venerdì 19 gennaio 2018

SALVINI, LA FLAT TAX E I MINIBOT di Marco Cavedon

[ 19 gennaio 2018 ]

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona. Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?


Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essere accettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che 
“La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.
Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

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VERSO LE ELEZIONI, SCHEDA 1: PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

[ 19 gennaio 2018 ]

I nostri lettori sanno che come Programma 101 abbiamo tentato di presentare una lista che facesse della sovranità nazionale e del patriottismo costituzionale la sua cifra
Questo tentativo non è andato a buon fine, dunque questa lista non ci sarà. Ciò non consente di fare spallucce su questa tornata elettorale.
Con questa prima scheda vogliamo mettere sotto la lente i programmi delle diverse liste elettorali che saranno in campo. Tutte, a partire dall'estrema sinistra per finire all'estrema destra, passando per le forze maggiori. Lo faremo mettendo a fuoco, dei programmi delle diverse liste, quanto affermano sull'Unione europea e sull'euro, poiché riteniamo che, nel momento attuale, siano i due particolari nei quali c'è l'universale, ovvero, siano la cartina di tornasole per capire la natura stessa di ogni lista.

Oggi iniziamo dall'estrema sinistra, precisamente dai trotzkysti di Per una sinistra rivoluzionaria, lista animata dal Partito Comunista dei Lavoratori e da Sinistra Classe e Rivoluzione (ex-Falce e Martello).
Qui sotto segnaliamo la parte del loro programma in cui si parla di Unione europea. Può sembravi bizzarro, ma se ne parla nel capitolo del programma dedicato al... debito. L'unione europea? E' un ..."ostacolo", si dice che per fare il bene del popolo lavoratore non si può... "restare nei parametri di questa Unione europea" [sottolineatura nostra]. Quindi no all'uscita ma "cambiare i parametri". La qual cosa, riformare i Trattati, come abbiamo scritto, è ciò che praticamente, pur con toni diversi, dicono tutti quanti. Sulla moneta unica? Neanche una parola. 
Ma ecco qui la parte del programma in questione.


NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO


Qualsiasi governo voglia davvero prendere misure a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati si troverà innanzitutto di fronte all’ostacolo rappresentato dall’Unione Europea e dal pagamento degli interessi sul debito pubblico. Le istituzioni europee in questi anni non hanno fatto altro che imporre in modo inflessibile le più spietate politiche di austerità, proprio per far rispettare il pagamento del debito.

È bene ricordare che il debito dello Stato italiano è stato contratto solo in minima parte da famiglie e piccoli risparmiatori, mentre il grosso è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi d’investimento, sia nazionali che internazionali. Di fatto ci hanno spremuto con le politiche di lacrime e sangue solo ed esclusivamente per garantire la remunerazione del grande capitale finanziario.

Di fronte a questa vergogna, tutte le forze politiche si limitano a parlare di “avviare trattative con le istituzioni europee”, ma il caso della Grecia ci ha insegnato che la Trojka non è disponibile a fare la minima concessione, a costo di trascinare un intero paese nella miseria più nera. Non è possibile fare politiche di spesa sociale e allo stesso tempo restare all’interno dei parametri di questa Unione Europea.


  • Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.

  • Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori.

  • Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista.

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giovedì 18 gennaio 2018

DOPO LE ELEZIONI COSA? CE LO DICE D'ALEMA

[ 18 gennaio 2018 ]

Ieri sera, a Otto e Mezzo, De Benedetti, oltre a dichiararsi d'accordo con Berlusconi che occorre fare gli scongiuri ad una vittoria elettorale dei Cinque Stelle, alla domanda della Gruber "quale scenario sarebbe secondo lei auspicabile dopo le elezioni se nessuno avrà la maggioranza?"; De Benedetti, dopo avere ricordato che Gentiloni è in carica e non si è dimesso, ha concluso: "Meglio continui Gentiloni e si vada alle elezioni prima possibile, non senza avere fatto una nuova e più seria legge elettorale.

Sarà Gentiloni o un altro cameriere dell'oligarchia
euro-tedesca a fare il Presidente del consiglio dopo il 4 marzo? 

Dipende...
Anzitutto dovrà accadere che nessuno dei tre polo ottenga la maggioranza dei seggi...
Se il Pd prende una sonora batosta sarà difficile che il piddino Gentiloni resti dov'è. 

