Programma 101, Salerno, 23 febbraio

Programma 101, Salerno, 23 febbraio

domenica 19 febbraio 2017

SPREAD: CHI C'È DIETRO AL NUOVO ATTACCO ALL'ITALIA di Franco Bartolomei

[ 19 febbraio ]


Volentieri pubblichiamo questa analisi del compagno Bartolomei sui movimenti dello spread. Egli da per scontato che non ci sarà alcuna scissione del Pd, né elezioni anticipate. Noi, come i lettori sanno, siamo di diverso avviso.

Comprendere la realtà in movimento per tracciare il nostro progetto comunitario alternativo all’Europa autocratica della finanza e della tecnocrazia.


Stavolta l’obiettivo di fondo del grande ricatto della salita degli spread è blindare l’ingresso dell’Italia nel nocciolo duro dell’ Euro. Il Sistema finanziario globale e le autorità monetarie hanno rimesso ancora una volta lo spread sui nostri titoli di credito pubblico in pista di lancio, per stringere il quadro di governo e le aree politiche ad esso connesse, su politiche di piena osservanza dei perimetri tracciati dal Fiscal compact, ed evitare che il movimento di contestazione degli assetti finanziari e del modello sociale, reso più forte dal successo del movimento referendario sulla difesa della Costituzione, possa rimettere in discussione gli equilibri del Paese.

Il vero fatto di rottura dell’equilibrio che quindi scatena l’attacco è la convergenza politica che sta maturando nel Paese tra il fronte della difesa della Costituzione, ormai non più confinato solo a sinistra, ed il fronte della contestazione del modello economico finanziario, perché questa saldatura politica produce uno schieramento maggioritario.

Il vero cemento che sostiene il cosiddetto Occidente “capitalista” è ormai solo il sistema finanziario, commerciale e monetario integrato e globale, che trova il suo punto di comunicazione, collegamento ed azione esecutiva, nel sistema comunicante mondiale delle piazze finanziarie. E’ normale che il richiamo all’ordine sistemico venga dalle strutture che costituiscono il centro direzionale dell’intero sistema. 

La speculazione finanziaria frontale e massiccia, su grandi sistemi economici come uno stato di potenza economica medio-grande come l’Italia, al pari di quella che raddoppia uno spread su titoli di stato in poco tempo, avendo una valenza sistemica, non risponde sicuramente a logiche economiche libere o a spinte spontanee. Lo stesso attacco sugli spread è opera di operatori finanziari che muovono capitali di gran lunga superiori a qualsiasi resistenza possibile da parte di una banca centrale di entità medio-grande come la nostra, e di fronte ad un tale impatto la difesa di un bond nazionale sui mercati è un’impresa pressoché impossibile, in assenza di un progetto di difesa del proprio sistema economico nazionale che preveda una alternativa monetaria di emergenza di immediata attivazione.

Ed infatti, come volevasi dimostrare, quasi subito la medicina dello spread ha bloccato la febbre da scissione e da elezioni anticipate, dimostrando ancora una volta come Baffino e il “giovin fiorentino” siano due burattini e come tutto il sistema politico del dopo-Monti sia un teatrino eterodiretto.

La cosa triste e che per giorni a sinistra si è discusso di questo e non si è riflettuto affatto sull’intesa in corso di perfezionamento tra Merkel, Draghi e Gentiloni sull’Europa a due velocità e sull’ipotesi di blindatura dell’Italia nel gruppo di testa dell’EURO. Figuriamoci se un vincolo di tale portata, che implicherà forzature sociali e fiscali notevolissime, avrebbe tollerato un governo debole e provvisorio, preso in mezzo ad un sistema politico che avesse scelto di correre ad elezioni anticipate.

Era prevedibilissimo l’arrivo di un intervento esterno per normalizzare un quadro politico in affanno, soprattutto quando è in gioco la stabilità di un governo che garantisce un sistema intero, e che sta contraendo nuove rilevanti obbligazioni internazionali di natura sistemica.

