Che fare dopo l'Unione europea?

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mercoledì 24 agosto 2016

L'ECATOMBE ITALIANA di Alberto Bagnai

[ 24 agosto ]

DUEMILA MILIARDI DI PIL ANDATI PERDUTI DAL 2008

Alberto Bagnai sarà uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre. In particolare lo ascolteremo nella tavola rotonda  "Italia: chi guiderà l'uscita dall'euro?" che si terrà Sabato 17 settembre alle ore 09:30 presso la Cripta S. Maria della Stella. Si confronteranno con Bagnai, Luciano Barra Caracciolo e Alfredo D'Attorre.

Ci siamo lasciati la scorsa settimana dicendoci che le recessioni ci sono sempre state, ma il problema è che oggi non ci sono le riprese. Una frase che, mi rendo conto, rischia di suonare come la stantia trasposizione alla crescita economica di un altro grande classico: “Non ci sono più le mezze stagioni”. Per evitare il pericolo, vorrei approfondire, condividendo con voi due scoperte di questa settimana.

La prima è toccata a un mio lettore. Siamo in epoca di grigliate, e rovistando fra la carta straccia per accendere il caminetto l’amico ha trovato un preziosissimo reperto: il Panorama del 25 dicembre 1975, anno della terza recessione più grave dell’Italia nel dopoguerra, dopo quelle del 2009 (Lehman) e del 2012 (Monti). L’articolo di pagina 116, intitolato “Odore di ripresa”, ci riporta a un mondo che non esiste più: quello in cui i giornalisti fornivano fatti; quello in cui una rivista “generalista” dedicava sei pagine a una descrizione della congiuntura internazionale, con tanto di grafici e glossario, di una qualità che oggi inutilmente cercheremmo nella stampa cosiddetta economica; e, naturalmente, quello in cui le riprese c’erano.

“Italia: crescita dal 3% al 4%”, recita un sottotitolo. Previsione prudente: nel 1976 la crescita infatti fu del 7%, tre punti sopra la media del decennio (4%). Commuove il rispettoso spirito critico col quale l’anonimo giornalista presenta le analisi di Andreatta e Basevi (non proprio due di passaggio). Quanto eravamo lontani dalla generazione attuale, quella degli epistemologi da bar Sport, per i quali siccome “l’economia non è una scienza”, allora “la mia opinione vale quanto la sua”. E dei fatti? Ne vogliamo parlare?

Torna utile la seconda scoperta: rovistando nell’hard disk ho trovato le serie storiche del Pil trimestrale italiano dal 1970 al 1995. Sul sito dell’Istat non le troverete: me le dette all’epoca niente meno che l’ex presidente (e ministro del Lavoro con Letta) Enrico Giovannini, quando collaboravamo con Francesco Carlucci alla Sapienza. Bei tempi quelli, in cui tutto pensavo tranne che un giorno avrei partecipato al dibattito pubblico. Poi è successo, e la prima cosa che mi ha colpito, confrontandomi con i politici, è che a essi sfugge totalmente la gravità di quanto ci sta accadendo. Il fatto è che per rendersene conto bisogna mettere le cose in prospettiva, cosa che i nostri amici del Bar Sport non sanno fare, del che si scusano dichiarandola inutile. Rimediamo, facendola noi.

In figura vedete gli ultimi 186 trimestri di Pil italiano, dall’inverno del 1970 (sì, proprio quello preceduto dal famoso “autunno caldo”, quando i sindacati facevano i sindacati anziché i corifei delle riforme) alla primavera di quest’anno. Prima dell’ultima crisi, quella iniziata nell’estate del 2008 con lo shock Lehman, i dati del Pil trimestrale sono pressoché indistinguibili dalla propria tendenza statistica.

Le recessioni, o le semplici stagnazioni (crescita vicino a zero, che oggi è normale, ma allora non lo era), sono seguite da riprese in cui il Pil accelera, tornando back on track (come dicono gli economisti), cioè sul suo sentiero di crescita di lungo periodo. Succede nel 1975, come vi ho detto, e poi nel 1993, quando una recessione dell’1% venne seguita, nel 1994, da una crescita del 2%. Non il 7% del 1976 (certo, i tempi erano cambiati), ma abbastanza per recuperare le perdite subite.

E poi? E poi arriva la crisi del 2008, che, a differenza delle precedenti, ci coglie privi di qualsiasi strumento di politica economica: non quella di bilancio, che non si può fare, o almeno non possiamo farla noi (mentre noi mendichiamo flessibilità, il deficit spagnolo viaggia intorno al 5% del Pil); non quella monetaria, che non si può fare perché ci pensa Draghi nell’interesse di tutti (gli altri); non quella valutaria, che non si può fare perché non abbiamo più una valuta nazionale.

Ah, naturalmente se l’Europa (chi?) ci impedisce di fare politiche è solo nel nostro interesse, perché noi non ne siamo capaci, come dimostrano i risultati ottenuti nei terribili anni Settanta, quando eravamo “in mezzo al Mediterraneo con della carta straccia in tasca” (citando un odierno statista). Il grafico però racconta una storia diversa, più coerente con l’economia, che magari non sarà una scienza, ma un suo buon senso ce l’ha. Il buon senso suggerisce che se prima di pestarti ti legano le mani, è capace che ti facciano più male. I dati lo confermano.

