venerdì 2 dicembre 2016

UN VIDEO PER RICORDARSI COME VOTARE DOPODOMANI

[ 3 dicembre ]



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TRUMP: NESSUNO IMPARERÀ NULLA di Mimmo Porcaro

[ 2 dicembre ]

Cosa imparerà la sinistra radicale italiana dalla (e)lezione di Donald Trump?
E’ presto detto: quasi certamente nulla. Perché? Semplicemente perché nell’ultimo decennio non ha cambiato nulla del suo approccio teorico, delle sue proposte politiche e del suo linguaggio. Eppure l’ultimo decennio ha visto fatterelli quali: la più grave crisi capitalistica dal 1929, il netto regresso della cosiddetta globalizzazione, l’acuirsi del confronto diretto tra Stati Uniti e Russia (e in prospettiva Cina), l’acuirsi della guerra imperialista agli stati in quanto tali, la crisi delle esperienze progressive latinoamericane, il pieno disvelarsi della natura classista e irriformabile dell’Unione europea e dell’euro, la tragedia della Grecia, la crescente egemonia della destra sulle classi popolari, il sorgere di partiti apparentemente post classisti ed estranei alla dicotomia destra/sinistra (M5S, Podemos). E poi la Brexit. E di fronte a questa serie di catastrofi la sinistra radicale continua avere (quando ne ha) idee simili a quelle che aveva all’epoca della globalizzazione trionfante e dell’illusione di una globalizzazione dal basso: approfittare dell’indebolimento degli stati per rafforzare l’autonomia della società e dei movimenti; servirsi del presunto carattere democratico (!) del capitalismo digitale/reticolare per fare a meno del capitale stesso e costruire da subito la cooperazione orizzontale del lavoro; enfatizzare la democrazia partecipata e le interazioni della governance rispetto alla vetusta ed esecranda (chissà perché) democrazia rappresentativa; abolire i partiti forti a vantaggio delle reti di movimento; diffidare della proprietà pubblica e dell’intervento di stato e privilegiare piuttosto i beni comuni e l’economia associativa; benedire gli inevitabili (perché forzati) movimenti migratori come esempio di “libera” circolazione delle persone. E soprattutto porre le questioni di genere, ecologiche e “dei diritti” primadelle questioni di classe, o mischiare il tutto in modo che non si capisca più nulla. Insomma: criticare gli eccessi del liberismo senza proporre il socialismo (ma nemmeno l’economia mista…). Tutta roba che non andava bene prima, figuriamoci adesso.
Dato questo rifiuto di prendere atto dei fatti, come sperare che l’avvento di Trump cambi qualcosa? Semmai le cose (ossia la miopia, le schermature ideologiche, la refrattarietà al cambiamento) peggioreranno, perché Trump è personaggio che può esaltare, per contrasto, tutti i luoghi comuni, tutte le abitudini mentali, tutte le autodifese e tutte le ovvietà di cui la sinistra radicale è capace. Razzista, il nostro, lo è. Sessista pure. Volgare, sbruffone, istrionico quanto e più di Berlusconi. Ipocrita difensore di quei piccoli capitali che ha divorato a bizzeffe nel corso della sua carriera di grande capitalista. Cosicché, quando uno ha finito gli insulti gli rimane poco tempo e poco fiato per la riflessione. Che dovrebbe poi vertere su un solo punto: perché un riccastro riesce ad apparire (e in parte ad essere) anti-establishment ben più di un Ferrero, di un Vendola, di un esponente dei tanti movimenti “antagonisti”? Perché i Ferrero e i Vendola parlano pur sempre nella e della sinistra che il rozzo popolo ormai identifica sempre di più col nemico, perché gli antagonisti pensano più ai riti di autoriconoscimento che alla costruzione di veri legami con le più diverse frazioni della classi subalterne, e perché tutti quanti parlano male del liberismo ma vogliono tenersi la globalizzazione e l’Unione europea, che del liberismo sono la più cruda