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venerdì 23 giugno 2017

DOVE VA EUROSTOP di Programma 101

[ 23 giugno 2017 ]

Il 1 luglio Eurostop svolgerà la sua "assemblea costituente". Da coordinamento di organismi politici e sindacali prova a diventare un vero e proprio movimento politico unitario.
Pubblichiamo il documento con cui Programma 101, spiega perché non aderisce al nuovo soggetto politico.




Perché i nostri compagni non confluiranno in Eurostop

«Cari compagni di Eurostop,

ci sembra doveroso, alle porte dell’assemblea costituente del 1 luglio che sancirà la nascita di Eurostop come nuovo movimento politico, spiegarvi perché non ne faremo parte.

Il nostro non è un commiato, al contrario. Nelle forme che insieme dovremo concordare ci auguriamo di conservare con il nuovo movimento politico, ai livelli locali ed a quello nazionale, relazioni fraterne e di mutua collaborazione, a partire dalla battaglia per riconsegnare al nostro Paese e al suo popolo la loro sovranità costituzionale, quindi per l’uscita dall’Unione europea.

Le ragioni che ci impediscono di confluire nel nuovo Eurostop sono di natura politica e programmatica, ma c’è un dissenso sul metodo sin qui seguito su cui vogliamo spendere due parole.


Riguardo al metodo

Sappiamo bene che è difficile trovare punti di alti di consenso programmatico e assetti organizzativi inclusivi viste le numerose soggettività politiche che diedero vita al coordinamento  Eurostop. Il gruppo dirigente ristretto raccolto attorno a Giorgio Cremaschi non c’è riuscito. Si poteva fare molto meglio. Un gruppo che si trova alla guida di un coordinamento tra più organizzazioni, alle quali si chiede infine di cedere quote di sovranità da devolvere ad un unico e nuovo movimento politico — passaggio simboleggiato dalla norma dell’adesione individuale in stile SYRIZA— , deve dimostrare non solo di maneggiare pensieri complessi e dimostrare saggezza politica, deve considerare tutte le voci, tanto più quelle critiche, rifuggire da ogni spirito burocratico. Ciò non è accaduto. 


Le nostre proposte —sulla “identità” e la forma del soggetto nascente, sulle alleanze, sul programma di fase per un largo blocco sociale anti-liberista e anti-oligarchico— non sono state accolte e, quel che è peggio, non sono state nemmeno prese in considerazione. Nessuna risposta, nessun commento, niente di niente — ci riferiamo in particolare, oltre ai tanti interventi, orali e via mail, alle note sul programma di Leonardo Mazzi del 19 aprile ed alla Lettera aperta di Moreno Pasquinelli del 13 maggio. Neanche altri contributi, non meno argomentati dei nostri, hanno ricevuto una risposta. A questo punto è per noi del tutto irrilevante se ciò sia dipeso da noncuranza teorica o da spocchia burocratica. In tutti e due i casi questo metodo è sbagliato e non c’è traccia di correzioni in vista.

Ma veniamo al merito politico e programmatico.

Cominciamo dalla “identità”

Se la “identità” tratteggia i fattori che distinguono un soggetto da un altro e ne consentono dunque l’individuazione, quella che risulta dalla Carta è riassumibile nella prima riga e mezzo del testo, dove si legge: “La piattaforma sociale Eurostop è un movimento sociale e politico anticapitalista, antifascista, antipatriarcale ed antirazzista”. Il resto della Carta, al netto di un conflittismo d’antan, è tutta un’ascesa nell’empireo dei cosiddetti “valori”, che tanto vanno di moda nella sinistra radical-chic.

Che ne viene fuori? Che ci si congeda dalla tradizione antica del movimento operaio ma per riciclare molta paccottiglia della nuova sinistra post-moderna, con tratti di sindacalismo sociale e contestuale sottostima della centralità del Politico. Una “identità” che si pensa forte ma non lo è. Il fatto è che quei cinque aggettivi “identitari” sono al contempo troppo e troppo poco. Troppo per un fronte sociale che voglia oggigiorno diventare di massa, troppo poco per un’entità che pretende di raccogliere l’eredità del vecchio movimento operaio.


Vorremmo sbagliarci ma il salto in avanti di Eurostop a noi sembra piuttosto un passo indietro, una ROSS@ 2.0, che immagina Eurostop non come leva per un fronte di massa, ma come strumento per anzitutto strappare egemonia nel recinto della sinistra antagonista, e che quindi in quel camposanto resta imprigionato. C’è tuttavia un’aggravante: il socialismo, che prima era elemento identitario e stava nell’acronimo, scompare come fine e viene buttato lì accidentalmente, con imperdonabile superficialità.
A ben vedere era meglio non cadere nell’equivoco della “identità”, lasciarla alle singole organizzazioni, che ognuna ha la sua propria, e fare della Piattaforma programmatica di fase la vera e propria carta d’identità.

E qui siamo ad alcuni punti dolens.

Cos’è un Piattaforma? 

Tre cose in una. (1) Una leva per mobilitare larghe masse e configurare un blocco sociale maggioritario; (2) un disegno che descrive il tipo di società e di Paese una volta usciti dall’attuale marasma neoliberista, non quindi nell’al di là; (3) infine, certo, un ponte verso il fine strategico del socialismo —se non è questo quale?

Il Documento inviato il 13 giugno dal titolo “Eurostop punti di programma”, in barba ai contributi circolati, fallisce tutti e tre gli obiettivi. La commissione che avrebbe dovuto trovare la quadra, oltre a snobbare molte delle proposte giunte, ha licenziato un Documento smorto, sintatticamente pasticciato (frutto di un frettoloso e poco logico copia e incolla), impreciso, addirittura vago su alcune questioni fondamentali.