Dopo l’evidente “scalino” fra estate 2008 e primavera 2009, l’Italia, legata, non accelera come le altre volte: semplicemente, si mette a crescere al ritmo precedente, il che non basta per recuperare il terreno perduto. Poi arriva Monti, e il Pil si appiattisce. Nel trimestre scorso è stato pari a 388 miliardi. Se fossimo restati o tornati sulla tendenza pre-crisi, quella seguita per 38 anni, avremmo invece avuto un Pil di 481 miliardi: un dato di 93 miliardi superiore. Se sommiamo tutti questi scostamenti dall’inizio della crisi, il conto è salato: il divario fra storico e tendenziale cresce nel tempo e la sua somma, dal 2008 al 2015, è pari a 1.949 miliardi in meno. Tutto questo perché fortunatamente l’Europa (e l’euro) ci proteggono da noi stessi. Ma siamo veramente sicuri che degli inetti come noi riuscirebbero a far di peggio se abbandonati a se stessi?



da asimmetrie

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martedì 23 agosto 2016

LA BOTTE PIENA E/O LA MOGLIE UBRIACA? di Emmezeta

[ 23 agosto ]

Il divertente caso del Sole 24 Ore

Tra i motivi che intristiscono ogni anno la fine d'agosto c'è anche la rituale sagra degli economisti dello zerovirgola. Costoro non vedono l'ora che la luce dell'estate inizi a spegnersi per ricominciare a propinarci le loro ricette. Sempre le stesse, sempre smentite dai fatti.

D'altronde il loro lavoro è di far da spalla ai veri padroni, tanto quelli che stanno nei consigli d'amministrazione, quanto quelli che abitano i palazzi della politica. Le cose filavano lisce, e perfino noiose, finché la crisi è venuta a scuotere innate certezze.

E siccome da tempo i loro conti non tornano, il rito di fine estate si è fatto un po' più interessante. Non perché abbiano abbandonato i loro dogmi. Tutto sì, ma questo mai. Ma perché le loro contorsioni ci parlano di una manifesta crisi teorica. Crisi però mai riconosciuta, con effetti comici talvolta davvero esilaranti.

Avete in mente quando gli economisti mainstream - quelli che il compianto Costanzo Preve chiamava "economisti con la pipa" - ci dicevano seri, quando non serissimi, che era necessaria l'austerità, tagliare la spesa, aumentare la competitività e così avremmo avuto la crescita, la fine della disoccupazione e la felicità eterna?

Ecco, costoro non ne hanno azzeccata una. Ma sono sempre lì, perché in fondo il loro compito non era quello di centrare le previsioni, bensì quello di annunciare un futuro radioso a condizione che si accettasse un duro presente di sacrifici.

Il problema è che ormai questo giochino non incanta più nessuno. Mario Monti ci è stato davvero d'aiuto: sempre sia lodato! Ecco allora che i messaggi hanno iniziato a farsi più contorti. Adesso non si può più parlare apertamente di sacrifici, ma solo di crescita, sviluppo, investimenti, eccetera. Ma siccome siamo appunto alla fine dell'estate, la finanziaria è alle porte, ed i commissari europei hanno già indossato le lenti d'ordinanza, ecco che questi generici obiettivi devono sposarsi con deficit e debito programmato e concordato con gli occhiuti signori di cui sopra.


Siamo così tornati agli eccitanti zerovirgola da cui siamo partiti, riportandoci di fatto ad un labirinto senza uscita in cui si pronunciano frasi e si fanno discorsi senza senso. Ragionamenti senza senso perché auto-contradditori financo nella forma, figuriamoci nella sostanza! E' in questo labirinto che si aggirano i decisori politici, a partire da Renzi. Ma i loro consiglieri economici non sono da meno. Le vecchie frasi fatte di un tempo non funzionano più, quelle nuove ancora meno.

La prova di quanto sia grande la confusione anche sotto il cielo dei dominanti ci viene dal Sole 24 Ore del 21 agosto. Il confronto tra i pezzi di due editorialisti del giornale (Marco Fortis e Dino Pesole) è davvero istruttivo. Vediamo.

Dice Fortis che l'andamento del Pil italiano non sarebbe così male se non fosse che la spesa pubblica italiana è troppo bassa. Oh perbacco! Per dimostrare questa tesi, il consigliere di Renzi (e membro del Cda della Rai) fa un'operazione abbastanza semplice. Prende il periodo che va dall'ultimo trimestre del 2014 (l'ultimo per l'Italia con il segno meno) al primo trimestre 2016 e, dopo aver visto l'andamento del pil in alcuni paesi europei in questo periodo, calcola quanto ha inciso sulle variazioni di ogni paese la dinamica della spesa pubblica nazionale.

Il risultato - ancorché facilmente prevedibile - è comunque interessante: chi più spende (normalmente in deficit) più cresce.

Questo l'aumento del pil nei quindici mesi considerati: Spagna 4,34%, Germania 2,02%, Francia 1,95%, Austria 1,90%, Olanda 1,66%, Portogallo 1,47%, Italia 1,37%. Nello stesso periodo la spesa pubblica su base annua ha avuto i seguenti incrementi: Germania 18 miliardi, Spagna 9,2 miliardi, Francia 8,8 miliardi, Olanda 1,9 miliardi. E l'Italia? 28 milioni. Milioni, non miliardi...

Dunque siamo virtuosi, anzi virtuosissimi! Peccato si tratti di una virtù che crea decrescita e disoccupazione. Ecco, secondo Fortis, quale sarebbe stata la dinamica del pil senza l'effetto dell'incremento della spesa pubblica: Spagna 3,45%, Francia 1,53%, Austria 1,43%, Olanda 1,37%, Italia 1,37%, Germania 1,36%, Portogallo 1,22%. Tolta la Spagna, che necessiterebbe di un discorso a parte, difficile non notare l'appiattirsi di questi dati, che comunque indicano la modestia del rimbalzino del pil nell'intera eurozona nel periodo considerato. Ancor più difficile non notare il piccolo sorpasso italiano sulla virtuosissima Germania.

Ora, il renziano Fortis avrà voluto dimostrare in qualche modo l'innocenza del suo amico fiorentino nell'asfittico andamento dell'economia nazionale, ma il suo ragionamento non fa una pecca. Anzi, se ne fa una - che egli stesso riconosce - sta nell'aver sottostimato il peso della spesa pubblica, visto che egli ha considerato solo l'apporto diretto al pil (1 miliardo di spesa = 1 miliardo di pil) e non i suoi effetti moltiplicativi che notoriamente ci sono.

