly, we need to have the courage to take actions to address them.

First, we should develop a dynamic, innovation-driven growth model. The fundamental issue plaguing the global economy is the lack of driving force for growth.Innovation is the primary force guiding development. Unlike the previous industrial revolutions, the fourth industrial revolution is unfolding at an exponential rather than linear pace. We need to relentlessly pursue innovation. Only with the courage to innovate and reform can we remove bottlenecks blocking global growth and development.

With this in mind, G-20 leaders reached an important consensus at the Hangzhou Summit, which is to take innovation as a key driver and foster new driving force of growth for both individual countries and the global economy. We should develop a new development philosophy and rise above the debate about whether there should be more fiscal stimulus or more monetary easing. We should adopt a multipronged approach to address both the symptoms and the underlying problems. We should adopt new policy instruments and advance structural reform to create more space for growth and sustain its momentum. We should develop new growth models and seize opportunities presented by the new round of industrial revolution and digital economy. We should meet the challenges of climate change and aging population. We should address the negative impact of IT application and automation on jobs. When cultivating new industries and new forms models of business models, we should create new jobs and restore confidence and hope to our peoples.

Second, we should pursue a well-coordinated and inter-connected approach to develop a model of open and win-win cooperation. Today, mankind has become a close-knit community of shared future. Countries have extensive converging interests and are mutually dependent. All countries enjoy the right to development. At the same time, they should view their own interests in a broader context and refrain from pursuing them at the expense of others.

We should commit ourselves to growing an open global economy to share opportunities and interests through opening-up and achieve win-win outcomes. One should not just retreat to the harbor when encountering a storm, for this will never get us to the other shore of the ocean. We must redouble efforts to develop global connectivity to enable all countries to achieve inter-connected growth and share prosperity. We must remain committed to developing global free trade and investment, promote trade and investment liberalization and facilitation through opening-up and say no to protectionism. Pursuing protectionism is like locking oneself in a dark room. While wind and rain may be kept outside, that dark room will also block light and air. No one will emerge as a winner in a trade war.

Third, we should develop a model of fair and equitable governance in keeping with the trend of the times. As the Chinese saying goes, people with petty shrewdness attend to trivial matters, while people with vision attend to governance of institutions. There is a growing call from the international community for reforming the global economic governance system, which is a pressing task for us. Only when it adapts to new dynamics in the international economic architecture can the global governance system sustain global growth.

Countries, big or small, strong or weak, rich or poor, are all equal members of the international community. As such, they are entitled to participate in decision-making, enjoy rights and fulfill obligations on an equal basis. Emerging markets and developing countries deserve greater representation and voice. The 2010 IMF quota reform has entered into force, and its momentum should be sustained. We should adhere to multilateralism to uphold the authority and efficacy of multilateral institutions. We should honor promises and abide by rules. One should not select or bend rules as he sees fit. The Paris Agreement is a hard-won achievement which is in keeping with the underlying trend of global development. All signatories should stick to it instead of walking away from it as this is a responsibility we must assume for future generations.

Fourth, we should develop a balanced, equitable and inclusive development model. As the Chinese saying goes, “A just cause should be pursued for common good.”Development is ultimately for the people. To achieve more balanced development and ensure that the people have equal access to opportunities and share in the benefits of development, it is crucial to have a sound development philosophy and model and make development equitable, effective and balanced.

We should foster a culture that values diligence, frugality and enterprise and respects the fruits of hard work of all. Priority should be given to addressing poverty, unemployment, the widening income gap and the concerns of the disadvantaged to promote social equity and justice. It is important to protect the environment while pursuing economic and social progress so as to achieve harmony between man and nature and between man and society. The 2030 Agenda for Sustainable Development should be implemented to realize balanced development across the world.

A Chinese adage reads, “Victory is ensured when people pool their strength; success is secured when people put their heads together.” As long as we keep to the goal of building a community of shared future for mankind and work hand in hand to fulfill our responsibilities and overcome difficulties, we will be able to create a better world and deliver better lives for our peoples.

Ladies and Gentlemen,

Dear Friends,

China has become the world’s second largest economy thanks to 38 years of reform and opening-up. A right path leads to a bright future. China has come this far because the Chinese people have, under the leadership of the Communist Party of China, blazed a development path that suits China’s actual conditions.