Prendiamo l’uscita dall’euro 

Dopo anni di discussioni, simposi scientifici e di indagini rigorose sull’uscita e il suo impatto economico e sociale, nulla si dice sull’importanza decisiva della sovranità monetaria. C’è di peggio, il concetto (della sovranità monetaria), è assente. Sì, proprio così nel Documento non c’è. Non è un’amnesia, è la conseguenza del tabù “nazione” —lemma mai usato da nessuna parte. Morale: pur di esorcizzare la sovranità nazionale non si dice che l’euro sarà sostituito dalla nuova lira. Cosa dunque propone Eurostop al posto dell’euro? Citiamo: “una moneta comune dell’Europa mediterranea”. L’assurdità della moneta comune mediterranea (ve la immaginate una moneta unica con Tunisia, Libia, Egitto, Turchia?), è rimpiazzata dall’idea solo meno strampalata della moneta unica con Spagna, Grecia, Cipro, Malta —la Francia chissà… Un’area valutaria che dati i differenziali strutturali tra questi paesi sarebbe una schifezza ancor più disfunzionale dell’euro. 

Una scemenza, una variante del Piano B di fassiniana memoria, la cui sola plausibilità è quella di evitare l’accusa di… “nazionalismo” da parte delle sinistre cosmo-internazionaliste. L’impressione che ne ricava un lettore attento è quella che Eurostop non crede affatto all’uscita dall’euro, visto che pare prevalere la tesi maldestra che malgrado tutto, l’Unione europea è destinata a rafforzarsi — è ovvio che se questa è la visione l’uscita sarebbe del tutto aleatoria. E la tanto invocata “rottura”?  Una frase vuota, che sposta tutto alle calende greche… alla rivoluzione socialista.

Prendiamo la nazione e lo Stato 

Dicevamo che sovranità nazionale, per certa teologia politica, è condannata come un’idea del diavolo. Così, per non commettere peccato, si ricorre a questo mostruoso guazzabuglio: “sovranità che il popolo può e deve fare nel suo territorio, comunale, locale, regionale, statuale”. Ovviamente ognuno che non sia tarantolato dell’idea imperiale di Negri sa che statuale vuol dire nazionale, sa che la nazione è il demos, un luogo geograficamante circoscritto da confini in cui un popolo (che può essere composto da diversi ethnos e/o nazionalità) ha preso forma storica statuale. Nel guazzabuglio il rango dello Stato nazionale è equiparato a quelli comunale, locale, regionale. Ci mancano le province, i rioni ed i condominii. Un mix di proudhonismo, leghismo e resipiscenze municipaliste in stile Disobbedienti. La dimensione nazionale viene qua e là accennata, ma alla togliattiana, non per segnalare che l’Italia è oramai un protettorato euro-tedesco —Germania è altro lemma che non compare mai, malgrado sia il dominus della Ue. La Grecia pare non abbia insegnato nulla. La rimozione della subalternità del nostro Paese in questa Unione a trazione tedesca serve appunto per rimuovere la dirimente questione nazionale.
La conseguenza inevitabile di questa impostazione è una imperdonabile fumosità riguardo al ruolo che si attribuisce allo Stato (per quanto sia al punto 1 del Documento) una volta fuoriusciti dall’Unione europea e rotti tutti i ponti con l’economia neoliberista. Sembra che la sua precipua funzione sia quella di mero agente socialdemocratico di re-distribuzione del reddito, non anzitutto lo strumento per rimodellare la società alle fondamenta sottraendo al mercato le decisioni macroeconomiche e quindi arma principale per pianificare, proteggersi dalla scorribande dei grandi monopoli stranieri, quindi deglobalizzare.
Siamo molto al di sotto del keynesismo —un’altra parola proibita. Si scrive sì di nazionalizzazioni, investimenti, piena occupazione, ma a causa del pregiudizio vetero-marxista contro il keynesismo, il tutto risulta privo di una connessione logica, di una visione politico-strategica d’insieme. Ne vien fuori un listone della spesa in classico stile sindacalistico.

Veniamo infine al populismo

Analisi, studi, idee, contributi, venuti da ogni parte, anche nel nostro campo, anche in questo caso, da un’orecchio sono entrati e dall’altro sono usciti. Si passa sopra alla questione con candida leggerezza. Eppure il nostro Paese è stato, visto lo sfondamento di massa del M5S che ha oramai un decennio, il primo grande laboratorio europeo del fenomeno populista. Anche qui scatta la rimozione, forse per non rompere i ponti con gli imbecilli che han bollato i Cinque Stelle come reazionari, fascisti e via sclerando, e che fanno spallucce riguardo al populismo alla stessa stregua delle élite liberali. Nessun ragionamento sul fenomeno Podemos, men che meno su quello di France Insoumise —di qui una sottovalutazione suicida dell’importanza del terreno elettorale. Ma col populismo vengono al pettine diversi nodi: linguaggi, simboli, metodi, idee ed esempi nuovi da fornire. Per che cosa tutto questo? Per dare forma politica adeguata e direzione al blocco sociale dei globalizzati contro i globalizzatori che oggi è solo incipiente, proteiforme, acefalo.

Si vede che si ritiene che quella populista sia solo una brutta e passeggera parentesi (non quindi la forma che il Politico ed il conflitto di classe hanno assunto in questa concreta fase storica—, si vede che si ritiene che presto il conflitto di classe riacquisterà la centralità, riabilitando tutto il vecchio armamentario simbologico dei comunisti. Tragica illusione. La società in cui viviamo non è solo figlia di una sconfitta strategica del movimento operaio, è frutto di trasformazioni oggettive ben più profonde, durevoli, per certi versi irreversibili. Anche ove, come noi riteniamo, un nuovo chock fosse alle porte, l’Unione andasse gambe all’aria, e maturassero sconquassi geopolitici, i popoli e le nazioni che si solleveranno seguiranno nuove piste, piste che i populismi delineano, a patto di volerlo riconoscere. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere».

Il Consiglio nazionale di PROGRAMMA 101
Roma, 21 giugno 2017

  

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giovedì 22 giugno 2017

Rapina in banca, modello "Intesa" di leonardo Mazzei



[ 23 giugno 2017 ]

Le mani (non invisibili) sulle banche venete

Un euro privato contro 6 miliardi pubblici, come scambio ineguale proprio non fa una piega. Non devono averci messo molto i tecnici del sig. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a formulare la loro offerta d'acquisto per Veneto Banca e per la Banca Popolare di Vicenza.