Dunque, viva la spesa pubblica! Sennonché, cambiando pagina del giornale di Confindustria, ci imbattiamo nell'editoriale di Dino Pesole, il quale ci dice che bisogna ridurre le tasse - quelle di lorsignori s'intende, ma questo va da se - senza però venir meno al dogma della riduzione del debito. Quindi, per Pesole, ai tagli alle tasse deve corrispondere un'equivalente, se non addirittura maggiore, taglio alla spesa pubblica, che egli quantifica in "almeno 10-12 miliardi".

In questo modo l'autore si mette la coscienza a posto: le tasse vanno ridotte come richiede il suo datore di lavoro, la spesa pubblica pure tanto lì pagheranno solo i poveracci, mentre agli eurocrati di Bruxelles verranno consegnati dei graziosi numerini a conferma che siamo servi. Ovviamente le riduzioni fiscali di cui si parla, e che il governo ha già in programma, sono quelle che interessano ai padroni del vapore: riduzione di 3,5 punti dell'Ires, ampliamento del super-ammortamento a vantaggio delle imprese, estensione della tassazione agevolata sui premi di produzione, mantenimento della decontribuzione per i neoassunti. Dell'annunciata riduzione dell'Irpef, che interesserebbe anche i comuni mortali, non si parla invece più.

Se indicare le tasse da ridurre può essere facile, assai più arduo indicare le spese da falcidiare. Lorsignori a volte diventano pudici e preferiscono non parlarne. Non sta bene annunciare gli ennesimi tagli alla scuola e alla sanità, nuovi ticket da pagare, nuovi attacchi alle pensioni, altri trucchi da inventare per rimpiazzare i soldini messi in tasca agli industriali. Roba che riguarda i poveri, che a loro fanno un certo che...

Sul punto Pesole è del tutto reticente. Ma la cifra minima di 10-12 miliardi rimane. Coi dogmi europei non si scherza. Resta il fatto che la sua manovra andrebbe spiegata a Fortis. Dodici miliardi di tagli, considerando un moltiplicatore di 1,4 come stima il Fondo Monetario Internazionale, danno un calo del pil di 16,8 miliardi, cioè un meno 1% e spiccioli. Alla faccia della crescita! La verità è che taglio della spesa ed aumento del pil sono (almeno in una fase come questa) due cose che non possono stare assieme. Dunque, niente botte piena e moglie ubriaca. Pesole se ne faccia una ragione e scelga tra l'invecchiamento del vino e l'incremento del tasso alcolemico della moglie.

Come la mettiamo allora con la divertente inconciliabilità delle due tesi esposte sulle rosee pagine del Sole? Uno dice giustamente che la spesa pubblica è un carburante imprescindibile per la ripresa, l'altro afferma che bisogna continuare a tagliarla. Entrambi vorrebbero ovviamente la crescita, ma se il secondo fa aperta professione di fede eurista come Dio Euro comanda, il primo se ne astiene, ma senza enunciare una critica esplicita al mostro domiciliato a Bruxelles, salvo renzianamente rivendicare una «valutazione meno ragioneristica degli spazi di flessibilità». Insomma: due atteggiamenti diversi, ma un'identica reticenza nell'andare al cuore del problema.

Se in termini logici la contraddizione tra i due editorialisti del Sole 24 Ore appare insanabile, il loro confuso ragionare ha una sola spiegazione. I due sanno bene come stanno le cose. Sanno che la loro dottrina neliberista ha fallito, come pure il loro credo austeritario. Sanno che non si esce dalla crisi con gli zerovirgola della famosa "flessibilità" sulla quale gioca Renzi. Di più: sanno anche che l'Europa è agli sgoccioli, ma se riescono probabilmente a pensarlo, proprio non ce la fanno a dirlo. Neppure Fortis. D'altronde, «il coraggio, chi non ce l'ha non se lo può dare».

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lunedì 22 agosto 2016

Что придет на смену Европейскому Союзу? RUSSIA E FORUM NO EURO

[ 22 agosto ]

Qui sotto la versione in lingua russa dell'appello che convoca il III. Forum internazionale no euro. Al Forum ci sarà infatti anche una nutrita delegazione russo-ucraina.

Что придет на смену Европейскому Союзу?


Третий международный форум

23-25 ​​сентября - Кьянчиано-Терме, Сиена, Италия

Предательство институтами Европейского Союза провозглашенных принципов справедливости, братства, свободы, сотрудничества, солидарности и мира явно проявилось в недавно подписанных договорах с Великобританией и Турцией. Маски сброшены, и истинная природа ЕС показалась перед публикой.