realizzazione. Perché vogliono il ritorno della politica, ma pensano che “sovranità” e “nazione” siano sinonimo di passato (e di autoritarismo destroide) mentre invece sono l’unico possibilepunto di partenza della ripresa del controllo politico sul capitale edell’internazionalismo (che non è globalismo, ma, appunto, rapporto paritario tra nazioni). Perché parlano di unità della sinistra invece che di unità del popolo: popolo che non a caso si identifica sempre di meno con la sinistra e sempre più con l’astensionismo e con la destra (dato che la sinistra senza socialismo è solo libero mercato + diritti individuali).
In questo contesto le idee di autorganizzazione popolare, di iniziativa dal basso, di autonomia politica dei movimenti, di gestione autonoma e diretta dei beni comuni, invece di costituire, come potrebbero, un’importante integrazione della strategia socialista e una possibile correzione dei suoi limiti, divengono purtroppo un modo per sviare il problema centrale che, solo, può, se risolto, consentire di alleviare le sofferenze del popolo: iniziare a superare la forma privata della ricchezza (iniziare quindi ad espropriare gli espropriatori e a dissolvere il monopolio privatistico del denaro) per dar vita a una politica di investimenti di stato orientata alla piena occupazione, base di ogni ulteriore avanzamento dei lavoratori. Soluzione troppo statalista? Ma nel capitalismo la ricchezza non è un “bene comune” che possa essere gestito direttamente dalla società: essa nelle mani dei capitalisti e quindi è un qualcosa che può divenire pubblico solo grazie alla mediazione dello stato. Non i beni comuni, ma gli interventi e le imprese pubbliche potranno rilanciare ed orientare gli investimenti. Soluzione troppo tradizionale, poco partecipativa? Ma (a parte il fatto che l’intervento pubblico può ormai essere adeguatamente monitorato dalle associazioni dei lavoratori e dei cittadini) la democrazia partecipativa è la democrazia di chi ha tempo, cultura e soldi per partecipare: se aggiungi la democrazia partecipativa a quella rappresentativa, bene; se sostituisci la prima alla seconda prederai inevitabilmente il popolo e lo consegnerai inevitabilmente all’apatia o al populismo di destra.
Insomma: la crisi è così grave che può essere premiato solo un discorso anti-establishment. Ma per mostrarsi esterni all’ideologia dominante bisogna parlare un linguaggio opposto a quello dominante, che è proprio quello che parla di globalizzazione+diritti (ossimoro), di liberoscambismo+protezione dei lavoratori (contraddizione in termini) di Europa, esattamente come la sinistra radicale. Anzi, dopo la Brexit e Trump ed in attesa della Le Pen, addolcire la globalizzazione, proteggerne le vittime, essere “attenti al sociale” è divenuto rapidamente il refrain della sinistra al potere.
Quindi, la sinistra radicale non imparerà nulla da Trump e si abbandonerà alla sua coazione a ripetere slogan che non interessano più nessuno ed allontanano la soluzione: unità della sinistra (Bersani incluso, stavolta?), Europa sociale (con l’euro?), movimenti, associazioni, diritti … insomma tutta la retorica che l’ha fatta scomparire come soggetto politico, dissolvendo anche le non rare idee giuste che sono nate dal suo seno. Peccato. Perché, astrazion fatta dalla notevole incertezza sulle reali intenzioni dell’astuto Paperone e sull’esito del suo confronto con gli apparati Usa, la presidenza Trump potrebbe comunque allentare la presa sulla Russia, investire di meno sull’unità europea e rendere meno rigidi gli spazi di movimento dell’Italia. Una rara “finestra di opportunità” che meriterebbe di essere sfruttata da una intelligente forza socialista. Che non c’è; né può nascere dai detriti dell’ormai vecchia nuova sinistra.
* Fonte: socialismo 2017