La loro operazione sarà durata, sì e no, un paio d'orette. Lorsignori hanno preso due scatole, nella prima (denominata good bank) hanno messo la polpa - gli sportelli, i depositi, i crediti sicuri; nella seconda (denominata bad bank) hanno accatastato le ossa - i crediti deteriorati, quelli comunque considerati a rischio, le obbligazioni subordinate, i rischi connessi alle azioni legali. Per la prima si sono detti disposti a spendere nientemeno che la bella cifra di un euro. Per la seconda chiedono che lo Stato di euri ne sborsi 6 miliardi.

Naturalmente, di fronte a cotanta generosità, la stampa nazionale è già scattata come un sol uomo a ringraziare la munificenza del Messina: gli si dica subito di sì, che i mercati hanno fretta; si prepari la somma richiesta senza indugio, che si tratta di banche mica di pensionati. E, siccome - vedete le complicazioni della democrazia - per spendere quei soldi ci vuole una legge ad hoc, la si faccia subito, ovviamente per decreto, e che il parlamento esegua e zitto.

Ma al parlamento non solo questo si chiede. Oddio, "chiedere" è un verbo un tantinello inadeguato, perché il sig. Messina non chiede, ordina. E, tra le altre cose, l'ordine è quello di sfornare un'apposita legge per sterilizzare le cause legali, quelle presenti e quelle future.

Ma, signori, non c'era una volta il "mercato"? Secondo la leggenda, che ne dichiarava la sua sacralità, sarebbe stata la sua "mano invisibile" a risolvere tutto per il meglio. In fondo è quel che si dice al disoccupato: sei senza lavoro perché non sei riuscito a trovarne uno, dunque la colpa è tua, devi impegnarti di più e (soprattutto) devi abbassare le tue pretese in salario e diritti. A quel punto la mano invisibile del mercato interverrà ed avrai il tuo reddito, viceversa il "mercato del lavoro" ti punirà e morirai di fame. Ma sarà giusto così, perché «non esistono pasti gratis» (Mario Monti) e bisogna rieducarsi alla «durezza del vivere» (Tommaso Padoa Schioppa).

Ma quel che vale per il disoccupato non vale per le banche. Queste ultime non possono fallire, specie le più grandi, secondo il principio Too big to fail. Principio che evidentemente mostra la totale fallacia dell'ideologia mercatista. Dunque, per dirla alla Woody Allen (ma la frase sembra rubata a Ionesco): «Dio è morto, Marx è morto, ma anche il mercato non si sente tanto bene».

Che l'ideologia mercatista faccia acqua da tutte le parti non può negarlo neppure il Sole 24 Ore, il che è tutto dire. L'editoriale di oggi di Marco Onado ha un titolo che dice quanto basta: «Come dare una mano alla "mano invisibile». Ecco un'ammissione certo più sincera di quanto siano disposti a riconoscere i liberisti di sinistra, per il quale il "mercato" - meglio, i "mercati" - hanno sempre ragione, e chi lo nega è un residuo ottocentesco.

Naturalmente per Onado, lo Stato deve intervenire solo quando ci sono fallimenti di "mercato" che il "mercato" non può correggere. Si tratta in tutta evidenza di una tesi assai interessata, che resta però interessante nella misura in cui ammette che il mercato non è onnipotente, che può fallire, che va corretto. Il che, trattandosi della divinità più adorata degli ultimi decenni, non è davvero poco.

Ma come realizzare la suddetta "correzione"? Per lorsignori la ricetta è nota: pubblicizzando le perdite e salvaguardando i profitti privati. E qui torniamo all'offerta di Intesa Sanpaolo per le banche venete.

Chi ci segue sa quali sono le nostre idee sulla crisi bancaria: le banche vanno sì salvate, onde evitare un pesante disastro per l'intera economia del Paese, ma vanno immediatamente nazionalizzate (leggi qui).

Questa nostra posizione è stata oggetto di diverse critiche, quasi avesse una mera matrice ideologica, o fosse comunque irrealizzabile a causa dei suoi costi per lo Stato. Ebbene, il caso delle banche venete, così come quello precedente di Mps, ci dimostra l'esatto contrario. Nazionalizzare non solo è possibile, è doveroso. E lo è non solo perché soltanto con il controllo pubblico del sistema bancario sarà possibile rilanciare l'economia, ma anche perché in caso contrario il ruolo dello Stato sarebbe solo quello di servitore di giganteschi interessi privati. Certo non è questa una novità, ma non si vede proprio perché si dovrebbe avallare la prosecuzione di questo andazzo, specie dopo il disastro che le banche private hanno prodotto.

Nel caso in questione ci ritroviamo con lo Stato chiamato a sobbarcarsi tutti i costi dell'impresa. E, contrariamente a quel che si vorrebbe far credere, la proposta di Intesa Sanpaolo va addirittura oltre al modello spagnolo con il quale, nei giorni scorsi, il Banco Santander si è fagocitato il Banco Popular. Il modello non è lo stesso perché il Santander si è perlomeno accollato l'onere della ricapitalizzazione, esattamente quello che invece il sig. Messina si è premurato di escludere tassativamente, chiedendo - meglio: ordinando - che a tal fine provveda lo Stato.

Bene, cioè malissimo, abbiamo già visto come Intesa Sanpaolo voglia portarsi a casa le banche venete - conquistando così una posizione di grande privilegio nel Nord-Est - all'esoso prezzo di un euro. Ora la domanda è questa: se l'operazione andrà davvero in porto, saremo di fronte ad una valutazione equa oppure davanti ad un'incredibile regalia? Se nel secondo caso dovrebbe esservi lavoro anche per la magistratura (ma su questo non ci illudiamo proprio), in un caso come nell'altro perché non nazionalizzare le due banche? Perché sborsare 6 miliardi per ripianare il passivo, per poi risparmiarne uno (di euri non di miliardi) per non nazionalizzarle?