Ora se ne staranno a cuccia fino a primavera prossima e riempiranno la TV di scemenze su Riforma elettorale e Nuovi “centri-sinistri”. Intanto lavoreranno per creare le condizioni per ricostruire un quadro di governo utile a mettere in sicurezza la scelta odierna sull’ingresso dell’Italia nel cosiddetto nocciolo duro dell’Euro. Con la certezza rinnovata che, se dovesse servire, il manganello ferrato della salita dello spread è sempre pronto alla bisogna.

Di fronte a questo disegno è oggi più che mai necessario leggere correttamente la portata reale dei processi in atto, e contrapporre a questo schema della partecipazione italiana al progetto tedesco del “super euro” come risposta alla crisi della UE, un progetto complessivo alternativo, di superamento della moneta unica e di ri-articolazione dell’Unione Europea attraverso un sistema finanziario collegato in modo flessibile al suo interno, fondato su monete nazionali sovrane, in grado di consentire politiche nazionali antirecessive e socialmente riequilibratrici, all’interno di una Unione che recupererà una natura contrattuale e libera, superando l’assetto autocratico, forzato e verticistico che ha assunto dopo Maastricht e Lisbona.

Noi vogliamo un diverso assetto monetario tra i paesi d’Europa, in cui il debito degli stati possa essere gestito con la flessibilità tipica delle monete sovrane, espressioni naturali di sistemi economico-produttivi omogenei e di realtà istituzionali ed amministrative definite a livello nazionale, governabili anche attraverso una politica dei cambi, e con la possibilità, che un sistema di questo tipo consente, di recuperare un significativo livello di spesa pubblica per interventi anticiclici e antirecessivi. Per questo noi sosteniamo il superamento del sistema euro.

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sabato 18 febbraio 2017

SINISTRA ITALIANA A CONGRESSO: CHE NOIA, CHE BARBA, CHE NOIA...

[ 18 febbraio ]

Stiamo seguendo, in streaming, i lavori del congresso fondativo di Sinistra Italiana (SI) apertosi venerdì e che si sta svolgendo a Rimini. Anzitutto, ci pare doveroso denunciare la vera e propria congiura del silenzio che i media (tutti!), hanno riservato a questo congresso.

Detto questo, non è che questo congresso brilli per idee, proposte, intuizioni. Idem con patate in  quanto ad analisi serie della crisi, della sue cause. Grandi visioni e "discorsi profetici" zero. Tante invece le denunce dello stato di cose presente, delle innumerevoli ingiustizie, delle discriminazioni sociali, della miseria della politica politicante; ma stucchevoli, al limite del banale. Addirittura debordante l'empatia per i deboli e gli esclusi, in stile moralistico Papa Bergoglio. Lessico e toni però in stile inesorabilmente vendoliano.

Un congresso, come dire, stanco, abulico, che si è acceso solo quando la presidenza è stata costretta a richiamare il mal di pancia della platea rispetto a certi convenuti...

Tutti han parlato di un "nuovo inizio", di Sinistra Italiana come architrave per una nuova sinistra politica. Tante le frecciate alla stessa "sinistra" Pd, di critiche all'idea che si debba ricostruire un altro centro-sinistra —qui le contestazioni allo scissionista Arturo Scotto. "Nuovo inizio" (l'ennesimo a sinistra) ma su cosa non si capisce. O meglio, la continuità con il già sentito, detto e fatto supera di gran lunga i segnali timidi di discontinuità. Il dibattito è noioso e da esso poco viene fuori. Occorre andare a leggersi le tesi congressuali e la carrettata di emendamenti proposti dalle diverse "anime" del nuovo partito per capire meglio dove SI va a parare.

Molto singolare (per usare un eufemismo) che nessuno intervento (nessuno) si sia soffermato sulle tesi congressuali che saranno messe ai voti, tantomeno sugli innumerevoli emendamenti, spesso contrastanti. Come se i congressi in corso fossero due, in parallelo, con quello vero, che decide la linea apolitica, che si svolge in camera caritatis, nelle chiuse stanze della commissione politica.