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giovedì 1 dicembre 2016

CI SBAGLIAVAMO, ALL'APPELLO MANCAVA IL... "MORTADELLA"

[ 1 dicembre ]

Lo si doveva mettere nel conto che Renzi e la sua corazzata avrebbero dato fondo, proprio alle porte del 4 dicembre, ad ogni diavoleria. 

I Tg sparano due notizie oggi:  Pil (forse) all'1%, mentre anche ai dipendenti pubblici verrà data, salvo trucco, l'elemosina (il tutto con la collaborazione dei sindacati pensionistici di regime).

Una sola bella notizia, Romano Prodi ha dichiarato che voterà SÌ.

Do you remember?

Si è schierato con Renzi un altro pezzo grosso dell'oligarchia, proprio colui che con l'appoggio del centro-sinistra diede il via alla più colossale ondata di privatizzazione dell'Occidente, proprio colui che sottopose il Paese ad una cura da cavallo per stare nei parametri ordo-liberisti dell'euro. 

Quello che ci portò dritti nella gabbia dell'euro, e che per convincerci pronuncio la fatidica frase: "Con l'euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più".

I più giovani forse non se lo ricorderanno, tutti gli altri speriamo di sì.

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TRUMP, IL POPULISMO E LA MISURA DEL CONSENSO di Paolo Favilli

[ 1 dicembre ]

«Ci fu un momento più populista di quello in cui 99 anni fa qualcuno gridò ’pace e pane’»? Si tratta di un’affermazione di Pablo Iglesias, leader di Podemos (Publico.es, 9 novembre). «Trump ha vinto sulla base di due parole d’ordine che fecero il successo dei bolscevichi nel 1917: pace e pane». 

Così ha scritto su questo giornale (12 novembre) Leonardo Paggi. Mi sembra del tutto evidente che né Iglesias, né Paggi suggeriscano analogie forti tra Trump e Lenin. Entrambi usano l’analogia come iperbole concettuale, in grado di cogliere affinità tra contenuti assai diversi.

Dice ancora Iglesias: «Il populismo non definisce le opzioni politiche, ma i momenti politici». I populismi sono, per eccellenza, parametri di definizione e di svelamento delle crisi, in particolare di quelle di lungo periodo come l’attuale. Il populismo di Trump, e di tante sue varianti europee, ha certamente tratti parafascisti, ovviamente in contesti (e forme) del tutto diversi dal fascismo storico, ma ci mostra con chiarezza che non esistono possibilità di sbocchi della crisi a «sinistra» senza popolo.

È ancora particolarmente attuale la questione che il responsabile esteri del Partito comunista cinese pose a Bertinotti nel dicembre del 2005: «Mi spiegate come mai vista la vostra intelligenza, poi nel vostro Paese, quando andate alle elezioni prendete poco più del 5 per cento?». Ed oggi anche il 5% è un obbiettivo ambizioso. Ebbene, Paggi nel suo articolo è proprio di questo problema che parla.

Se la nostra sinistra da quel 5%, peraltro nemmeno garantito, vuole iniziare con coerenza e rigore il difficile percorso necessario per acquisire una forza reale, può farlo senza entrare in una comunicazione non monodirezionale con il popolo degli sconfitti dall’attuale fase di accumulazione del capitale? Senza partire dalle condizioni materiali di quel popolo e dagli effetti che quelle condizioni materiali hanno sui modi di espressione politica?

Per questo non basta la critica al neoliberismo e/o all’ordoliberismo, ma è necessario che questa critica coniughi gli aspetti generali dell’analisi con un ri-pensamento di alcune categorie interpretative di questo nostro presente. Ri-pensarle alla luce della possibilità di proposte politiche che siano chiaramente riferibili al complesso delle condizioni materiali di quel popolo che vorremmo ancora nostro.

Ed allora categorie come cosmopolitismo, europeismo, unità monetaria dell’Europa, forme di autonomia nazionale, vanno sottoposte al vaglio di una critica realistica, alla pietra di paragone degli effetti di disgregazione che la loro interpretazione dominante ha avuto sulla vita dei subalterni.

Paggi cita assai opportunamente Karl Polanyi a proposito della necessità di difendere umanità e democrazia dalle tendenze strutturalmente distruttive della società di mercato. Vorrei ricordare che Polany chiama «socialismo» tale azione di autodifesa.

Lo stesso fenomeno delle migrazioni deve essere pensato nella coniugazione delle forme del loro governo. È problema difficilissimo che scuote alle fondamenta la nostra ragione e la nostra coscienza. Ma non possiamo più permetterci di affrontarlo soltanto attraverso pur lodevoli petizioni di principio.

Per certi aspetti si ripropone oggi, in condizioni non certo paragonabili, il problema dell’incontro avvenuto nella seconda metà del XIX secolo, tra movimento operaio, socialismo, teorie critiche del capitalismo. Sarebbe il caso di non dimenticare che uno dei momenti iniziali di quel percorso, il momento fondamentale, fu la fondazione della I Internazionale. Alle origini del meeting tra organizzazioni operaie francesi e Trade Unions, confronto preliminare alla fondazione dell’Internazionale, fu la questione del controllo del mercato del lavoro, a partire dalle possibilità per le Unioni di impedire l’esportazione di lavoro francese (allora nella forma del crumiraggio) in Inghilterra.

Possiamo ignorare una questione, il controllo del mercato del lavoro, che è quasi consustanziale alle ragioni fondative dell’organizzazione operaia?

* Fonte: il manifesto del 15 novembre, ripreso anche da SOCIALISMO 2017

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«UN RADICALE PIANO B»: PARIGI 2-3 DICEMBRE: INCONTRO INTERNAZIONALE

[ 1 dicembre ]

Il 2-3 dicembre la sezione di Parigi di EReNSEP [di cui Costas Lapavitsas, nella foto, è tra i fondatori, NdR] ospita una conferenza internazionale sul tema "La Francia e l'Europa dopo Brexit". 