E' da notare che l'offerta di Intesa non tutela neppure i risparmiatori, visto che il destino dei possessori di obbligazioni subordinate, appare destinato a restare alquanto incerto. Ancora meno tutela l'occupazione, visto che dei circa 10mila lavoratori attuali cinquemila dovranno andare a casa.

E allora, perché non nazionalizzare?
Domanda retorica, dato che in realtà la risposta è nota: perché comandano le grandi oligarchie finanziarie, perché il credo mercatista resta lì a dispetto dei suoi fallimenti, perché è su questo dogma che è stata edificata la schifosissima Unione Europea. Che pretende di dettar legge su tutto, ma sulle banche ancor di più.

Tuttavia, i fatti restano. Ed hanno la testa dura, anche se non come quella di chi ancora crede nel "mercato".

E i fatti di cui ci stiamo occupando gridano davvero vendetta. Il regalo al sig. Messina ed ai suoi azionisti è ributtante. La proposta di Intesa Sanpaolo non è una "offerta", è una rapina bella e buona. Ancor più grave se legalizzata con legge dello Stato. Vedremo se alla fine tutto ciò andrà in porto, ma il fatto che a questo punto si sia arrivati è la conferma più lampante di quanto la nazionalizzazione del sistema bancario sia necessaria quanto urgente.

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SENSO COMUNE IN ASSEMBLEA di Paolo Gerbaudo

[ 22 giugno 2017 ]

Gli amici di Senso Comune svolgeranno sabato prossimo la loro prima Assemblea nazionale.
Ci saremo anche noi, ad ascoltare, a capire, a dialogare, nella speranza che prima o poi sia possibile unire le forze.



Cittadini,
Manca poco piú di una settimana alla prima assemblea nazionale di Senso Comune. Aiutateci a fare girare l'evento e se credete nel progetto fate di tutto per venire a dire la vostra. Nei prossimi giorni forniremo piú informazioni sulla giornata ma per il momento tre anticipazioni:

1. I promotori stanno preparando due documenti, uno su strategia, uno su organizzazione come punto di partenza per la discussione a Firenze. Cercheremo di farlo girare a inizio prossima settimana in modo da avere occasione di discuterne qui prima dell'incontro e permettere anche a chi non ci puó essere di esprimersi .


2. Durante l'assemblea cercheremo di dare massimo spazio al pubblico ma per fare ció é necessario ridurre durata interventi e incentivare dialogo non monologo. Metteremo un limite stretto a ciascun intervento (3 minuti o giú di lì). Io mi occuperó personalmente di cronometrare e disciplinare gli aspiranti Fidel Castro :)

3. Vogliamo evitare che si scivoli in una discussione astratta di ideologie e cosmogonie. La parte intellettualosa l'abbiamo già fatta durante
Giro d'Italia. In questa fase abbiamo bisogno di una discussione pratica e concreta su cosa vogliamo fare e come ci organizziamo.

https://www.facebook.com/events/1772020179764090/

«Se sei stufo di vivere in un paese dove pochi se la godono e gli altri si devono arrangiare. Se ne hai abbastanza di una politica che fa l'interesse dei furbetti a svantaggio dei cittadini. Se hai capito che lamentarti da solo serve a poco e che per farci sentire dobbiamo metterci assieme, vieni a "La Piazza del Popolo", la prima assemblea nazionale di Senso Comune, sabato 24 giugno, Piazza dei Ciompi, Firenze.

PROGRAMMA
10.30 ||| Introduzione
​11.30 ||| Discussione strategia e organizzazione
​13.30 ||| Pranzo
​15.30 ||| Gruppi di lavoro
18.00 ||| Chiusura

COME ARRIVARE
||| a piedi dalla stazione Firenze Santa Maria Novella: 20 minuti

||| in autobus dalla stazione Firenze Santa Maria Novella: linea C2 direzione "Piazza Beccaria". Scendere alla fermata "Annigoni"

||| in auto: uscita autostrada A1 "Firenze Sud" - imboccare raccordo - uscita dal raccordo "viale Europa" - imboccare viale Europa - viale Europa diventa viale Donato Giannotti - Piazza Gavinana - via Adriani - via Villamagna - Lungarno Francesco Ferrucci - Ponte San Niccolò - viale Giovanni Amendola - Piazza Beccaria. Parcheggiare Piazza Beccaria o zone limitrofe (strisce blu gratis il 24 giugno, per Firenze giorno festivo), oppure Parcheggio sotterraneo Beccaria (a pagamento), oppure Parcheggio sotterraneo Sant'Ambrogio (a pagamento). Raggiungere a piedi Piazza dei Ciompi».

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IUS SOLI: ANCORA E SEMPRE FATE PRESTO! di Sandro Arcais

[ 21 giugno 2017 ]

Ben volentieri pubblichiamo questo contributo di Arcais. Polemizza con certa sinistra per cui, siccome "siamo tutti cittadini del mondo" [vedi foto a sinistra ], il solo parlare che allo Stato spetti il diritto-dovere di stabilire come assegnare la cittadinanza, è una cosa... reazionaria.
Tante volte abbiamo criticato questa sciocchezza cosmopolitica. Il mondo? Per adesso è ancora solo un'espressione geografica. Quando un giorno esistesse un'umanità affratellata, politicamente unita sotto una sola bandiera, allora sì, saremmo tutti... cittadini del mondo". 
Tuttavia quanto diciamo non vuole minimamente giustificare il criterio dello Ius Sanguinis, dietro al quale si cela una concezione etnica e razzista della nazione. Su questo abbiamo scritto. E scriveremo, andando nel dettaglio, su quanto prevede la nuova normativa sul diritto di cittadinanza la quale era ferma in Parlamento da anni.

