ROMA, 25 APRILE, ASSEMBLEA DELLA CONFEDERAZIONE

martedì 25 aprile 2017

UN ORDINE NUOVO di Moreno Pasquinelli

[ 25 aprile ]

Il discorso con cui questa mattina, a Roma, sono stati aperti i lavori dell'assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale



A nome del Coordinamento nazionale della CLN vi ringrazio per essere qui presenti. Mi auguro che questa assemblea serva a convincervi che malgrado la crisi drammatica che il nostro Paese attraversa, tutto è ancora possibile, che nessuno sconforto è giustificato, che non debbono esserci dubbi sul fatto che la nostra pattuglia si troverà sulla prima linea quando suonerà l’ora, non giunta ancora, della battaglia cruciale.

Non a caso abbiamo scelto, per riunirci, il 25 aprile. 72 anni fa l’Italia si liberava dal giogo del fascismo e dell’occupazione nazista. Proprio nel fuoco della guerra partigiana —che non fu solo di liberazione nazionale, che fu guerra civile e per certi versi anche guerra di classe— il popolo italiano, ricollegandosi alle sue migliori tradizioni spirituali e politiche, seppe riprendersi la dignità perduta e riconfermò che esso era non solo una sgangherata moltitudine ma una nazione, ovvero una comunità con un’identità storica ed ideale ed un comune destino. Non ci fosse stata la lotta partigiana, fossimo stati “liberati” solo dagli eserciti alleati, avremmo sì avuto uno Stato, ma senz’anima, uno Stato senza popolo.

Se il nostro Paese vive un momento storico drammatico, se la Repubblica è scossa alle fondamenta, è anche perché le classi dominanti, seguendo un impulso che hanno connaturato, hanno implorato l’ingresso di potenze straniere per consolidare il loro dominio e soggiogare il nostro popolo. Quest’aiuto non poteva essere gratuito. L’Unione a trazione tedesca ha chiesto e ottenuto la cessione di quote decisive di sovranità politica. L’altro ieri inviavano lanzichenecchi, ieri SS e carri armati, oggi l’invasione (altro che quella degli immigrati!) si manifesta in altre forme. Nel capitalismo-casinò in versione ordoliberista le nazioni si asserviscono infatti con nuove e micidiali armi di distruzione di massa: togliendo loro le leve della politica monetaria e di bilancio, che occorre riprenderci; con sofisticate speculazioni finanziarie che occorre impedire e che hanno nelle borse i loro santuari; nella rimozione di ogni ostacolo giuridico, che invece dobbiamo ripristinare, alle scorribande del capitalismo predatorio; in meccanismi di governance che privano i parlamenti di ogni effettiva supremazia sul decisore politico.

Non stanno quindi solo all’esterno i nostri nemici, ce li abbiamo dentro casa, sono gli strati superiori della borghesia i quali, con ogni sorta di intrighi e lusinghe, sostenuti da una casta di furfanti politici, aiutano i loro compari stranieri a depredare il Paese delle sue risorse, collaborano con loro nell’affamare la maggioranza del popolo e nell’affossare la Repubblica e le sue istituzioni. Hanno avuto il loro tornaconto, un miserabile strapuntino nel treno blindato ma senza freni della globalizzazione.

Non c’è salvezza per l’Italia finché questa classe di plutocrati disfattisti guiderà il Paese, finché non sarà ripristinato l’ordine costituzionale, ovvero non solo una democrazia formale ma sociale, dove l’eguaglianza non sia solo un formale guscio vuoto, ma sia anche sostanziale, quindi sociale.