В процессе формирования ЕС, лишь незначительное меньшинство осуждало всю абсурдность введения единой валюты и общих институтов для столь различных экономических регионов и обществ в целом. Монетарный режим де-факто основывается на монополии денежной эмиссии у наднациональной, гипер-финансовой системы, которая спекулирует на государствах и народах.
То, что кажется абсурдным, имеет свою рациональность: разрушение национальных государств соответствует совпадающим интересам различных капиталистов и в первую очередь крупных финансово-промышленных транснациональных корпораций, которые уже долгое время действовать сообща.
Дискурс “европеистов” пытается скрыть неолиберальную идеологию (прописанную в договорах Союза), который гласит, что любое политическое вмешательство в деятельность рынка является неприемлемым. Все препятствия против диктатуры капитала над трудом были демонтированы; ничто не должно ограничивать свободное движение капитала. Общественная собственность должна быть приватизирована.
Большинство европейских левых виновны в том, что квалифицировали эту реакционную конструкцию, как прогрессивную, оправдывая ее. Это возмутительное предательство интересов и устремлений народных классов, напоминающее 4 августа 1914 года, когда европейская социал-демократия предала принципы борьбы за мир, проголосовав за братоубийственную мировую войну. Неолиберальная глобализация цинично продается ими под этикеткой “интернационализма”.
Европейский союз находится на грани распада под волнами финансового урагана, пришедшего из США. Коллапс можно предотвратить только с помощью чрезвычайных мер с огромными социальными издержками, чья нагрузка должна лечь на ​​рабочий классом и народы «периферийных» государств ЕС и так называемых "Pigs" (в дословном переводе - “свиньи” - эту аббревиатуру с 2008 года западные журналисты используют, обозначая четыре страны ЕС: Португалию, Ирландию, Грецию и Испанию).
Народы по-разному пытались сопротивляться этой социальной бойне, отмобилизовываясь и проводя грандиозные акции протеста, проявляя свою волю на избирательных участках, формируя новые социальные движения и политические партии. Эти новые движения и партии, иногда без четкой идеологической приверженности, часто внутренне противоречивые и социально неоднородные, выражают не только неприятие сокращений в социальной сфере и политики жесткой экономии - неолиберального механизма вымогательства и мошенничества, но и стремление вернуть утраченный или преданный национальный суверенитет народов.
Европейские «спасательные пакеты» в виде мер жесткой экономии, которые до сих пор применяются в государствах-членах, влекут разрушительные последствия.
В самом деле, поступательное развитие показывает, что Европейский союз и зона евро находятся в процессе распада. Попытки правящих классов избежать его могут только продлить агонию ЕС. Конец Европейского Союза неумолим. Проевропейской элите придется уступить воле людей, политическим и социальным силам, требующим изменений. Завтра их призовут возглавить борьбу народов за восстановление суверенитета. Эти силы имеют разный классовый характер и преследуют разные, порой даже противоположные цели. В то время как в некоторых странах реакционные и ксенофобские правые партии растут (некоторые из них еще более либеральные и антидемократически настроенные, чем господствующие в настоящее время), в других странах политические массовые движения стремятся к восстановлению демократии и сокращения неравенства. С помощью этих движений вполне возможно построить единый фронт, чтобы сломать европейскую "тюрьму", восстановить демократию и социальную справедливость. Каждый народ сможет таким образом восстановить свой суверенитет и независимость.
Мы знаем: освобождение не будет легким. Мы все видели, каким образом в Греции государство было лишено своего суверенитета и народ превратили в массу индивидуумов, лишенных каких-либо прав. Неолиберальные наднациональные институты действительно могут быть обозначены как «социальные террористы».
Народам нужные решительные политические партии с четкими идеями и целями - полная противоположность СИРИЗЕ. Они не смогут освободить себя, если процесс демократической революции не будет доведен до конца. Любая неудача этого процесса в рамках нынешнего кризиса неолиберальной глобализации и распада Европейского союза и зоны Евро может легко привести к периоду нового варварства.
Третий Международный форум представит площадку для обсуждения различным демократических силам. Это должно способствовать разработке новой общей стратегии в качестве основы для интернационалистского союза между народами и нациями на общей основе: выхода из зоны евро, Европейского Союза и НАТО. Противостоя неолиберальной глобализации, мы нуждаемся в анализе и концептуализации процесса деглобализации в каждой из наших стран.
Всем, кто хочет внести свой вклад в этой великой задачи предлагается принять участие в работе Третьего Международного Форума.

Европейский координационный совет против евро

·       Antikapitalistische Linke Nordrhein-Westfalen Северный Рейн-Вестфалия, Германия
·       EPAM, Греция
·       Euroexit Personenkomitee gegen Sozialabbau, Австрия
·       Initiative for a Communist Left, Греция
·       Manifiesto Socialismo 21, Испания
·       P101, Movimento di liberazione Popolare, Италия
·       Pardem, Parti de la démondialisation, Франция
·       Salir del Euro, Испания


Материалы Второго форума: http://www.antieu-forum.org/

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CHE CAZZO CI FATE A VENTOTENE? di Piemme

[ 22 agosto ]

«Un giorno, che prima verrà meglio sarà per i popoli europei, occorrerà riportare Merkel, Hollande e Renzi, proprio a Ventotene, ma quando ne avremo fatto nuovamente una colonia penale —ovviamente nel pieno rispetto dei diritti del prigioniero».

«Una nuova spinta per riaffermare la necessità di rilanciare l'Unione europea dopo le Brexit». Così il Corriere della Sera di oggi presenta il vertice trilaterale tra la Merkel, Hollande e Renzi. Aggiungiamo noi: un summit pensato dai Renzi per sorreggere se stesso mentre traballa.


Siamo pronti a scommettere che non verrà da questo vertice alcuna "spinta per rilanciare l'Unione europea". Giunti a questo punto del marasma per "spinta deve intendersi infatti una cosa sola: un salto effettivo, strategico, verso uno stato europeo unico per quanto federale, quindi con ben più forti e definitive cessioni di sovranità degli stati nazionali, a cominciare da quello che di prerogative sovrane ne ha cedute di meno: la Germania. Ben al contrario! La crisi sistemica produce una contro-spinta oggettiva più potente di ogni desiderata europeista: quella alla riappropriazione, da parte degli stati nazionali, della loro sovranità politica ed economica.