Viviamo in tempi di perenne emergenza. Il clima, il terrorismo, l’immigrazione, il morbillo, igor il russo. Mi dimentico di qualcosa? Ah sì, lavoro, sicurezza, benessere, servizi. Ma questi, in un mondo neoliberista, non sono diritti, ma roba che ti devi conquistare nella lotta per la vita. Se perdi, significa per definizione che non te li meriti, e quindi impegnati di più oppure crepa.
Ma in effetti, mi dimentico qualcosa di importante e indifferibile, per cui è lecito il noto FATE PRESTO! del megafono della razza padrona nostrana: dare la cittadinanza ai minori figli di stranieri arrivati in Italia successivamente alla loro nascita. Magari il loro padre sarà sfruttato nella logistica o chissà dove, magari verrà messo sotto da un camion durante un picchetto, magari dovrà accontentarsi di servizi sempre più magri, magari dovrà abitare in quartieri degradati. Ma dai, vuoi mettere essere figlio di un padre sfruttato da cittadino italiano piuttosto che no?

Lo so, lo so a cosa state pensando, anime mie buone di sinistra mosse da meravigliosi e celestiali sentimenti di fratellanza universale: “ma una cosa non esclude l’altra”. Sarà così in teoria, ma nella realtà del pensiero unico neoliberista e neospenceriano, una è ricevibile, l’altra no. E finché non aprite gli occhi di fronte a questa realtà, finché non emergete almeno solo un filino dalla brodaglia ideologica in cui siamo immersi da almeno trent’anni, capisco la vostra difficoltà a capire questo: torcere l’economia e metterla al servizio dei diritti sociali e del benessere del popolo, questa è l’unica priorità per cui bisognerebbe fare presto.
Una legge sul diritto di cittadinanza in Italia c’è già.
Dal 1991, infatti, lo straniero nato in Italia può diventare cittadino italiano al compimento dei diciotto anni, ed entro il 19esimo anno di età. La legge 91/1992, all’art. 4, comma 2, prevede che: “Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore eta’, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”. (qui)
È una legge perfettibile? Può essere. Tutto è perfettibile e ogni legge deve seguire e regolare le mutate condizioni della società. Se ne può discutere. Discutiamone. Ma senza fretta, isterismi, secondi obiettivi, accuse e anatemi reciproci. Perché se ci concentrassimo sulle cause di tutta questa isteria, animosità e faziosità potremmo scoprire che
molti problemi cosiddetti dell’immigrazione colpiscono in modi diversi tanto i rappresentanti de «la xenofobia populista» quanto il «migrante». Sicché nel denunciarne le radici si potrebbe almeno tentare di unire i fronti in una battaglia comune invece di tifare per l’una o l’altra vittima, di dividere il mondo in buoni e cattivi. (Il Pedante)
Solo coloro che non sono toccati dai problemi cosiddetti dell’immigrazione possono permettersi il lusso di lanciare con leggerezza dalle loro eteree altezze di cittadini del mondo le accuse di razzismo, fascismo e xenofobia a chi sulla questione porta argomenti, visioni e punti di vista che partono dall’esperienza di quelli che non possono evitare tali problemi semplicemente spostandosi da un’altra parte o elevandosi dal duro mondo di quaggiù. Si tratta di quel 20-30% che hanno tratto e traggono vantaggio dal mondo e dall’economia globalizzata e dal mondo liquido baumaniano. E per chi non può vivere senza un’emergenza, ecco la vera emergenza: spezzare il monopolio culturale e narrativo di questo 20-30%.

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mercoledì 21 giugno 2017

DOVE VA LA FRANCIA? di Jacques Sapir

[ 21 giugno 2017 ]


Il consolidarsi dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative mostra ancora di più l’ampiezza con cui si è manifestato il rifiuto del voto. Se si sommano astensione, schede bianche e schede nulle —voti, questi ultimi, in forte aumento dal primo al secondo turno (da 500.000 a 2 milioni)— si supera il 61,5%, cifra data dal 57,36% delle astensioni più il 4,20% di schede bianche o nulle. Questo significa che appena il 38,5% degli elettori aventi diritto (ossia 18,31 milioni su 47,58 milioni) ha espresso effettivamente un voto al secondo turno. L’ampiezza del rifiuto del voto, a prescindere da quale forma abbia assunto, spinge a porsi alcune domande sul senso stesso di queste elezioni.

Paese “legale” contro paese “reale”?
Se non avessimo già abusato della contrapposizione maraussiana tra “paese legale” e “paese reale”, dovremmo utilizzarla proprio per descrivere la situazione attuale. Certo, la situazione non è assimilabile a quella in cui Charles Maurras aveva espresso questa dicotomia. Essa indicava aspetti diversi e non può essere ridotta alla sola cifra dei non-votanti. Eppure oggi abbiamo un “paese legale” nel quale il movimento “Republique en Marche” ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale tramite l’ultima tornata di elezioni, di cui nessuno contesta la legalità, ma questa maggioranza assoluta di deputati non può far dimenticare la maggioranza, questa volta davvero schiacciante al confronto, di francesi che non hanno votato o che hanno rifiutato di esprimere una scelta nel momento in cui hanno compilato la scheda di voto. È questa la discrepanza che giustifica, nonostante le remore storiche e politiche, il riutilizzo della dicotomia tra “paese legale” e “paese reale”. L’Assemblea Nazionale, per quanto sia legalmente autorizzata, ha un enorme problema di legittimità.

Una conseguenza di questo è che non c’è alcuna onda di consensi dietro al presidente e al suo partito. Il sistema elettorale francese, come sappiamo e abbiamo ripetuto a sufficienza, non fa altro che amplificare i risultati di una singola elezione. Tuttavia, nel 1981, durante la famosa “onda rosa”, l’astensione era stata solo del 24,9% (al secondo turno). Analogamente, nel 1993 durante “l’onda blu” ci fu un’astensione del 32,4%. Ora siamo in una situazione ben diversa. Ed è questa la situazione che dobbiamo considerare, al di là dei successi degli uni e dei fallimenti degli altri.