D'Alema, il "baffetto maledetto" —colui che nel 1999 trascinò il nostro Paese nella infame guerra alla Iugoslavia— tra i tanti suoi difetti ha quello di conoscere i meandri del Palazzo, quindi quel che pensa è d'aiuto a capire cosa potrebbe accadere dopo le elezioni.

Lo ha intervistato Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera di ieri.
Riportiamo due domande e  le due risposte di D'Alema.
«Cosa succederà il 5 marzo?
La classe dirigente ha il dovere di dire la verità al Paese: questa legge è congegnata perché nessuno abbia la maggioranza. Occorrerà lo sforzo di garantire una ragionevole governabilità, mentre il Parlamento avrà un compito costituente, a cominciare da una nuova legge elettorale. Il Paese pagherà un prezzo alto al fallimento del renzismo, al modo disastroso, superficiale e arrogante con cui ha affrontato questioni delicatissime come le riforme.
Un governo del presidente?
Per forza: una convergenza di tanti partiti diversi attorno a obiettivi molto limitati. E noi, che siamo una forza radicata nei valori democratici della Costituzione della solidarietà, dell’uguaglianza, del lavoro, daremo il nostro contributo, ponendo discriminanti di carattere programmatico per noi irrinunciabili».
Com'è evidente D'Alema, non tifa per Gentiloni, ma giunge alla stessa conclusione di De Benedetti: fare una nuova legge elettorale e andare subito alle urne. Sono essi degli stolti? O lo sono coloro che ritengono che la prossima legislatura durerà 5 anni?

Vedremo come andrà a finire.

Di sicuro sappiamo già quale sarà lo scenario post-elettorale e i due terreni di battaglia, connessi l'uno all'altro.

Sono furbi Lorsignori: dopo la batosta di Renzi sulla Costituzione si "limiteranno"alla modifica della legge elettorale, ma noi sappiamo che certi meccanismi elettorali, a Costituzione formale intatta, possono stravolgerla nella pratica. Chi sta sopra tenterà di fare una nuova legge elettorale per assicurare e blindare il governo dei suoi fantocci, siano essi di destra, sinistra o centro. 

D'altra parte la Ue, che con Moscovici ha messo le mani avanti, farà pressioni affinché chiunque governi rispetti i vincoli stringenti di politica economica dettati da Bruxelles e Francoforte.




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MOSCOVICI: IL BUE DICE CORNUTO ALL'ASINO

[ 17 gennaio 2017 ]

La Commissione europea irrompe nel dibattito politico italiano. Lo fa con le parole di Pierre Moscovici [nella foto], commissario agli Affari Economici della Ue che dice senza mezzi termini: "L'Italia è tra i rischi del 2018 per l'Unione europea" e definisce l'appuntamento elettorale del 4 marzo "un rischio politico".

Non è solo un assist al Pd renziano, è molto di più, è un esempio eclatante di quella che un tempo si sarebbe chiamata "ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Già, ma questo concetto, in tempi di euro-fanatismo è diventato desueto. Ed è sintomatico che contro le affermazioni di Mosovici solo le destre abbiano osato esprimere disappunto...elettorale.
Il "rischio" per cui Moscovici ha, come Annibale, attraversato le Alpi è stato, guarda un po', quello del debito pubblico.
Dobbiamo ringraziare Alberto Bagnai che proprio ieri, sul suo blog,  ha pubblicato un grafico molto istruttivo perché dimostra che il commissario europeo, francese per l'appunto, non ha titolo alcuno a rimbrottare i pur notoriamente servi politicanti italiani. Qui sotto il grafico che mette a confronto i deficit pubblici (differenza tra entrate e spese dello Stato) di Ue, Francia e Italia ed il loro andamento negli anni. Accanto la chiosa di Bagnai.


«Come vedete i francesi (les bleus) sono sempre stati sopra a noi, e sempre oltre il parametro di Maastricht (in rosso), e lo saranno almeno fino al 2019, con in più il fatto che il divario fra loro e noi è destinato ad aumentare (a indicare che noi saremo, secondo il Fmi, sempre più virtuosi di loro, oltre a essere di fatto in regola con Maastricht già da sei anni: sei anni di sacrifici che l'Europa ci riconosce così, sberteggiandoci!).