E che ne viene fuori, leggendo le tesi? Che Sinistra Italiana va a raccogliere l'eredità della "migliore" socialdemocrazia, con tanto movimentismo post-moderno, molto sindacalismo sociale, retorica dei diritti LGBT. Sullo sfondo un po' di europeismo cosmopolitico —addirittura patetica la difesa di euro e Ue fatta da Cofferati. Insomma: un riformismo debole che non diventa forte per l'innesto di dosi conclamate di mutualismo proudhoniano. Ultimo ma non meno importante: discorso pro-immigrazione e per l'Italia meticcia come elementi addirittura identitari.

Lo abbiamo già segnalato che c'è tuttavia una parte, in Sinistra italiana a cui ci sentiamo più vicini, quella rappresentata da Stefano Fassina. Al momento non è ancora intervenuto a difendere il suo emendamento, che sembrerà poca cosa, e che invece, se fosse approvato, sposterebbe l'asse stesso di Sinistra Italiana. ma non sarà approvato, potete starne certi.

Per questo vale la pena riportarne il suo cuore:

«La sinistra deve riconoscere l'assenza delle condizioni politiche per riscrivere i Trattati o per "far girare" l'euro in senso favorevole al lavoro, ossia in sintonia con le Costituzioni nate dopo la II Guerra Mondiale. Deve riconoscere il conflitto irriducibile fra i Trattati europei e la Costituzione e riaffermare il primato storico e politico di quest’ultima. Deve riconoscere che il demos europeo non esiste, a parte la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell'ordine vigente.
(...)  Il superamento dell’ordine dell’euro è la condizione per rivitalizzare funzioni fondamentali dello Stato nazionale al fine di proteggere il lavoro da ulteriore svalutazione e rianimare la democrazia costituzionale. In sintesi, per rigenerare la sinistra nel XXI Secolo il banco di prova è la capacità di rimettere in discussione, dopo un trentennio di subalternità culturale e politica, "il nesso nazionale-internazionale" (per riprendere il lessico di Antonio Gramsci). Quindi, per noi, vuol dire ripartire dalle città per riconquistare spazi di sovranità democratica in un'Unione europea rifondata attraverso la cooperazione tra Stati nazionali. Solo così si potrà riconciliare il progetto europeo con la Costituzione repubblicana e con il principio della sovranità popolare».

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VI SPIEGO IL MIO NO AL REFERENDUM SULL'EURO di Marco Giannini

[ 18 febbraio ]

Marco Giannini è stato un attivista del Movimento 5 Stelle. L'intervista è stata condotta da Federico Bilotti (Associazione Nazionale Sociologi - Toscana)


D. Giannini la prima cosa che le viene in mente?
R. Inizio con il dire che l’Italia è una Repubblica fondata sulle accise. L’IVA e le accise sono le tasse che alimentano le recessioni ma danno un vantaggio per chi le innalza.


Quale?
Passa inosservato. Padoan passerà di nuovo inosservato.


Parliamo di debito pubblico, siamo stati spendaccioni e ora dobbiamo ripagare il mondo sacrificandoci?
Se lei presta 10 euro a sua figlia può venire un estraneo a chiederne il conto?


Si spieghi…
Se lei prende un Bot da 1000 euro lei sta semplicemente prestando 1000 euro al suo Stato. In tal modo lo Stato ha un debito di 1000 euro. Il debito italiano prima dell’euro era il credito degli italiani. Alto o basso era roba nostra.


Però era alto per la corruzione.
Il debito si è formato per un altro motivo e lo sanno anche i sassi (tra gli addetti ai lavori). Quando lo Stato chiedeva prestiti fino al 1981 (Divorzio B/T) poteva moderare gli interessi che ci pagava sopra, dopo non più. Il tasso di interesse a cui mi riferisco è quello reale (valore nominale meno il valore dell’inflazione) ma lasciamo perdere le puntualizzazioni, basti dire che dal 1981 al 2013 abbiamo pagato 3100 miliardi di euro in questo modo. Lo sa quanto sono 3100 miliardi?