Crisi di legittimità e fratture politiche
Se anche —per miracolo— l’elezione fosse avvenuta secondo le regole del sistema proporzionale, —e allora, vorrei ricordare, “France Insoumise” avrebbe ottenuto 84 deputati (anziché solo 19) e il “Front National” ne avrebbe ottenuti 80 (anziché appena 8)— la legittimità dell’Assemblea Nazionale sarebbe stata comunque fragile. Naturalmente si può sempre dire che, in caso di rappresentanza proporzionale, l’astensione sarebbe stata meno marcata. Questo è possibile, ma è da dimostrare. È quindi necessario distinguere il problema della rappresentanza delle forze politiche all’interno dell’Assemblea Nazionale - problema che riguarda ovviamente la rappresentanza delle due forze di opposizione reale, e che potrebbe essere ridotto da un sistema elettorale un po’ diverso – dal problema della legittimità complessiva dell’Assemblea Nazionale, che deriva dall’ampiezza dell’effettivo “sciopero del voto” a cui abbiamo assistito da parte degli elettori francesi.

Questo “sciopero del voto”, che ha coinvolto il 61,5% degli iscritti, dimostra che la crisi politica in Francia, crisi che covava già dal 2012 e dalla rinnegazione europeista di François Hollande, e poi diventata crisi aperta dal 2013, non è ancora terminata. Gli incensatori di Emmanuel Macron e i propagandisti al soldo di “Republique en Marche” possono pure strombazzare in giro che con questa elezione si apre una nuova era. Ma sappiamo tutti che non è così. La società francese resta ancora spaccata in modo duraturo, a causa della disoccupazione, della disuguaglianza, del peso degli interessi delle grandi imprese e delle banche sugli ambienti politici e mediatici, ma anche a causa della crisi della scuola repubblicana, del modello di integrazione francese e del rischio terroristico. Di queste fratture ci ha dato un quadro più attendibile il primo turno delle elezioni presidenziali, che ha dimostrato come di fronte al campo del capitale – un campo che oggi si confonde con quello degli interessi “europeisti” – le diverse forze sovraniste nell’insieme potevano fare il loro gioco e ottenere la maggioranza.

Che futuro si prospetta?
Il grande rischio è di vedere il “paese legale” convincersi di avere tutti i diritti, e mettere in atto le riforme e le misure che aggraverebbero le fratture della società francese. Nei fatti questo rischio può assumere forme concrete differenti. La prima riguarda l’anomia, con una società che si disferebbe progressivamente sotto i colpi sempre più violenti che le vengono inferti, e frammenti di questa società che ricorrono alla violenza per cercare di far valere i propri diritti. Entreremmo allora in un mondo come quello di cui parla Hobbes, il mondo di una “guerra di tutti contro tutti”, con il più grande vantaggio – e la più grande felicità, si è costretti ad aggiungere – di quell’1% che ci comanda. La seconda strada, decisamente preferibile, vedrebbe i francesi unire le proprie forze contro le istituzioni occupate da una minoranza priva di legittimità, per far valere le proprie richieste. È stato questo l’appello rivolto domenica sera ai francesi da Jean-Luc Mélenchon.

Verso quale delle due forme di reazione penderà la bilancia è della più grande importanza. Ciò determinerà il nostro futuro. Bisogna quindi che le forze di opposizione, nel loro insieme, capiscano che non c’è soluzione possibile alla crisi politica se non nelle lotte collettive all’interno delle quali dovrà emergere, ancora una volta, l’idea del bene comune. Perché, e questo deve essere compreso da tutti, il “bene comune” non esiste al di sopra e al di là delle lotte sociali. Il bene comune va costruito all’interno di esse. Pertanto la nostra partecipazione alle lotte collettive sarà importante per definire il futuro che ci attende.

Allora e solo allora potrà essere trovata una soluzione alternativa a quello che alcuni colleghi hanno chiamato giustamente il “blocco borghese” o, più precisamente, il “blocco liberale”. Queste forze, senza rinunciare a ciò che costituisce la loro identità politica, dovranno capire che forme di unità sono necessarie, se un giorno vogliono veder trionfare le proprie idee.

Articolare “il” politico e “la” politica
Questo implica una riflessione seria sui campi del politico e della politica. Il politico, come sappiamo, si definisce attraverso la contrapposizione tra amico e nemico. È lo spazio dei confronti antagonistici. Ma avere più avversari alla volta implica assumersi il rischio di essere sconfitti, soprattutto quando gli avversari sono a conoscenza del problema. La politica è invece lo spazio dei conflitti non-antagonistici, delle opposizioni e delle divergenze che possono legittimamente emergere tra le forze politiche, e che ad un certo punto dovranno essere risolte, ma la cui soluzione può passare temporaneamente in secondo piano rispetto ai confronti antagonistici prima menzionati. Chantal Mouffe ha definito questo lo spazio del “confronto agonistico”, secondo una distinzione che molti di quelli che si riferiscono al suo pensiero, ma evidentemente non lo hanno letto, farebbero bene a meditare.

Così, ci sono differenze importanti, persino radicali, tra i vari sovranisti, ma questo non dovrebbe impedire ai sovranisti di formare un fronte comune contro lo stesso avversario. È comprensibile che ci siano molti punti che in questi anni hanno contrapposto i militanti del Front National agli attivisti saldamente radicati nella sinistra di France Insoumise. Ci sono differenze nei punti di vista e nell’identità politica. Queste differenze continueranno a esserci anche nelle battaglie che si dovranno condurre. Ma gli uni e gli altri devono capire che queste differenze potranno essere espresse solo quando la sovranità del popolo, cioè la sovranità della Francia, sarà stata ripristinata. Ciò non implica affatto che le contrapposizioni che ci sono tra loro siano superficiali o poco importanti. Non lo sono, se si considera il campo economico, per esempio la questione fiscale. Queste contrapposizioni ci sono, devono essere rispettate e sono legittime, in quanto rappresentano posizioni sociali differenti.