Lo abbiamo detto più volte ma repetita juvant: il destino dell'Unione europea è segnato, essa imploderà presto sotto il peso delle contraddizioni economiche, sociali e politiche. E poi? E poi, crollata la sovrastruttura dell'edificio euro-unionista, resteranno le fondamenta, quella appunto degli stati nazionali.
«La politica imperiale europea era comunque fallita: contro la Francia; contro la Germania che rifiutava l'imposizione d'un accentramento monarchico; contro la ripresa turca e contro gli altri infiniti particolari problemi europei e coloniali, che avevano reso la sua politica così complessa, a volte perfino contraddittoria, egli mostrò ormai una sua tetra stanchezza. Aveva tentato d'imporsi, animato da volontà tenace e da un profondo senso del dovere, quasi di una missione, all'Europa, le cui sorti il destino gli aveva affidato: ma i particolarismi e la varietà delle condizioni religiose, nazionali, economiche gli avevano opposto difficoltà insormontabili; né sempre, del resto, egli si era reso conto della complessità dei varî problemi».
Parole che sembrano scritte oggi, invece QUI si parla del fallimento del primo tentativo moderno di unificare l'Europa, quello compiuto dall'imperatore Carlo V. Di fallimenti di unificazione europea ce ne furono altri due, e naufragarono anche questi. Parliamo del grande disegno napoleonico e quindi di quello hitleriano. Il quarto tentativo farà la medesima fine degli altri, malgrado esso abbia preteso di unificarci con la moneta (pecunia regina mundi) e con un esercito di economisti liberisti piuttosto che di soldati armati di tutto punto.

Questi giurati nemici dei popoli si ritrovano oggi pomeriggio a Ventotene, nel luogo dove antifascisti e sinceri democratici del calibro di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi concepirono il famoso Manifesto. Come spesso accaduto nella storia, nani e criminali politici, maestri dell'inganno, debbono nascondere le loro malefatte alla spalle di nobili disegni ideologici.
Non avremmo condiviso allora, non condividiamo oggi —non fosse che per l'errata diagnosi delle cause della crisi europea e della fumosa astrattezza della proposta politica— l'idea dello Stato federale europeo. Ciò non ci impedisce tuttavia di sottolineare lo spirito libertario, anticapitalista e apertamente socialista di chi quel Manifesto scrisse.
Altiero Spinelli

Di questo spirito (che i seguaci di Spinelli si son persi miseramente per strada per diventare zimbelli delle oligarchie dominanti) si sono fatti scudo le élite neoliberiste e ordo-liberiste che hanno progettato ed infine costruito questo mostro che è l'Unione europea. Un caso da manuale di parassitazione ideologica. Non a Spinelli si sono infatti ispirate queste élité bensì a Richard Coudenhove Kalergi sul piano geopolitico e ad August Von Hayek sul piano filosofico ed economico.

Un giorno, che prima verrà meglio sarà per i popoli europei, occorrerà riportare Merkel, Hollande e Renzi, proprio a Ventotene, ma quando ne avremo fatto nuovamente una colonia penale —ovviamente nel pieno rispetto dei diritti del prigioniero.

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domenica 21 agosto 2016

IL PROLETARIATO (NON) HA NAZIONE di Sergio Cesaratto

[ 21 agosto ]

Il lucido e potente intervento del compagno Sergio Cesaratto [nella foto] in occasione del dibattito con Giorgio Cremaschi a una straordinaria e affollatissima Festa Rossa di Perignano nei dintorni di Pisa, svoltasi il 18 agosto. Il tema era: “La sovranità appartiene al popolo: i referendum momento di conflitto sociale fondamento di democrazia”.
La critica, impeccabile, è alle due sinistre, quella sistemica che ha voluto la globalizzazione e quella "radicale", o, come diciamo noi, cosmo-internazionalista.

Paese mio che stai sulla collina. Battaglioni internazionalisti o ordo-keynesismo?

«Voi perdonerete se prenderò il tema di questa sera un po’ alla lontana. Non sono un giurista, e sono anche un po’ scettico sulla via giuridica al conflitto sociale, come sembra un po’ suggerire il tema della serata. In un certo senso mi riferirò di più alla prima parte del titolo: La sovranità appartiene al popolo. Giusto. Ma qual è l’ambito di questa sovranità? Lo Stato nazionale, il tuo continente, il mondo intero? Su questo come sinistra siamo molto reticenti, e su questo mi piacerebbe dire qualcosa. Esiste una democrazia che vada oltre i confini del tuo Stato nazionale? E siccome, almeno su questo si è d’accordo, il conflitto sociale è l’humus della democrazia, qual è lo spazio naturale per il conflitto sociale?