This is a path based on China’s realities. China has in the past years succeeded in embarking on a development path that suits itself by drawing on both the wisdom of its civilization and the practices of other countries in both East and West. In exploring this path, China refuses to stay insensitive to the changing times or to blindly follow in others’ footsteps. All roads lead to Rome. No country should view its own development path as the only viable one, still less should it impose its own development path on others.

This is a path that puts people’s interests first. China follows a people-oriented development philosophy and is committed to bettering the lives of its people. Development is of the people, by the people and for the people. China pursues the goal of common prosperity. We have taken major steps to alleviate poverty and lifted over 700 million people out of poverty, and good progress is being made in our efforts to finish building a society of initial prosperity in all respects.

This is a path of pursuing reform and innovation. China has tackled difficulties and met challenges on its way forward through reform. China has demonstrated its courage to take on difficult issues, navigate treacherous rapids and remove institutional hurdles standing in the way of development. These efforts have enabled us to unleash productivity and social vitality. Building on progress of 30-odd years of reform, we have introduced more than 1,200 reform measures over the past four years, injecting powerful impetus into China’s development.

This is a path of pursuing common development through opening-up. China is committed to a fundamental policy of opening-up and pursues a win-win opening-up strategy. China’s development is both domestic and external oriented; while developing itself, China also shares more of its development outcomes with other countries and peoples.

China’s outstanding development achievements and the vastly improved living standards of the Chinese people are a blessing to both China and the world. Such achievements in development over the past decades owe themselves to the hard work and perseverance of the Chinese people, a quality that has defined the Chinese nation for several thousand years. We Chinese know only too well that there is no such thing as a free lunch in the world. For a big country with over 1.3 billion people, development can be achieved only with the dedication and tireless efforts of its own people. We cannot expect others to deliver development to China, and no one is in a position to do so. When assessing China’s development, one should not only see what benefits the Chinese people have gained, but also how much hard effort they have put in, not just what achievements China has made, but also what contribution China has made to the world. Then one will reach a balanced conclusion about China’s development.

Between 1950 and 2016, despite its modest level of development and living standard, China provided more than 400 billion yuan of foreign assistance, undertook over 5,000 foreign assistance projects, including nearly 3,000 complete projects, and held over 11,000 training workshops in China for over 260,000 personnel from other developing countries. Since it launched reform and opening-up, China has attracted over $1.7 trillion of foreign investment and made over $1.2 trillion of direct outbound investment, making huge contribution to global economic development. In the years following the outbreak of the international financial crisis, China contributed to over 30 percent of global growth every year on average. All these figures are among the highest in the world.

The figures speak for themselves. China’s development is an opportunity for the world; China has not only benefited from economic globalization but also contributed to it. Rapid growth in China has been a sustained, powerful engine for global economic stability and expansion. The inter-connected development of China and a large number of other countries has made the world economy more balanced. China’s remarkable achievement in poverty reduction has contributed to more inclusive global growth. And China’s continuous progress in reform and opening-up has lent much momentum to an open world economy.

We Chinese know only too well what it takes to achieve prosperity, so we applaud the achievements made by others and wish them a better future. We are not jealous of others’ success; and we will not complain about others who have benefited so much from the great opportunities presented by China’s development. We will open our arms to the people of other countries and welcome them aboard the express train of China’s development.

Ladies and Gentlemen,

Dear Friends,

I know you are all closely following China’s economic development, and let me give you an update on the state of China’s economy. China’s economy has entered what we call a new normal, in which major changes are taking place in terms of growth rate, development model, economic structure and drivers of growth. But the economic fundamentals sustaining sound development remain unchanged.

Despite a sluggish global economy, China’s economy is expected to grow by 6.7 percent in 2016, still one of the highest in the world. China’s economy is far bigger in size than in the past, and it now generates more output than it did with double-digit growth in the past. Household consumption and the services sector have become the main drivers of growth. In the first three quarters of 2016, added value of the tertiary industry took up 52.8 percent of the GDP and domestic consumption contributed to 71 percent of economic growth. Household income and employment have steadily risen, while per unit GDP energy consumption continues to drop. Our efforts to pursue green development are paying off.