Insomma: è il classico caso di bue che dice cornuto all'asino. Le differenze fra asino e bue vi sono note: credo che tutti noi (almeno noi maschietti) preferiremmo essere asini. Concludo con una nota: l'Italia sarà un paese libero quando un giornalista vi darà i numeri che trovate qui, e quando avrà il coraggio di sbatterli in faccia al nostro nuovo amico con le corna, giusto così, per vedere l'effetto che fa, e per ricordargli che, fra le tante differenze cui accennavo, c'è anche quella che l'anello al naso ce l'hanno i buoi, non gli asini. Ma per questo ci vorrebbe un giornalista col retrotreno più simile a quello di un asino che a quello di un bue. Sono sicuro che da qualche parte, nascosto, ci sia e ci legga. Speriamo che si palesi presto: altri seguiranno, perché non se ne può più: ad ognuno puzza questo barbaro dominio».


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mercoledì 17 gennaio 2018

L’INFLAZIONE? È DI CLASSE di Piemme

[17 gennaio 2018]

Com’è noto, secondo la teoria monetarista, l’inflazione, ovvero l’aumento generale dei prezzi, sarebbe determinato anzitutto dall’aumento della quantità di moneta in circolazione. Ergo: controllando la quantità della moneta si tiene sotto controllo il suo valore. Sembra non solo intuitivo ma logico se dico che la quantità d’acqua che esce dal tubo dipende da quanto apro o  chiudo il rubinetto.

In verità l’economia ha poco a che fare con l’idraulica.

In polemica con Ricardo, che monetarista lo era, Marx (e sulla sua scia, Keynes) rovesciò l’equazione sostenendo proprio il contrario: è l’aumento dei prezzi (il quale può avere le più diverse cause che non è qui il caso di rubricare), che determina e giustifica l’aumento della massa monetaria circolante.
Tuttavia proprio il dogma monetarista è quello su cui la Bce basa la sua politica monetaria.
Leggiamo infatti sul sito di Bankitalia:
«Nel perseguimento della stabilità dei prezzi, la BCE si prefigge lo scopo di mantenere il tasso d’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento su un orizzonte di medio periodo. Tale specificazione indica che si vuole evitare un’inflazione troppo vicina allo zero – che rischierebbe di tradursi in una situazione di deflazione (un decremento persistente dell’indice generale dei prezzi, anch’esso dannoso per l’economia)…»
Che questo dogma monetarista sia sbagliato, è confermato da quanto accade oggigiorno nelle economie dell’Occidente capitalistico, anzitutto in seno all’Unione europea.
Dopo il collasso finanziario del 2007-2008 abbiamo avuto una recessione generale, la quale come conseguenza ha avuto la deflazione e la stagnazione dei consumi (per molti ceti popolari una riduzione anche drastica). 

clicca per ingrandire

Le banche centrali di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna per prime hanno aperto... i loro rubinetti, iniettando moneta a gogò, più o meno 18mila miliardi di dollari. La Bce, seppur in ritardo, ha seguito a ruota. Solo negli ultimi tre anni, in cambio dell’acquisto di titoli pubblici e privati, Francoforte ha immesso nel sistema una cifra pari a 2.286 miliardi di euro supplementari. Il famigerato Quantitative Easing.

Malgrado queste potenti iniezioni di denaro la Bce non riesce a portare l’inflazione al fatidico (e stupido!) 2%. Particolarmente l’Italia non esce dalla sostanziale deflazione. Nel gennaio di un anno fa il tasso dì inflazione era all’1%, a dicembre addirittura è sceso allo 0,9% —sarebbe molto più bassa se non fossero aumentati i prezzi delle materie prime energetiche. Si tenga conto che secondo le statistiche l’area euro è da sei anni uscita dalla recessione (ovvero un + davanti al Pil) e il nostro Paese da cinque.

Com’è dunque che i conti a Lorsignori, Draghi in testa, non tornano? Dove sono finite queste montagne di denaro?

Non nelle tasche della grande maggioranza ma in quelle di un'esigua minoranza: di quelli già ricchi e di chi ricco ci è diventato.

Lo si vede da due fenomeni complementari. La crescita abnorme dei soldi giocati nelle borse, ovvero bische in cui si fanno scommesse e si gioca d’azzardo. Un caso su tutti: gli utili delle società quotate a Wall Street hanno toccato il record storico del +129% (dati Goldman Sachs), mentre nell’area sono cresciuti euro del 30%.