Presa alla lettera, la tradizione marxista respinge oltraggiosamente l’idea dell’identificazione della classe lavoratrice col proprio Stato nazionale. Come è stato osservato, secondo questa tradizione: “Proprio perché la classe operaia è priva di proprietà, non è più lacerata dai limiti dell’interesse privato, diventa per ciò stesso suscettibile di solidarietà” (Gallissot 1979, p. 26; v. anche Cesaratto 2015), insomma chi ha solo le catene da perdere non necessita di passaporto. Il principale ostacolo a tale solidarietà, ben noto a Marx ed Engels, era nella concorrenza fra le medesime classi lavoratrici nazionali, sia intermediata dalla concorrenza fra i capitalismo nazionali che diretta attraverso i fenomeni migratori. Ma sebbene procedendo in forma contraddittoria, l’internazionalismo proletario rappresentava per Marx ed Engels il contraltare del cosmopolitismo capitalistico, che essi avevano elogiato nel Manifesto del partito comunistacome una forza liberatrice per l’umanità, che avrebbe spazzato via, fra l’altro, i retaggi barbarici del legami nazionali o etnici (ibid, p. 805).[1] Naturalmente Marx ed Engels non potevano esulare dalle lotte nazionalistiche, a cominciare dalle aspirazioni tedesca e italiana all’unificazione. Ma la prospettiva dello Stato nazionale era per loro al massimo una tattica, e non una strategia. Purtuttavia, nella Critica al Programma di Gotha, dopo aver criticato i termini del tutto generici con cui il Programma della socialdemocrazia tedesca aveva affiancato la lotta internazionalista a quella nazionale, Marx ammette che: come classe
, e che l'interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma "per la forma."> (Marx 1975, mio corsivo). [2] [3] La si metta come si crede, il passaggio è un riconoscimento impegnativo. Nel lungo periodo siamo tutti morti, come dirà qualche anno dopo Keynes. E la “forma” è spesso “sostanza”, ci dice il buon senso.
Fatto sta che da Marx ed Engels i concetti di Stato e (soprattutto) nazione, nelle loro varie declinazioni e intrecci, sono un buco nero della teoria marxista per la quale, nel lungo periodo, non dovrebbero neppure esistere.[4]
Un’analisi molto citata che, se non di impronta marxista, le è vicina nell’interpretare l’evoluzione delle istituzioni (la sovrastruttura) come funzionale all’evoluzione materiale della società (la struttura), è Ernest Gellner (1925-1995). Semplificando molto, egli vede l’emergere delle entità nazionali come funzionale allo sviluppo capitalistico che richiede l’omogeneizzazione culturale (in primis linguistica) della società per consentire l’educazione di massa (a sua volta strumento di quella omogeneizzazione), la comunicazione e il funzionamento degli apparati burocratici, l’unificazione del mercato, la mobilità sociale e quant’altro (per una introduzione a Gellner v. O’Leary, 1997). Come si vede nulla a che vedere con le giustificazione “romantiche” del nazionalismo —che naturalmente hanno avuto una funzione ideologica di leva delle rivoluzioni nazionali guidate soprattutto da componenti intellettuali della piccola borghesia insofferenti dell’immobilità sociale delle preesistenti forme istituzionali. Al contributo di Gellner fa riferimento un noto studioso marxista (e scozzese, questo non è un caso) del nazionalismo, Neil Davidson. In una intervista che ho trovato molto utile (Davidson 2016) egli si ricollega a Gellner ed estende il funzionalismo della teoria di quest’ultimo (l’unificazione nazionale come elemento di omogenizzazione culturale e modernizzazione delle più complesse società industriali) alla natura di collante ideologico che il nazionalismo svolgerebbe in particolare nei confronti delle classi lavoratrici.
In sostanza, la tesi di Davidson è che il nazionalismo assolverebbe alla necessità di una compensazione ideologica per le ferite apportate dal sistema capitalistico ai lavoratori. In tal senso esso svolgerebbe una funzione reazionaria, evitando che essi sviluppino una coscienza di classe che travalica i confini nazionali. Più specificatamente, Davidson associa nazionalismo e riformismo - “I lavoratori rimangono nazionalisti nella misura in cui rimangono riformisti” - vale a dire i lavoratori restano nazionalisti nella misura in cui identificano nello Stato nazionale lo spazio per il loro avanzamento e, naturalmente, lo Stato nazionale medesimo offra loro questa opportunità.[5]
Non voglio entrare nel merito ideologico di questa tesi – in fondo una ripetizione del punto di vista di Marx sullo Stato nazionale come falsa coscienza e quant’altro.[6] Siccome mi interessano di più gli avanzamenti concreti dei ceti popolari - anche perché ritengo che da essi possa solo scaturire una successiva contestazione più radicale del capitalismo - è interessante che posto di fronte a problematiche concrete, lo studioso scozzese faccia parecchie ammissioni (un po’ come Marx quando riconobbe che “l'interno di ogni paese è il campo immediato della … lotta”).
Più precisamente, riferendosi all’Unione Europea (EU), Davidson richiama un saggio di Hayek del 1939 in cui questi sostiene la costituzione di entità sovranazionali in quanto non possono che essere di natura liberista. Esse svolgerebbero dunque la doppia funzione di svuotare gli Stati-nazionali di ogni potere economico e dunque redistributivo, assegnando alla struttura sovranazionale un compito di mera ordinatrice delle attività economiche (un disegno che potremmo definire, con termine ormai popolare, “ordo-liberista”). Davidson giunge dunque a riconoscere che riforme favorevoli ai lavoratori, possibili nello Stato-nazionale, diventano impossibili una volta che le leve economiche siano trasferite presso istituzioni sovra-nazionali.[7] Ma non solo. Lo studioso scozzese critica anche l’argomento della sinistra radicale (forse noi diremmo “antagonista”) per cui istituzioni sovranazionali come quelle europee, sebbene volte a mortificare lo spazio conflittuale delle classi lavoratrici nazionali, costringerebbe queste ultime a mettersi assieme per cambiare quelle istituzioni. E al riguardo Davidson conclude: “La solidarietà fra i confini non dipende dalle costituzioni o dalle istituzioni, ma dalla volontà dei lavoratori di sostenersi a vicenda, persino se in Paesi diversi. Invece di invocare battaglioni immaginari di lavoratori organizzati a livello europeo, sarebbe più utile cominciare a costruire dove già siamo”. E in un iperbolico capovolgimento di prospettiva, Davidson conclude: “E’ improbabile che la battaglia contro il capitalismo neoliberista cominci simultaneamente attraverso l’intera UE, o che sia ristretta ai suoi confini. Quello che più probabilmente vedremo è una serie scostante di movimenti dalla differente intensità, entro i diversi Stati-nazionali che, se vittoriosi, potrebbero formare alleanze e, infine, gli Stati Uniti socialisti d’Europa. Tuttavia, questa visione non potrebbe essere realizzata entro la UE, ma solo costruita da capo sulle sue rovine”.