Un tecnicismo finanziario quindi ha indebitato lo Stato?
Certo e chi prestava allo Stato (speculando) erano più che altro le nostre banche private.


Chi fu l’autore?
Ciampi con Andreatta. Questi 3100 miliardi sono stati pagati a colpi di austerità comprimendo i diritti (Treu, Jobs Act), privatizzazioni/svendite anche delle banche (Amato), tagli e tasse. Andreatta ammise che fu fatto per abbattere i salari.
Vede, chi ha messo mano a liberalizzazioni, privatizzazioni, svendite, chi ha operato per ridurre il benessere dei lavoratori si è ritrovato o è stato proposto come Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidente della BCE ecc. Ciampi appunto, ma anche Amato, Prodi, Draghi, Monti. Alla luce di ciò secondo lei chi comanda in Italia?


Cosa hanno in comune oltre alla folgorante carriera?
Ci hanno portato nell’euro con il rapporto Marco-Lira 990 (Ciampi, Prodi, Draghi in particolare). Con questo rapporto di ingresso hanno distrutto all’istante la nostra competitività di un 30% rispetto alla Germania, nostra principale concorrente. Però a noi interessa vincere a calcio con loro o lamentarci di questioni in realtà secondarie.


Quando fu deciso questo rapporto di ingresso però il Marco era proprio a 990.
Se vede il grafico storico si capisce che dopo anni di “SuperMarco”, in breve tempo, la valuta tedesca si indebolì da circa 1200 a 990. Un vero miracolo “economico” non crede!? Peccato che ciò avvenne per opera del sistema finanziario mondiale che comprò lire vendendo marchi. Non era certo la nostra economia rispetto ai tedeschi ad essersi istantaneamente rafforzata.


Ancora sul debito: adesso però oltre il 30% è in mano estera. Allora lei sbaglia?
Penso abbia già capito. L’Italia ha perso all’istante una enorme fetta di competitività per un tecnicismo e l’italiano trovando convenienti le merci tedesche (o comunque straniere) ha iniziato a importare merci dall’estero. Per acquisire tali quantitativi ha chiesto prestiti molto spesso proprio alle stesse realtà da cui comprava prodotti. Poco importa che in precedenza eravamo meno “qualitativi” avevamo migliori rapporti qualità/prezzo e vincevamo. Prima dell’euro l’Italia era in surplus la Germania al contrario…


Eppure la bilancia commerciale (import/export) è in equilibrio adesso.
Siamo in equilibrio perché importiamo poco. Non è una situazione fisiologica ma patologica. Se importiamo meno è perché i salari sono bassi e la disoccupazione alta. Se avessimo questi valori a un livello meno “disumano” andremmo immediatamente in deficit commerciale nonostante che nel mondo il ciclo sia virtuoso (solo in Sud Europa la crisi è “eterna”). Chi ha un salario, infatti, quando consuma, acquista in parte merci estere. In altre parole teniamo in pari la bilancia attraverso la miseria. Una bilancia commerciale che si rispetti è in pari in un contesto di benessere non di difficoltà. Io abito in Versilia e siamo mediamente fortunati ma è il sistema Italia nel suo complesso ad essere estremamente deficitario.


I media però non aiutano.
La responsabilità è dei giornali in minima parte. Se ci fa caso gli organi di informazione sono finanziati da banche e affini e parlano solo di corruzione, di costi della politica o di problemi sorti nel sistema bancario nazionale (vedasi MPS o Banca Etruria). Così facendo il cittadino pensa che i motivi di una situazione socio economica disastrosa siano quelli di cui tutti parlano al bar mentre le vere ragioni finanziarie sono ignorate e tenute nascoste.
Sono consapevole che negli ultimi 20 anni il PD sia stato il primo riferimento dell’establishment ed il principale responsabile del disastro ma a cosa serve accusarlo se poi non si indica chiaramente quale è la radice del problema? Forse per allearcisi alla prima occasione?


Quindi ha nel mirino la politica nazionale a 360 gradi?
La responsabilità è di chi fa politica se il cittadino è all’oscuro. L’italiano è capace anche di sbalzi ed entusiasmi ammirevoli tuttavia quando resta deluso si disinteressa.