Siamo dunque nazionalisti come affermano i nostri avversari? No che non lo siamo. Rifuggiamo anzi da ogni vanagloria nazionale. Ai nostalgici dello sciovinismo fascista e razzista come ai corifei del globalismo cosmopolitico, noi opponiamo lo stesso orgoglio patriottico che dopo l’8 settembre del 1943, spinse tanti giovani a diventare partigiani e la cui lotta diede i preziosi frutti della Repubblica e della Costituzione. Il nostro è un patriottismo repubblicano, costituzionale, democratico; che date le condizioni disperate che vive il Paese è patriottismo rivoluzionario, poiché solo con una rivoluzione democratica, nazionale e popolare l’Italia potrà risorgere nuovamente. Una rinascita che potrà esserci solo a patto che la grande maggioranza del popolo, passi dall’indignazione e dalla delega a improbabili sacerdoti dell’onestà, alla protesta attiva e consapevole. Quello nostro, per quanto abbia solide radici, non è un patriottismo passatista, è vivente, abita nelle battaglie di chi sta in basso, di cui l’ultima folgorante manifestazione è quella delle maestranze di Alitalia, le quali, dopo anni di umiliazioni e vessazioni, hanno trovato la forza del riscatto e dell’orgoglio proletario votando in massa NO ad un accordo infame già sottoscritto dai sindacati gialli, cosiddetti confederali.

Chi comanda ci accusa per questo di fomentare il disordine politico e i contrasti sociali. Noi rovesciamo l’accusa: voi, scardinando l’ordinamento costituzionale avete causato un caos politico e istituzionale senza precedenti! Voi, con il vostro crudele accanimento terapeutico neoliberista avete spinto al massimo la discordia e l’odio sociali! Peggio, per deviare l’insorgenza popolare che punta dritto contro di voi ed il vostro mondo tossico, state congiurando per scatenare una guerra tra i poveri. Siamo qui per impedirvelo, per togliervi la maschera progressista dietro la quale nascondete la vostra natura disumana. Noi siamo quelli che ristabiliranno l’ordine, ma un ordine nuovo, solido perché fondato sul consenso democratico, che voi non avete e non avrete mai più. Un ordine fondato sui vincoli di solidarietà e appartenenza alla comunità, sull’emancipazione dei più deboli, sulla sicurezza come protezione dei diritti sociali.

Non è il successo del No che abbiamo ottenuto il 4 dicembre che ci possa mettere al riparo dal disastro. Abbiamo solo respinto l’ennesima offensiva di chi comanda, che ora approfitta della tregua per riordinare le fila, trovare un nuovo varco per scardinare le nostre difese. All’erta dunque dobbiamo stare! Consapevoli che nessuna forza democratica, da sola, potrà evitare di essere travolta.

Ecco la ragione per cui abbiamo dato vita alla Confederazione, per dare un esempio, per sperimentare una via che aiuti l’unità delle forze democratiche ed antiliberiste. L’acronimo è CLN, una sigla impegnativa, che ci riporta appunto ai Comitati di Liberazione nazionale che sorsero nella Resistenza, che erano anche una forma di contropotere popolare e che per questo, tra la fine del 1945 e gli inizi del 1946, le rinascenti forze reazionarie, riuscirono ben presto a smantellare.

Non ci montiamo la testa per essere riusciti a dare vita alla CLN. Ci consideriamo tuttavia un lievito senza cui il pane della liberazione non si fa. Ci consideriamo una minoranza creativa, coloro che con le idee e l’esempio aiuteranno alla nascita di un blocco patriottico costituzionale che dovrà prima o poi strappare il governo dalle mani dell’oligarchia.Conosciamo i nostri limiti, ma non siamo affetti dal morbo del settarismo, non abbiamo paura, non temiamo il confronto, né con chi ci è vicino, né tantomeno con chi ci è lontano. Non ci appartiene l’ossessione della contaminazione. Non ci faremo chiudere in un recinto, sappiamo che per raggiungere la meta sarà necessario non solo convincere gli indecisi ma persuadere chi oggi sta nel campo avversario.

Lasciatemi concludere con quanto scriveva il martire la cui memoria serbiamo nei nostri cuori, Antonio Gramsci:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Non restate dunque alla finestra amici e compagni, non siamo qui a chiedervi aiuto. Vi esortiamo invece a gettare il vostro corpo nella mischia, come protagonisti quindi, a combattere, a migliorare voi stessi, a credere in voi stessi. Poiché solo chi crede in sé stesso, può essere d’esempio per tanti altri.