Il secondo fenomeno è l’impennata, a volte smisurata, dei prodotti di lusso, quelli quindi che solo l’esigua minoranza può acquistare. Ci informa Federico Fubini sul Corriere della Sera del 15 gennaio che, ad esempio, la borsa di Chanel (per la precisione il modello Reissue 2.55 taglia 277) nel 2009 costava 3.095 dollari. Cinque anni dopo era raddoppiata a 6.000 dollari, mentre da novembre si vende a negozio a 6.400. Il che nel caso specifico equivale ad un’inflazione dell’11,8% l’anno. Altro esempio: in Italia gli articoli di  gioielleria, dal 2010, hanno  conosciuto un aumentato dei prezzi del 41,7%.

Quindi, nota Fubini, “l’elettroshock” delle banche centrali ha funzionato e come, ma solo per l’1% più ricco della popolazione, dal che il nostro ne deduce (arguto!) che le diseguaglianze sociali, contrariamente all’inflazione, hanno subito una colossale impennata.

E’ l’inflazione di classe signori miei, della classe dei ricchi, rentier e capitalisti, che evidentemente quando è pro domo sua è una buona cosa, mentre se riguardasse tutti sarebbe la fine del mondo —vedi come terrorizzano i cittadini con lo spaventapasseri dell'inflazione galoppante se si uscisse dalla gabbia dell'euro.

Tornando all'inizio una cosa il Fubini si guarda bene dal dire, che la teoria monetarista della moneta (e dell'inflazione) è una colossale fregnaccia e delle due, l'una: o la Bce e Draghi hanno fallito, oppure ci prendono per il naso perché è proprio questo a cui puntavano con l'euro e i meccanismi ordoliberisti su cui si basa: arricchire i ricchi e impoverire i già poveri.

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martedì 16 gennaio 2018

GRECIA, L'ULTIMA PORCATA di Rododak

[ 16 gennaio 2018 ]
Dal blog Keep Talking Greece arriva un’altra testimonianza raggelante sulle condizioni dei lavoratori in questo paese, dove, per citare l’antropologo Panagiotis Grigoriou, è in corso un processo “che renderà i lavoratori greci schiavi dei padroni rimasti”. Questo articolo ne mostra i segni con inoppugnabile evidenza, scontrandosi con chi sproloquia di “ripresa della crescita greca” e di “cura dell’austerità che ha funzionato”. In un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 40% e i salari sono precipitati fino a garantire a mala pena la sussistenza, la capacità dei lavoratori di resistere ai ricatti è praticamente sparita: fino al punto che si è obbligati a restituire in contanti quello che era stato messo per legge in busta paga.

I LAVORATORI COSTRETTI 
A RESTITUIRE LA TREDICESIMA
Diversi datori di lavoro hanno trovato una “ricetta” per riempire i loro registratori di cassa durante i giorni di Natale: hanno chiesto indietro la tredicesima che sono obbligati – per legge – a pagare ai dipendenti.

Le proteste dei dipendenti sono atterrate una dopo l’altra negli uffici dei sindacati.

A Patrasso, i lavoratori nei negozi di vendita al dettaglio, ristoranti e imprese di pulizia si sono lamentati con il sindacato dei dipendenti del settore privato che i loro datori di lavoro hanno richiesto indietro il bonus di Natale.

Diverse denunce hanno raggiunto i sindacati anche a Larissa, nella Grecia centrale. Il presidente del Centro per il lavoro locale ha affermato che “non credo di esagerare se dico che nel settore della ristorazione il fenomeno ha toccato l’80% dei lavoratori”.

Tra l’altro ha aggiunto che “una grande catena di negozi ha preteso che fosse restituita la tredicesima, minacciando di licenziare i lavoratori se non avessero obbedito”, aggiungendo che “purtroppo i datori di lavoro richiedono indietro anche parte degli stipendi, adducendo come pretesto le difficoltà economiche”.

Il problema è che i dipendenti non possono dimostrare di aver dovuto restituire il piccolo extra, poiché nella maggior parte dei casi sono costretti a restituire il bonus in contanti subito dopo averlo ritirato al bancomat.

Episodi simili sono stati segnalati anche nell’isola di Creta.

Secondo quanto riferito, alcune catene di supermercati hanno costretto a restituire il bonus natalizio, dando in cambio agli impiegati un sacchetto di prodotti alimentari.

Non è il primo anno che i datori di lavoro richiedono indietro il bonus natalizio, equivalente a uno stipendio mensile.

La Grecia è in crisi economica, e questo rende i datori di lavoro creativi in ​​modo decisamente pessimo, a prescindere da quello che impone la legge sul lavoro.

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