The Chinese economy faces downward pressure and many difficulties, including acute mismatch between excess capacity and an upgrading demand structure, lack of internal driving force for growth, accumulation of financial risks, and growing challenges in certain regions. We see these as temporary hardships that occur on the way forward. And the measures we have taken to address these problems are producing good results. We are firm in our resolve to forge ahead. China is the world’s largest developing country with over 1.3 billion people, and their living standards are not yet high. But this reality also means China has enormous potential and space for development. Guided by the vision of innovative, coordinated, green, open and shared development, we will adapt to the new normal, stay ahead of the curve, and make coordinated efforts to maintain steady growth, accelerate reform, adjust economic structure, improve people’s living standards and fend off risks. With these efforts, we aim to achieve medium-high rate of growth and upgrade the economy to higher end of the value chain.

— China will strive to enhance the performance of economic growth. We will pursue supply-side structural reform as the general goal, shift the growth model and upgrade the economic structure. We will continue to cut overcapacity, reduce inventory, deleverage financing, reduce cost and strengthen weak links. We will foster new drivers of growth, develop an advanced manufacturing sector and upgrade the real economy. We will implement the Internet Plus action plan to boost effective demand and better meet the individualized and diverse needs of consumers. And we will do more to protect the ecosystem.

— China will boost market vitality to add new impetus to growth. We will intensify reform efforts in priority areas and key links and enable the market to play a decisive role in resources allocation. Innovation will continue to feature prominently on our growth agenda. In pursuing the strategy of innovation-driven development, we will bolster the strategic emerging industries, apply new technologies and foster new business models to upgrade traditional industries; and we will boost new drivers of growth and revitalize traditional ones.

— China will foster an enabling and orderly environment for investment. We will expand market access for foreign investors, build high-standard pilot free trade zones, strengthen protection of property rights, and level the playing field to make China’s market more transparent and better regulated. In the coming five years, China is expected to import $8 trillion of goods, attract $600 billion of foreign investment and make $750 billion of outbound investment. Chinese tourists will make 700 million overseas visits. All this will create a bigger market, more capital, more products and more business opportunities for other countries. China’s development will continue to offer opportunities to business communities in other countries. China will keep its door wide open and not close it. An open door allows both other countries to access the Chinese market and China itself to integrate with the world. And we hope that other countries will also keep their door open to Chinese investors and keep the playing field level for us.

— China will vigorously foster an external environment of opening-up for common development. We will advance the building of the Free Trade Area of the Asia Pacific and negotiations of the Regional Comprehensive Economic Partnership to form a global network of free trade arrangements. China stands for concluding open, transparent and win-win regional free trade arrangements and opposes forming exclusive groups that are fragmented in nature. China has no intention to boost its trade competitiveness by devaluing the RMB, still less will it launch a currency war.

Over three years ago, I put forward the “Belt and Road” initiative. Since then, over 100 countries and international organizations have given warm responses and support to the initiative. More than 40 countries and international organizations have signed cooperation agreements with China, and our circle of friends along the “Belt and Road” is growing bigger. Chinese companies have made over $50 billion of investment and launched a number of major projects in the countries along the routes, spurring the economic development of these countries and creating many local jobs. The “Belt and Road” initiative originated in China, but it has delivered benefits well beyond its borders.

In May this year, China will host in Beijing the Belt and Road Forum for International Cooperation, which aims to discuss ways to boost cooperation, build cooperation platforms and share cooperation outcomes. The forum will also explore ways to address problems facing global and regional economy, create fresh energy for pursuing inter-connected development and make the “Belt and Road” initiative deliver greater benefits to people of countries involved.

Ladies and Gentlemen,

Dear Friends,

World history shows that the road of human civilization has never been a smooth one, and that mankind has made progress by surmounting difficulties. No difficulty, however daunting, will stop mankind from advancing. When encountering difficulties, we should not complain about ourselves, blame others, lose confidence or run away from responsibilities. We should join hands and rise to the challenge. History is created by the brave. Let us boost confidence, take actions and march arm-in-arm toward a bright future.

Thank you.

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