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ALITALIA: DOPO LA VITTORIA CAMPALE

[ 25 aprile ]

Ore 00:20

Un autentico terremoto, non solo sindacale, politico.

La Vittoria dei NO è non solo rotonda, è schiacciante, ben oltre il 50% di cui stanno cianciando le agenzie in questi minuti.

A Milano 700 NO contro circa 150 SI.
A Malpensa 278 NO e 39 SI.
A Linate 698 NO e 153 SI.
A Napoli la vittoria è anche lì clamorosa.
Solo a Torino i SI hanno vinto per due voti in più.
Su Roma non ci sono ancora i dati definitivi ma i NO hanno stravinto, anche tra il personale di terra (solo nel seggio degli impiegati di Fiumicino il SI ha avuto il sopravvento). Vittoria piena del No anche al call center della Magliana. Mancano i risultati del personale di pista di Fiumicino e degli scali periferici (malgrado il rischio sempre presente di brogli). Ma poco possono cambiare oramai.

Secondo i nostri calcoli il No è complessivamente attorno al 70%.

Un risultato che non lascia adito a dubbi. Già nel pomeriggio, quando evidentemente i confederali sapevano quale sarebbe stato l'andazzo, Gentiloni riuniva d'urgenza i ministri Poletti, Del Rio e Calenda i quali portano sulle loro spalle, assieme ai sindacati confederali, la principale responsabilità di un accordo vergognoso che scaricava sui lavoratori le conseguenze di una gestione catastrofica della compagnia.

Con che faccia ora i confederali, brutalmente delegittimati, chiedono di riaprire la trattativa? 

Con che faccia i ministri Qui Quo Qua (alias: Poletti, Del Rio e Calenda) pretendono di restare al loro posto dopo che un giorno sì e l'altro pure han detto che non c'era alternativa alla loro porcheria?
Mentana della vergogna!


Se avessero un barlume di dignità dovrebbe dimettersi, invece, con sfrontata protervia, lasciano trapelare che avalleranno la decisione dell'azienda di portare i libri in tribunale e avviare la procedura liquidatoria, contestualmente alla cessione 'spezzatino' degli asset della compagnia e migliaia di licenziamenti. Il loro bluff va smascherato!

I lavoratori dopo questo splendido scatto di orgoglio, dopo che con coraggio han votato NO malgrado le intimidazioni, le minacce ed il vero e proprio clima di terrore, non possono tuttavia dormire sonni tranquilli. E' vero che nonostante le prime scomposte reazioni di azienda e governo questi sono entrambi più deboli, e che le condizioni per portare a casa un grande risultato sono migliori, ma proprio ora la battaglia diventa più dura. 

Più dura, non più complicata. 

Quattro sono ora i principali comandamenti:

Primo: nessun libro in tribunale oppure si bloccheranno a oltranza Fiumicino e tutto il trasporto aereo nazionale.

Secondo: si riapra la trattativa, ma al tavolo niente confederali ma delegazioni democraticamente elette dai lavoratori.

Terzo: nazionalizzare e rilanciare ALITALIA, o comunque l'ingresso dello Stato come socio principale della compagnia.

Quarto: nessun licenziamento, nessun esubero e reintegro dei precari che ne hanno diritto, visto che solo con loro Alitalia può essere salvata e rilanciata.


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lunedì 24 aprile 2017

ALITALIA: REFERENDUM COL BOTTO?

[ 24 aprile ]

Fiumicino, ore 20:30.

In Alitalia si sta ultimando lo spoglio delle urne. 

La vittoria del No all'accordo-infame sembra schiacciante. 

Lo avevamo detto che l'aria che tirava era buona, che rabbia più dignità dei lavoratori avrebbero travolto azienda, governo e confederali. 

Tuttavia dobbiamo aspettare prima di cantare vittoria. Lo spoglio delle urne del personale di terra di Fiumicino (5mila passa votanti) è appena cominciato. E' proprio tra i colleghi di terra che sembrava fare più presa il ricatto dell'azienda, è a terra che i bonzi confederali, grazie alla paura, pareva avessero l'egemonia.