Numerosi gli esponenti politici, gli economisti e gli intellettuali che prenderanno la parola, provenienti da diversi paesi europei. Dall'Italia Stefano Fassina e Moreno Pasquinelli.

Più sotto la presentazione del Convegno ed il programma.

«L'era della globalizzazione, del dominio della finanziarizzazione e dell'adesione cieca adesione ai mercati, sta volgendo al termine. 

Vi è una crescente domanda di ripristino del controllo pubblico sui mercati, di una ristrutturazione democratica dello stato-nazione, di fronte alla sfida ecologica e del rafforzamento dell'economia sociale. Queste sono le principali questioni che saranno discusse a Parigi.


Per l'Europa quelli attuali sono momenti critici. L'UEM ha irrevocabilmente fallito, l'economia europea non ha slancio, mentre sono in costante crescita, nel popolo lavoratore, la rabbia e l'indignazione. Purtroppo i beneficiari sono la destra dura, addirittura il fascismo. La Sinistra Europea sta pagando a caro prezzo per la sua accettazione sbagliata dell'ideologia dell'europeismo, la sua adesione alla UE e UEM, la sua accettazione implicita del motto neoliberista che "Non c'è alternativa".

Le nubi si addensano in Europa, e la Francia può diventare un punto focale della tempesta in arrivo. C'è ancora tempo per la sinistra di plasmare la direzione degli eventi, ma prima deve scrollarsi di dosso il suo vecchio bagaglio e rinnovare le sue proposte in materia di economia, società e politica».

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mercoledì 30 novembre 2016

ALL'APPELLO MANCAVA SOLO LUI

[ 30 novembre ]

Una delle cartucce sparate da Renzi per evitare che sia travolto dal NO, è stato il discorso che il suo governo se ne frega dei vincoli  che impone l'Unione europea. 
Con la sua proverbiale faccia tosta Renzi ha sostenuto che occorre farla finita con l'austerità e l'Europa dei burocrati e dei tecnocrati.
Renzi, furbescamente, ha cercato insomma di intercettare il diffuso malumore, se non proprio l'idiosincrasia, di tanti cittadini verso il regime eurista, cercando di accreditarsi come il patriota che persegue gli interessi del Paese. 

Così abbiamo l'ultimissima sua battuta, quella per cui, se vince il NO, verrà un altro governo tecnico, ovvero, torneremmo sotto il protettorato euro-tedesco.
Il fatto è che, dall'arrivo di Monti in poi, non ne siamo mai usciti. La politica economica del governo Renzi-Padoan, al di là di meschine e mirate regalie, non rompe affatto i vincoli imposti dalla Ue sulle politiche di bilancio, non pone affatto fine alle politiche austeritarie, antipopolari e neoliberiste imposte dal Fiscal compact.

Per questo tutti i poteri forti euristi e globalisti si sono schierati compattamente per il SÌ, facendo cadere la maschera che Renzi ha indossato.

All'appello mancava solo uno dei suoi padroni, il potente e famigerato ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble.

Leggiamo su la repubblica di ieri:
«Non è una novità: qualche settimana fa, nell'indifferenza generale, Wolfgang Schaeuble aveva già espresso il suo endorsement convinto a Matteo Renzi, sostenendo dalla Romania che avrebbe votato sì al referendum. Oggi, durante un convegno organizzato dalla fondazione Koerber, ha ripetuto il concetto: "Se fossi italiano lo voterei, anche se non appartiene alla mia famiglia politica" e ha aggiunto, "spero in un successo di Renzi".
Su Renzi, Schaeuble ha anche puntualizzato che "dà l'idea più di altri di poter fare le riforme". Dunque, "anche se dovesse andar male, spero che continuerà a cercare altre vie per far avanzare l'Italia. Se perdesse, non vuol dire che si ritirerà dalla vita politica. Continuerà comunque a impegnarsi per migliorare l'Italia"».
Morale della favola: oltre le Alpi hanno ben capito che il referendum del 4 dicembre è anche, volenti o nolenti, un referendum sull'Unione europea, pro o contro il regime dell'euro. Una vittoria del NO sarà l'ultimo schiaffo alle élite oligarchiche e tecnocratiche, alla loro pretesa di portarci via gli ultimi scampoli di sovranità popolare e nazionale.
 

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