Dunque, lo Stato-nazionale da essere strumento di corruzione riformista dei lavoratori diventa strumento necessario per la rivoluzione socialista!
Quello che, infatti, mi sembra poco chiaro nelle menti del movimento per il No al referendum (parlo della sinistra naturalmente), è che qui non sia sta difendendo la “Costituzione più bella del mondo”, slogan che lasciamo alla stucchevole Boldrini,[8] ma le macerie (e solo quelle se non ci diamo una svegliata) di una nostro Stato-nazionale entro cui esercitare il conflitto sociale, che se regolato, è l’humus della democrazia (Hirschman 1994). Lo smantellamento delle istituzioni democratiche e il rafforzamento degli esecutivi – di per sé accettabile solo se si rafforzano al contempo le istituzioni di controllo, i poteri di “checks and balances”) – diventa funzionale al disegno ordoliberista europeo, in cui conflitto e democrazia non ci sono più, ma solo rigorose leggi di mercato tutelate dalle istituzioni sovranazionali che agiscono per tramite di supine istituzioni nazionali. Il no al referendum dovrebbe saldarsi al no all’Europa e al recupero della sovranità economica nazionale (che è la cosa che davvero conta). Purtroppo in questa consapevolezza siamo ancora molto indietro.
Così come siamo molto indietro nella consapevolezza delle problematiche economiche in cui la tematica dello Stato nazionale emerge in tutta la sua pregnanza. Su questo vorrei chiudere.
La crisi e il successivo crollo dell’Unione Sovietica hanno avuto due conseguenze nefaste per la sinistra, l’una a ben vedere simmetrica all’altra: l’apertura di spazi sconfinati per il neo-liberismo e la totale assenza a sinistra di una risposta a quest’ultimo —l’assenza di qualsiasi riflessione sul socialismo reale ne è la testimonianza. In verità delle risposte ci sono state, ne possiamo individuare addirittura tre:
(a)               la terza via blairiana, ovvero la fondamentale resa al neoliberismo di cui si accetta la sostanziale vittoria sul socialismo; più che di terza via si doveva parlare di senso unico, il liberismo come unica prospettiva.
(b)               La via cosmopolita: una confusa denuncia del neoliberismo e della globalizzazione capitalistica in nome di una “globalizzazione dei popoli”. Lo spettro coperto da questa risposta è amplissimo: dalla dama di San Vicenzo sig.ra Laura Boldrini, vuota quanto stucchevole; all’antagonismo No-questo e No-quello, in cui l’idea di fondo, se capisco bene, è che non tocchi a noi dare risposte o suggerire come governare i processi: le contraddizioni capitalistiche devono scoppiare e su quelle si deve lavorare (esemplare il tema dell’immigrazione). Se questo significa dare i ceti popolari in pasto alla destra, beh al tanto peggio tanto meglio non v’è limite.[9] In mezzo l’economia da Social Forum, quella del micro-credito, delle fabbriche recuperate (spesso presunte tali), del commercio equo e solidale. Tutte esperienze lodevoli, ma che si deve davvero essere ingenui per ritenerle tali da costituire un’alternativa sistemica al capitalismo.
(c)                La terza via tradizionale, se mi si consente di riappropriarmi di quest’espressione, è quella socialdemocratica keynesiana basata su controllo dell’apparato pubblico da parte delle organizzazioni del lavoro e politiche di sostegno della domanda aggregata anche attraverso elevati salari diretti e indiretti, dunque attraverso la riduzione sostanziale delle diseguaglianze. Tutto questo nell’ambito di un compromesso di classe in cui la de-mercificazione dei rapporti fra i soggetti si arrestava ai cancelli della fabbrica (dento i quali si esercitava, purtuttavia, un controllo sindacale). Questa terza via, per quanto imperfettamente applicata in Paesi come il nostro, incontrerebbe oggi difficoltà sostanziali nell’assenza di un quadro internazionale di politiche economiche volte al cosiddetto keynesismo internazionale. Questo è vero. Il keynesismo in un Paese solo è infatti impossibile a fronte del vincolo di bilancia dei pagamenti. Le due esperienze relative a due grandi Paesi, il governo laburista britannico 1974-79 e il primo Mitterand del 1981-82 furono la pietra tombale su queste esperienze. Ci sono dei “però”, tuttavia.
Accantonate le utopie speranzose (ma è un termine generoso) dell’Altra Europa, o quelle dei battaglioni rivoluzionari di lavoratori e immigrati, non rimane che quella del proprio Stato-nazionale. Questa strategia non può che essere che quella dell’Economia dei controlli, controllo delle importazioni in primis. Non c’è alternativa (sebbene, naturalmente, qualche spazio di manovra possa essere offerto anche dal recupero della sovranità monetaria). Se mi si consente di coniare un neologismo, abbiamo bisogno di un “ordo-keynesismo”
Sento spesso accuse alla “sinistra” di aver da tempo dismesso i suoi panni. C’è molto di soggettivo, oltre che di generico, in questa accusa. Non ci si domanda veramente perché la sinistra è in una drammatica crisi. Non è per mutamenti soggettivi che non c’è più una sinistra – se non nei suoi opposti (i buonisti/antagonisti speranzosi che assecondando le contraddizioni del capitalismo si partorisca la rivoluzione, o il D’Alemismo/Renzismo anch’esso volto ad assecondare i processi, sebbene in maniera diversa). Ciò che non c’è è una sinistra che sappia proporre ai ceti popolari una prospettiva politica di cambiamento degna di questo nome, e non lo fa perché è maledettamente difficile. Ma in ciò dimostra una codardia intellettuale e politica spaventosa. Quello che dunque mi sorprende è quanto poco ragionamento vi sia su quali dovrebbero essere gli elementi di un progetto economico che in un Paese solo (magari con una politica estera attiva e spregiudicata) punti alla piena occupazione e alla giustizia distributiva (e magari con qualche elemento di gestione socialista della produzione). La sinistra, tutta la sinistra, ha ripudiato dopo la fine del socialismo reale, ogni idea di intervento pubblico nell’economia. Se devo essere onesto, trovo anche il dibattito sui referendum talvolta fuorviante dai veri temi, e in effetti è la gente comune che lo trova lontano e incomprensibile. E’ lontano e incomprensibile perché è oscuro il legame con i temi del lavoro e della giustizia. Ma la sinistra questi temi li evita, meglio il piccolo cabotaggio, oggi i referendum, domani chissà».