Ci sentiamo dunque più tardi.

Ma se davvero avremo una vittoria del NO sarà un terremoto, non solo per i corsari dell'azienda e i servi di CGIl, CISL e UIL. Come abbiamo detto, il ciclone dovrà travolgere Calenda e Del Rio.

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CARO FASSINA, PROPRIO NON CI SIAMO di Emmezeta

[ 24 aprile ]


Della serie: «chi va con lo zoppo impara a zoppicare»

Sul senso generale del voto francese ha già scritto Piemme. Sulle cose più importanti da lui segnalate c'è senz'altro il risultato di Mélenchon, ed ancor più il rifiuto del candidato di France Insoumise  di arruolarsi, in nome dell'anti-lepenismo, in quell'Union sacrèe che si appresta ad incoronare l'uomo delle oligarchie e dell'alta finanza, il liberista ed eurista al cubo Emmanuel Macron.

Curioso a dirsi, ma proprio il politico italiano che aveva maggiormente sponsorizzato Mélenchon in Italia, e cioè Stefano Fassina, non ha retto neppure lo spazio d'un mattino prima di consegnare alla storia il più classico degli autogol: la richiesta al francese di firmare il suo atto di sottomissione alle élite con una dichiarazione di voto a favore di Macron.

Ora, se da un lato siamo convinti che Jean-Luc Mélenchon, forte peraltro di un buon 19,5% (gli sono mancati solo due punti percentuali per arrivare al ballottaggio), non prenderà certo ordini da Fassina, dall'altro non si può tacere la scivolata di quest'ultimo.

Nel momento in cui dovrebbe essere chiaro che i voti a France Insoumise sono venuti in larga parte proprio in virtù di un programma capace di parlare ad ampie fasce popolari, grazie al legame tra una forte connotazione di classe e l'assunzione della questione nazionale, a Mélenchon si chiede adesso un plateale dietrofront.

Davvero non ci sono parole per commentare una simile presa di posizione. Certo, è noto che ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare. Ma Fassina, proprio per la sua recente vicenda politica, dovrebbe aver capito che certe rotture non si fanno a metà, perché così facendo non si va da alcuna da parte. E, nell'attuale panorama francese, il riflesso pavloviano dell'«antifascismo» davvero non può giustificare una simile capitolazione.

Ma per una resa (quella di Mélenchon) che crediamo non ci sarà, l'intervista di Fassina preannuncia invece in maniera chiarissima la direzione di marcia di una Sinistra Italiana (con la maiuscola o senza) che proprio non ce la fa a staccarsi dalle élite globaliste.



PS - Certo, Fassina non è il solo. Lasciando qui perdere i sinistrati che hanno nel marchio la loro vocazione alla subalternità - non solo gli ex Sel, ma tutti quelli che hanno tanto amato il centrosinistra e che vorrebbero ardentemente la sua resurrezione - troviamo oggi nel coro del voto a Macron anche personaggi meno sospettabili come Aldo Giannuli. Che dire? L'idiozia politica vive davvero un gran momento!

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NON È LA FRANCIA CHE INDICA LA VIA di Piemme

[ 24 aprile ]

Mentre in rete fioccano le scemenze, i media di regime colgono l'essenza del risultato uscito dalle urne francesi: scampato pericolo! 

Le classi e le èlite dominanti di fede eurista non esultano ma possono tirare un sospiro di sollievo: lo sfondamento della Le Pen, nonostante il marasma sociale e malgrado il crollo dei due tradizionali blocchi sistemici (post-gollista e socialista), non c'è stato.

Il successo della grande borghesia francese —quella che dopo l'inglese ha nel sangue il più alto tasso di veleni finanziari ma che a differenza dell'inglese non ha alcuna intenzione di spezzare il matrimonio con quella tedesca— è anzi doppio. Ha contenuto l'avanzata del Front national con quello che potremmo definire un trucco geniale: tirando fuori dal suo cilindro il coniglietto addomesticato di Macron, dando a bere la menzogna che egli sarebbe un uomo politico nuovo, anti-establishment, europeista ma patriottico, populista ma progressista.