Ma queste contrapposizioni non devono oscurare quella, al contrario irriducibile, tra i sovranisti e i loro avversari. Questo lo aveva capito Eric Dillies, candidato perdente del Front National per la circoscrizione Nord, dove è stato recentemente eletto Adrien Quatennens, candidato di France Insoumise. Eric Dillies aveva dichiarato a un giornale locale, la “Voce del Nord”: “Voterò per lui e ho invitato i miei elettori a seguire il mio esempio (…). Ho incontrato Adrien Quatennens ed è una brava persona. Di fronte a una maggioranza strabordante lui difenderà il popolo, non sarà uno yes-man” [1]. 
Eric Dillies è stato ascoltato dai suoi elettori e questo può aver contribuito al successo di Quatennens. Questo è un esempio di realizzazione della distinzione tra “il politico” e “la politica”, che i sovranisti dovranno imperativamente mettere in atto in futuro, se vorranno sperare di prevalere.

NOTE 

[1] http://www.lavoixdunord.fr/177015/article/2017-06-12/le-front-national-appelle-voter-pour-l-insoumis-adrien-quatennens

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martedì 20 giugno 2017

PROF.STIGLITZ, IT'S TOO LATE FOR WISHFUL THINKING * di Luciano Barra Caracciolo

[ 20 giugno 2017 ]

1. Dunque: il libro di Siglitz è pubblicato e ne circolano anche svariate recensioni: e tutte si possono definire "adesive", nel senso che ne condividono quantomeno l'analisi problematica, che ripercorre la serie di errori e di assurdità teorico-economiche che hanno caratterizzato l'applicazione e gli effetti disastrosi, a dir poco, della moneta unica. Ma, del libro, evidenziano pure le contraddizioni.


Voci dall'estero ci ha riportato un "doppio" commento di Sapir sempre al libro di Stiglitz e al quasi contemporaneo volume di Mervyn King, sempre sull'argomento della crisi della moneta unica.
Al di là dei rispettivi presupposti di teoria economica, entrambi gli autori prevedono una imminente grave crisi politica oltre che economica come futuro sviluppo inevitabile di un elemento "culturale" che qui abbiamo molte volte analizzato: le elites €uropee, in perfetta ed inevitabile continuità con l'intero paradigma pianificato da oltre 60 anni, concepiscono qualsiasi soluzione solo come un'intensificazione degli stessi meccanismi e delle stesseaspettative che hanno caratterizzato la loro azione immutabile.

2. Da un intervista al New York Times, rilasciata in occasione della pubblicazione del libro, Stiglitz, per parte sua, dà conferma della contraddizione sopra accennata, che può essere riassunta nel seguente passaggio. Richiesto se le "istituzioni" €uropee siano propense ad un riesame della loro "filosofia economica", Stiglitz risponde:
Mi piacerebbe che ciò accadesse. Sfortunatamente, ciò che ho visto è praticamente l'opposto. E' un approccio aggressivo quello tenuto dai leaders europei alla Brexit; esponenti come il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, hanno affermato: "Saremo molto, molto duri con il Regno Unito, perché vogliamo assicurarci che nessun altro paese se ne vada".Per me è stato scioccante. Si spera che si desideri stare nell'UE perché ciò apporta benefici, perché c'è un credo nella solidarietà europea, la convinzione che che l'UE porti prosperità. Egli invece afferma che l'unico modo in intendono tenere insieme l'UE è tramite la minaccia di quel che accadrebbe se si pensa di lasciare.
E ancora, richiesto di indicare quali siano gli strumenti per realizzare quello che, tutt'ora, Stiglitz ritiene "the best scenario", cioè una riforma della moneta unica che la possa "salvare", egli ribadisce: 
Un'unione bancaria con un'assicurazione dei depositi. Qualcosa di simile agli eurobond. Una BCE che non sia focalizzata solo sull'inflazione, ma auspicabilmente sul pieno impiego. Una politica fiscale che si incentri sulle ineguaglianze. E occorre liberarsi dei limiti sui deficit statali".Nel finale, peraltro, Stiglitz ammette che tutto ciò è improbabile che avvenga: "E' difficile credere che il cercare di cavarsela nel modo attuale possa continuare per altri 5 anni. La Grecia è ancora in depressione, non meglio di un anno fa. La cosa più verosimile è che in un paese o in un altro ci sia abbastanza supporto per un altro referendum, e ne derivi l'exit. Ciò darà inizio al processo che sbroglierà il pasticcio dell'eurozona. 
3. Sapir, nel commento citato al libro di Stiglitz, fa questa chiosa finale: 
"Stiglitz è perfettamente consapevole dell’enorme costo politico che la creazione dell’euro nella sua forma attuale ha causato. 
Anch’egli annuncia una crisi che sarà tanto politica quanto economica, a meno che i paesi dell’eurozona non decidano di dissolvere l’euro in modo ordinato, o di fare in modo che la moneta unica diventi solamente una moneta comune
Confesso di avere dei dubbi su quest’ultima soluzione. Non che non sia intellettualmente attraente. Ma la complessità dei meccanismi che dovrebbero implementarla la rende più che improbabile. È l’altra soluzione, quella di una dissoluzione concertata dell’euro, che si dovrebbe logicamente imporre. 
Ma le resistenze sono molto forti, specialmente tra le élite francesi, che persistono nel non voler vedere la realtà, e che continuano a fare discorsi insensati sui “rischi” ai quali una dissoluzione dell’euro ci esporrebbe. In realtà è proprio il mantenimento dell’euro che espone l’Europa a rischi immensi, sia dal punto di vista economico che da quello politico. È ciò che abbiamo scritto finora su questo blog. 
Si può pensare che l’Unione Europa non sopravviverà all’euro nella sua forma attuale, e che la battaglia per “salvare” l’euro finirà per portarsi via quelle stesse forze che sarebbero necessarie per rimettere in sesto l’Unione Europea. Da questo punto di vista dobbiamo considerare i leader attuali e passati, così come le loro ufficiali opposizioni, in Francia, in Germania e in molti altri paesi dell’Unione Europea, come i peggiori nemici dell’Europa, non nel senso istituzionale, ma nel senso della comunità di popoli che dovrebbe essere mantenuta unita da un obiettivo di pace, prosperità e democrazia". 