Quindi sta chiedendo più cittadini in Parlamento?
Non sia malizioso… non mi stimoli su questo aspetto.


Le sto semplicemente chiedendo una opinione.
La “grande idea” è aver fatto credere a qualsiasi cittadino di potersi occupare della cosa pubblica senza prima essersi dotato responsabilmente di strumenti conoscitivi adeguati. Basta fargli credere che i problemi sono quelli del bar e che non servono capacità cognitive particolari. In tal modo è manipolabile e, mi si passi il termine, non rompe le palle. Questo soprattutto se gli si fa percepire che chiunque può arrivare a Roma, manco fossimo alle selezioni per un reality show. Ho visto alcune forze politiche accennare ad alcune questioni fondamentali però, purtroppo, chi conosce la comunicazione sa che se si accenna ad una faccenda e poi si abbandona nel calderone del consueto bombardamento di inutili informazioni (dei media) essa viene digerita. Finisce per essere percepita come impossibile. Anche questa dinamica non è per niente casuale.


Parlava dei “nuclei del problema” per quanto riguardava i problemi di cui nessuno parla: quali sono?
L’euro e la “libera circolazione”. Altra questione importante è la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento però le vere emergenze sono le due che ho citato. Uscire dall’euro è irrimandabile ma non si può farlo mediante Referendum bensì operando in forma discreta e tramite decreto. La campagna referendaria dura due mesi ed a livello finanziario è una enormità. In questo lasso di tempo, privi dell’unica arma che blocca la speculazione (una Banca Centrale), finiremmo in default. Peraltro siamo entrati in euro senza essere consultati e la vera coerenza è fare altrettanto quando si esce. Qualcuno afferma che sia coerente il contrario ma è chiaro essere anche questo un comportamento manipolatorio, per quanto lecito.


Il Referendum però è democratico no?
Secondo lei nella Caverna di Platone cosa voterebbero? Se proprio si deve far votare il cittadino lo si faccia dopo una decina d’anni che ha ritrovato lavoro, salari adeguati e servizi adeguati. Quando avrà appurato la differenza.
Altra questione di non poco conto è che nel momento in cui ci liberiamo dalle catene della moneta unica dobbiamo uscire temporaneamente (3 anni circa) dalla UE. Questo per evitare la svendita di assets fondamentali a soggetti esteri, come purtroppo avvenne nei primi anni ’90 (vedasi Britannia) quando uscimmo da un altro cambio fisso (lo SME).
Sarebbe folle favorire una emorragia di benessere verso l’estero come succede alle colonie. Chi crede che uscire dalla moneta unica equivalga al Brexit deve studiare parecchio, gli inglesi hanno una Banca Centrale propria...
Molte persone credono di portare avanti queste battaglie e sono in buonissima fede ma la strada prospettata loro non è seria e il reale non è un palcoscenico. Sarebbe volgare considerare l’Italia tale non crede? Molta gente si ammazza e continuerà a farlo.


Cosa pensa dell’Europa?
Inutile dire che Europa, UE e eurozona sono tre realtà distinte, mi auguro di essere letto da persone informate. Alcuni semplici esempi: la Norvegia, la Svizzera e la Russia sono Europa ma non UE, la Danimarca e la Svezia sono UE ma non fanno parte dell’eurozona ecc., ecc. La famosa “Europa senza confini” o il “mondo senza confini” non è altro che la libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. In termini geopolitici l’”esportazione della democrazia” (global) con le buone o con le cattive (vedasi Ucraina).