Nessuno, quattro mesi fa avrebbe scommesso un soldo bucato sulla vittoria di questo uomo di plastica. Ingegno degli strateghi del marketing politico, intelligenza delle classi dominanti francesi. Chapeau!

Emmanuel Macron, certo grazie ai meccanismi elettorali ed istituzionali infami della V. Repubblica gollista —la Francia avrà un Presidente che ha ottenuto meno di un quarto dei consensi— è già virtualmente Presidente di Francia. Le urne non erano ancora chiuse che i due tradizionali poli sistemici (la destra posto-gollista e il blocco socialista e comunista) hanno già assicurato che sosterranno l'uomo della plutocrazia eurista francese.

Il candidato che avremmo votato se fossimo stati francesi, Jean Luc Mélenchon, avrà tanti limiti ma almeno si è rifiutato di farsi intruppare nell'Union sacrée. Va a suo merito. Ci vuole coraggio in Francia, dopo decenni di satanizzazione del Front National, per respingere l'appello di regime all'embrassons-nous. Tra i fatti nuovi del quadro politico francese questo è forse quello più
promettente: la nascita di uno schieramento populista INDIPENDENTE (France Insoumise) che tiene assieme patriottismo e vocazione socialista, la dimensione della dignità nazionale-popolare con la lotta di classe. Che siano i giovani il motore del successo di Mélenchon fa ben sperare. 
Un fenomeno importante, che da fastidio ai sinistrati europeisti, italiani anzitutto, e che suscita l'ira di tanti imbecilli (vedi riquadro a destra) che gridano... al "rossobrunismo".

Le classi dominanti francesi non si illudano tuttavia di potere tirare i remi in barca. Il loro gioco di prestigio col coniglietto Macron ha funzionato ma il sistema bipolare su cui si è fondata la V. Repubblica non c'è più. Mentre la crisi sociale è sempre lì, e l'Unione europea a trazione tedesca continua a fare acqua da ogni parte. 

Per quanto quello francese sia un sistema a monarchia elettiva, il Re nulla può senza un Parlamento addomesticato e una solida e servile maggioranza. Macron non l'avrà. Il nuovo sistema quadripolare (tutto il mondo è paese nel marasma europeo) è destinato per sua natura all'instabilità e questa si rovescerà nella nuova assemblea legislativa —altro che governance!

Morale della favola: i dominanti l'hanno sfangata guadagnando tempo prezioso ma la Francia entra con tutti e due i piedi nel pantano.

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domenica 23 aprile 2017

ALITALIA: E SE VINCONO I "NO"? di Sandokan

[ 23 aprile ]

Quel che sta accadendo in Alitalia è di una gravità enorme.

Quelli che comandano, autorizzati da governo, banche e sindacati confederali, l'hanno portata nuovamente al collasso. 

Altro che "incompetenza" del management! ce l'hanno portata deliberatamente, allo scopo di mettere le maestranze con le spalle al muro, così da obbligarle ad accettare condizioni salariali e normative le peggiori d'Europa.

Il Sinedrio dei banchieri ha chiesto a Pilato (il governo di Gentiloni) di spedire sulla Croce le maestranze incolpevoli per salvare Barabba (gli azionisti vecchi e nuovi). I sindacati confederali hanno scelto la loro parte nella tragedia, quella dei centurioni che accompagnano i lavoratori sulla Via Crucis.

Ma, c'è un ma... 

Potrebbe accadere l'impensabile. 
Chissà che il copione già scritto da Lorsignori non subisca uno stravolgimento, che non avvenga un colpo di scena finale. 
Chissà che le maestranze, malgrado le tante cadute, non si ribellino proprio poco prima dell'undicesima stazione, il referendum della crocifissione.