4. A Stiglitz, peraltro, vorremmo obiettare che, a parte la scarsa efficacia degli eurobond per riequilibrare le asimmetrie da sbilancio dei conti esteri che rendono disastroso l'euro, la discussione nelle varie istituzioni €uropee di qualsiasi soluzione di questo tipo viene accompagnata dalla condizionalità feroce che corrisponde al progetto del "fondo europeo di redenzione"-ERF, la cui introduzione equivale a un default degli Stati debitori a copertura illimitata (cioè 100% di recovery rate a qualsiasi costo economico-sociale).
Ebbene, Stiglitz, l'americano colto e democratico, queste cose non dovrebbe ignorarle: il modo di intendere la (inesistente) solidarietà fiscale all'interno dell'UEM, è già manifesto e praticamente non negoziabile, da parte dei poteri dominanti in €uropa. 
Così come non dovrebbe ignorare che le regole fondamentali dei trattati impongono, in modo assoluto e altrettanto non negoziabile, i limiti ai deficit statali, anzi il pareggio di bilancio (come proiezione del mito teologico, neo-liberista, dello "Stato come una famiglia") e vietano politiche fiscali redistributive a livello "federale" (cioè che trascenda il sistema fiscale del singolo Stato).

5. Sarebbe quasi inutile ripercorrere le ragioni di questo assetto, perché su esso ci siamo soffermati in lungo e in largo e anche di recente: quello che decisamente è "scioccante" è che Stiglitz, oggi, paia non essersene ancora reso conto e...si sciocchi di quanto affermato da Juncker sulla Brexit (che, tra l'altro, e non a caso, è un problema estraneo all'eurozona). Quanto e cosa ha veramente visto Stiglitz degli eventi, e delle prese di posizione politiche, che negli ultimi anni si sono manifestati nell'eurozona?

La tardività di reazione, quantomeno in termini di realistiche politiche e misure di rimedio, denunciata da Stiglitz, è segno di un problema inquietante. 
Stiglitz è un economista autorevolissimo e anche sinceramente democratico: è in prima fila nel denunciare il carattere sovversivo del TTIP, rispetto al travolgimento di ogni minimo alveo di democrazia statale, e crede, con moderata pragmaticità, nelle politiche fiscali espansive come rimedio sensato ai cicli economici avversi.  
Ma pensare che l'euro possa tirare avanti con espedienti per altri 5 anni significa accettare il rischio di un livello di distruzione dell'economia europea e del riacuirsi della crisi economico-finanziaria mondiale, - che già oggi è sul crinale del suo manifestarsi e che ha come epicentro la situazione dell'eurozona-, che pare sposarsi con l'inconsapevolezza che, nella migliore delle ipotesi, ad esempio, il fondo assicurativo (privato) europeo per i depositi bancari sarebbe attivato nel 2024; e, dunque, anche con l'inconsapevolezza che tutto questo dà il tempo, alla radicale opposizione della Germania, di far svolgere all'unione bancaria il suo vero ruolo di ristrutturazione colonizzatrice e depressiva dell'intera economia del continente.

6. Insomma, le norme dei trattati e le loro applicazioni vincolate (TINA), già in buona parte formalizzate dalla tragica combriccola delle oligarchie totalitarie che regolano le istituzioni UE e dei governi che le sostengono, nelle sedi decisive in cui si continuano ad effettuare le stesse scelte (nella logica dell'irreversibilità del paradigma neo-liberista che pure Stiglitz denuncia), bisogna conoscerle: perché sono il vero formalizzarsi della volontà politica, non solo delle istituzioni UE, ma appunto dei governi e delle sottostanti classi dirigenti che votano i trattati e le loro integrazioni. 
Questa volontà politica non può essere realisticamente desunta, o mutata, dal wishful thinking di una propria, per quanto (in gran parte) sensata, visione economico-scientifica. 
Il de jure condito, ad oggi, si sposa coerentemente, in €uropa, con il de jure condendo, e non c'è il minimo spazio per un "altro" de jure condendo. Se non altro per la totale assenza, in chiunque si trovi, a livello UE come in quello nazionale, in posizione decidente, delle necessarie "risorse culturali".

7. Ma la cosa più gravemente indicativa è un'altra: se Stiglitz, - cioè la punta più avanzata dell'autorevolezza scientifico-economica USA, il più accreditato e "democratico" degli esponenti di quella cultura-, la vede così, pensate a cosa possa aver in serbo, per l'€uropa,l'establishment finanziario degli interessi oligarchici che appoggiano la Clinton.
Il problema è dunque questo: si conferma che la costruzione federale europea è quella concezione  restauratrice del capitalismo sfrenato che tanto è stata sospinta dall'insensibile e rudimentale visione degli USA (l'Unione europea è sempre stata un progetto americano) da sempre ostile alle "democrazie del welfare" europee ed alle "Costituzioni antifasciste".

8. La correzione di tutta questa follia, - in cui, contrariamente agli ipocriti enunciati di "pentimento" del FMI, non si è imparato nulla dalla crisi, del 1929 prima ancora che da quella del 2008-, non sarà possibile finché gli USA non saranno mossi da visioni e "interlocutori-informatori" europei più capaci di rappresentare la realtà, piuttosto che le proprie fantasie revanchiste ormai patologiche, e cioè meno fanaticamente asserviti a slogan che già negli anni '80 Caffè considerava inaccettabili e vuoti
Salvo imprevisti, stiamo correndo verso la rinascita di una nuova tragedia mondiale (qui, pp.2-3la guerra civile mondiale, quale definita da Schmitt, in relazione al dare manolibera al liberoscambismo e ai suoi effetti totalitari). Come sempre accade, quando i neo-liberisti impongono il loro giogo alla società e la vogliono "Grande", cioè globale, per trascinare nel gorgo il mondo intero.

* Fonte: Orizzonte 48

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