Ecco ci spieghi bene il rapporto tra UE e globalizzazione.
La libera circolazione, tradotta, significa che le aziende se ne vanno dove pagano meno i lavoratori e meno tasse (libera circolazione merci), significa che le banche di mezzo mondo possono speculare liberamente (libera circolazione capitali) sulle casse dello Stato cioè sui contribuenti (per poi affermare che le tasse alte sono dovute ai lavoratori troppo tutelati) e significa infine che i clandestini non devono avere barriere (libera circolazione persone) e anche questo è un fattore che crea competizione al ribasso tra stranieri e disoccupati locali, per quanto riguarda diritti e salari.
Nel momento in cui però, proprio per questi meccanismi “global”, i diritti ed i salari crollano, a contrarsi sono i consumi tanto cari a lor signori (establishment). L’establishment quindi cosa fa? Concede fette di benessere ai cittadini? Assolutamente no, cerca invece di espandersi in nuovi “mercati” per intercettare nuovi consumatori (a cui riservare poi lo stesso trattamento). Per farlo tentano di piegare a sé (o addirittura ribaltare) i governi dei paesi da “conquistare”. Putin è il principale obiettivo dell’establishment e la UE a trazione tedesca serve proprio a questo. Ecco perché l’occidente è aggressivo ed altamente ipocrita. Quando parla di “mondo senza confini” e di “esportare la democrazia” si riferisce a questo meccanismo. Trump ha cambiato binario e l’establishment lo sta attaccando per ogni passo falso.


I media però indicano Trump come il pericolo per la Democrazia.
L’Italia mediaticamente è una bolla mi spiegate come si fa a credere che all’establishment interessi la democrazia?
Ci si informi su chi ha causato le rivolte in Tunisia, Libia, Egitto, Ucraina, Sudan, Siria, su quali Presidenti occidentali hanno spinto l’acceleratore sulla vendita di armi nel terzo mondo, su chi finanzia Boko Haram, Al Nusra (Al Qaida) e l’Isis e tornando in ambito economico cercate cosa diceva Attalì, considerato uno dei padri della UE, quando credeva che la moneta unica ormai fosse irreversibile (cercate “Attalì” e “plebaglia” su google).
Chi parla avrebbe votato il Democratico Sanders ma è indubbio che Trump sia meglio dei vari Obama, Clinton e Bush, ed è stato eletto democraticamente (la Commissione Europea ad esempio non si elegge).


La sua idea di Europa non mi pare simile all’attuale.
Europa significa per caso costringere centinaia di milioni di europei al “Gigantismo”? Lo sanno tutti che non ci sono le condizioni per fondere gli Stati europei se non costringendoli. Come ammesso da Monti l’unica maniera per costringere i paesi a questa scelta è renderli come la Grecia (lui definì il paese ellenico il più grande successo dell’euro) cioè portandoli in miseria. Una vera Comunità (Europea) non ha bisogno della delegittimazione degli Stati Sociali altrimenti è in malafede.
L’Europa deve essere una Comunità di realtà sorelle. Per raggiungere i migliori traguardi c'è bisogno che gli Stati collaborino ma sa su quali temi? Su quelli culturali, antropologici, accademici, di ricerca ambientale, di rinnovamento energetico e invece pensano alle monete uniche, alle privatizzazioni, alle speculazioni, agli eserciti ed alle polizie uniche.
Significa che non è l’Europa che ci descrivono ma che tale termine è funzionale a nascondere grossi interessi. Mi pare ovvio.  


Ci sono forze politiche che si oppongono a questo sistema?
Contano i fatti. Le scelte. Con le dichiarazioni siamo bravi tutti ma se poi ci si comporta come i precedenti significa aver semplicemente portato con sé la protesta per poi disinnescarla con la speranza allettante ma vana di un posto al sole in politica.


Mi permette una domanda?
Ho già capito.


Lei è stato attivista per il Movimento 5 Stelle per anni (fino al caso ALDE) ed è stato anche alla Camera a presentare il suo saggio di economia: ci dica qualcosa sulla Raggi.
Lei conosce cosa avviene sul territorio? Non intendo a Roma, in tutta Italia.


Forse?
Allora si è già risposto da solo.


Non si sbilancia?
Ponga che in un mondo virtuale, dopo anni in cui si era respirata aria di rinnovamento, guardi caso con l’approssimarsi delle elezioni politiche, una qualsiasi forza politica sfondi di gran lunga il record di verticismi, favoritismi, cordate, “guerre” tra bande, imboscate, equilibrismi, promesse, pressioni ecc. Ecco io vorrei che, in questo mondo virtuale, questo fenomeno fosse studiato all’Università.