Riferimenti bibliografici 

Cesaratto, S. Alternative Interpretations of a Stateless Currency crisis,Asimmetrie.org/working-papers/wp-2015-08, in corso di pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics.
Cesaratto, S., Fra Marx e List: sinistra, nazione e solidarietà internazionale a/ working papers 2015/02 www.asimmetrie.org
Cesaratto, S., The Classical ‘Surplus’ Approach and the Theory of the Welfare State and Public Pensions, in: G.Chiodi e L.Ditta (a cura di), Sraffa or An Alternative Economics, Palgrave Macmillan, 2007.
Davidson, N., State and Nation, An Interview with Neil Davidson, April 25, 2016, Viewpoint magazine, https://viewpointmag.com/2016/04/25/state-and-nation-an-interview-with-neil-davidson/
Engels, F. Lettera a Karl Kautsky, 1882, https://www.marxists.org/archive/marx/works/1882/letters/82_09_12.htm
Gallissot, R., Nazione e nazionalità nei dibattiti del movimento operaio, in AAVV, Storia del marxismo, vol. II, Einaudi, Torino, 1979.
Hirschman, A., Social conflicts as pillars of democratic market society,Political Theory, vol. 22, 1994
Marx, K., Critica del Programma di Gotha, 1875,https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/index.htm
O'Leary, B.,On the Nature of Nationalism: A Critical Appraisal of ErnestGellner's Writings on Nationalism, British Journal of Political Science 27 (2): 191-222.


NOTE

[1] Il cosmopolitismo del capitale è peraltro assai à la carte: elevato quando si tratta di estendere geograficamente l’esercito industriale di riserva; scarso quando si ricorre al proprio Stato nazionale per sussidi e protezioni di vario genere.
[2] Così si esprimeva il documento esaminato da Marx: "La classe operaia agisce per la propria liberazione anzitutto nell'ambito dell'odierno Stato nazionale, essendo consapevole che il necessario risultato del suo sforzo, che è comune agli operai di tutti i paesi civili, sarà l'affratellamento internazionale dei popoli." Nonostante l’ammissione “che l'interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta”, in un pamphlet che rimase inedito, Marx ridicolizzò, da quello che egli riteneva fossero i veri interessi dei lavoratori, l’elemento progressista della via nazionale alla crescita economica prefigurata da Friedrich List (1789-1846) (v. Cesaratto 2015). Un economista inglese, molto famoso per i suoi studi sul cambiamento tecnologico, Chris Freeman, usava dire che il fatto che gli economisti giapponesi fossero per lo più marxisti fece la fortuna del Giappone, in quanto nel secondo dopoguerra le politiche industriali furono affidate agli ingegneri. Si può a questo aggiungere l’influenza di List, in Giappone e nel caso delle “tigri asiatiche”, e naturalmente in Germania e indirettamente in Italia.
[3] In un passo di una lettera di Engels (1882) a Kautsky, molto citata perché l’amico di Marx parla di imborghesimento della classe operaia inglese a fronte dello sfruttamento coloniale, afferma che: “ il proletariato vittorioso non può fare a forza la felicità di nessun popolo straniero, senza mettere in tal modo a repentaglio la sua propria vittoria” (cit. da Gallissot, 1979, p. 801). A Roma gira uno slogan antagonista: “Al mondo ci sono solo due classi: chi sfrutta e chi è sfruttato”. Come si vede il mondo è un pochino più complesso.
[4] Il concetto di Stato uno spazio sembra avercelo nella teoria marxista nella fase della “dittatura del proletariato”. Il concetto di nazione è quasi un tabù reazionario (se non come elemento tattico). Naturalmente qui avanzo dei giudizi molto tranchant. Per una rassegna delle posizioni nel marxismo classico (inclusi Kautsky, Rosa Luxemburg, Lenin e Stalin) si veda Gallissot (1979). In pratica, inoltre, sino a tempi recenti l’intreccio fra lotte per l’indipendenza nazionale e lotta per il socialismo non era posto in discussione. Ci riferiamo dunque soprattutto alla sinistra radicale odierna (non solo italiana) che, influenzata dai discorsi di origine liberista per cui la globalizzazione avrebbe reso obsoleto lo Stato nazionale, sposa un internazionalismo acritico avendo perso ogni dimensione nazionale delle lotte di emancipazione sociale. Contraddittoriamente, tuttavia, tale sinistra non si sognerebbe di mettere tale dimensione in discussione nel caso del popolo kurdo.
[5] Tale offerta può prendere la forma sia di una cooptazione “bismarkiana” della classe lavoratrice attraverso lo Stato sociale, che di lotte dei lavoratori per ottenerne un’estensione. Sulle origini dello Stato sociale, si veda Cesaratto (2007). Per Karl Polany (1886-1964), com’è noto, lo Stato sociale costituisce un’autodifesa dei ceti popolari a fronte della violenza del mercato.
[6] Davidson è sprezzante circa la nozione di “differenze etnico-culturali” che oscurerebbero “ciò che la gente ha in comune enfatizzando aspetti relativamente superficiali del nostro mondo sociale”. Ma il “multiculturalismo” non era un valore “di sinistra”? Forse quest’ultima dovrebbe un po’ chiarirsi le idee in merito.
[7] Per una trattazione più esaustiva si veda Cesaratto (2016). Viene lì spiegato come istituzioni sovra-nazionali fra nazioni economicamente disomogenee non potrebbe caricarsi di funzioni socialmente perequative, pena l’insubordinazione degli Stati più ricchi (incluse le loro classi lavoratrici).
[8] Se una “costituzione più bella del mondo” v’è stata, è stata probabilmente quella sovietica.
[9] E’ questa la prospettiva della sinistra militant/antagonista, cinica a mio avviso, poco interessata ai reali avanzamenti nel benessere dei ceti popolari quanto invece a che, di sconfitta in sconfitta, cresca una presunta coscienza rivoluzionaria.

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