I lavoratori, stanchi di subire vessazioni e umiliazioni, sull'onda di una coraggiosa guerriglia, che in queste settimane ha sfidato l'accerchiamento del potente esercito campale nemico, potrebbero, con uno scatto di orgoglio, depositare nelle urne del referendum in corso una valanga di NO al cosiddetto "accordo" azienda-governo-sindacati.

O adesso o mai più. 
O la vita o morte! 
Sono tanti i lavoratori consapevoli che una volta inchiodati alla croce non ci sarà per loro alcuna resurrezione. 

La schiera dei beccamorti, pur di vincere, ha scatenato contro i lavoratori una vera e propria offensiva del terrore. 
Ministri della Repubblica come Carlo Calenda e Graziano del Rio hanno minacciato: "L'alternativa all'accordo raggiunto non c'è, non esiste". 
Gli hanno fatto eco non solo il presidente designato di Alitalia Lugi Gubitosi, ma i Giuda confederali. 
Ha affermato la segretaria della CISL Annamaria Furlan:
«Se dovesse vincere il NO avremmo una grande compagnia in meno e 20 mila disoccupati in più». Come se non bastasse, addirittura ad urne aperte, è sceso ieri in campo il filisteo Presidente del Consiglio Gentiloni: «So bene che ai dipendenti vengono chiesti sacrifici, ma so che senza l’intesa sul nuovo piano industriale l’Alitalia non potrà sopravvivere».

Vergogna! 
Simili sfrontati ricatti non si erano mai visti. Non giunse a tanto nemmeno la FIAT di Marchionne in occasione del referendum del gennaio 2011 in cui la FIOM venne battuta per il rotto della cuffia.

Il clima e le condizioni in cui i dipendenti Alitalia sono chiamati in questa ore a votare sono ben peggiori di allora. 
Non solo la campagna di intimidazione che continua davanti ai seggi da parte degli ascari di CGIl, CISL e UIL. 
Non solo le minacce fisiche al sindacalista della CUB, Fabio Frati che capeggia la resistenza. 
Forti sono i rischi di brogli visto che ai compagni viene impedito di presidiare i seggi.

Tranne rare eccezioni, come quella di Stefano Fassina e Luigi Di Maio i politici si sono girati dall'altra parte, nessuno ha avuto il coraggio, né di schierarsi dalla parte delle maestranze in lotta, né di ribadire che una soluzione c'è, quella, come affermato da Antonio Amoroso e scritto da Fabio Frati di rinazionalizzare Alitalia.

Concludo ribadendo quanto ho già scritto, che la vicenda Alitalia non è solo strategica, e non tira in ballo solo la dignità dei lavoratori, è una metafora del dramma che vive il nostro Paese:
«C'è in questa battaglia per nazionalizzare Alitalia, una cosa ancora più importante. Siamo davanti al fatto che un pezzo del mondo del lavoro inizia ad avere la consapevolezza che chi tira i fili dell'economia di questo Paese è una consorteria di parassiti, di ladroni, di banditi che mentre vogliono ridurre allo stato schiavistico chi lavora, azzannano lo Stato per papparsi le sue ricchezze. Una cosca di furfanti che si spacciano per "imprenditori", che in nome della globalizzazione e del mercato, perseguono il disegno di smembrare lo Stato e di sfasciare la nazione. E nello svolgere questa funzione disfattista essi godono del pieno e servile appoggio della multicolore casta dei politicanti».
Forse quello mio, che vincano i NO, è solo un sogno, una vana speranza. 
Forse. 
Ma se questo accadrà non solo verrebbe smascherato il bluf di banche, azionisti e governo —Alitalia vivrà, e verrà fuori che in barba ai diktat dell'eurocrazia liberista "la nazionalizzazione è la sola soluzione" e la dignità di chi lavora non sarà calpestata —, avremmo un terremoto non solo sindacale ma politico, destinato a travolgere pure il governo, con due ministri, Calenda e Del Rio che loro sì che risulterebbero essere "esuberi" e dovrebbero andare a casa. 

Che venga un altro 4 dicembre!

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