Parla del Movimento 5 Stelle?
Non necessariamente. Parlo di chi ha fatto il record in un mondo virtuale. Siano i cittadini di questo mondo virtuale a capire, frequentando chi vogliono. Di certo dove ciò avviene la qualità va a farsi benedire e vengono, è proprio il caso di dirlo, piazzati profili inadatti, di norma anziani di partito.


Ma la Raggi mi scusi?
Sì la Raggi. Credo che Virginia Raggi ci abbia provato a fare il Sindaco. Voleva colmare un deficit di qualità scegliendo persone anche esterne al Movimento. Una strategia opportuna, stringente ma non gliel’hanno perdonata. Fosse stata manipolabile adesso se la passava meglio ma Roma era in mano a degli incompetenti. Virginia Raggi non se ne dolga, evidentemente è una ragazza di intelligenza sopraffina e i profili come lei, invidiati, fanno quella fine lì.


Vuole dire che non ha sbagliato nulla? Sembra ancora grillino!
Ha sicuramente scelto alcune persone sbagliate ma, mi creda, in un ambiente in cui non ti puoi fidare di nessuno alla fine tutti sbagliamo. Quando sbagli la prima volta poi gli errori si moltiplicano, è un fenomeno naturale studiato nelle Università. La materia grigia però non va molto di moda. La mia idea è che il Sindaco di Roma non abbia fatto in tempo a metter piede in Campidoglio che già i colleghi di partito, che aveva sconfitto internamente, hanno reso l’aria irrespirabile. E’ verissimo che i giornali si son dati da fare in un modo vergognoso contro la Raggi ma perché, zitti zitti (e su mandato politico), hanno capito che il Movimento 5 Stelle ha alcuni difetti allarmanti, ovunque…


Secondo lei resisterà?
Mi auguro vada avanti ma vedo alcuni segnali.


Tipo?
Se riusciranno a scaricare tutte le colpe sulla Raggi, al fine di occultare il verticismo anti meritocratico e l’”incapacità sistemica” del Movimento (manifestazioni emerse con l’approssimarsi delle elezioni politiche) cadrà. La Raggi è stata eletta democraticamente con buona pace dei suoi nemici acerrimi. Sarebbe il caso la lasciassero in pace.


Cosa ne pensa delle votazioni online? E’ davvero Democrazia Diretta?
Non sono un tecnico informatico ma credo che sarebbe necessario che il database con gli iscritti aventi diritto al voto fosse ispezionato regolarmente dalla polizia postale. Altrimenti c’è il concreto rischio di irregolarità. Vorrei invece rimarcare inoltre che c’è una bella differenza tra democrazia diretta e plebiscito ma, come affermato poco fa, chi non si è dotato di certi strumenti ignora. C’è differenza anche tra attivisti e “delegati” eletti da nessuno. Ma di questo gradirei non parlarne ho già parlato anche troppo.


Il prossimo libro?
Chissà.

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venerdì 17 febbraio 2017

L'APPELLO DEGLI ORDOLIBERISTI ITALIANI di Carlo Formenti

[ 17 febbraio ]

Lunedì 11 febbraio Il Corriere della Sera ha ospitato un “Appello per il rilancio dell’integrazione europea” lanciato da trecento intellettuali e presentato nella circostanza da sei firme, fra cui spiccavano quelle di Giuliano Amato e Anthony Giddens, esponenti di punta della “Terza via” blairiana e del pensiero unico ordoliberista.

Nel testo in questione: 1) si afferma che oggi la Ue è sotto attacco “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni; 2) si esalta la “economia sociale di mercato”, affermando che essa può funzionare solo grazie a una governance multilivello e al principio di sussidiarietà; 3) si rivendica il ruolo di un’Europa “cosmopolita” nella costruzione di una “governance globale democratica ed efficiente”. Il tutto condito dall’invito a legittimare la Ue attraverso elezioni in cui i cittadini del continente possano liberamente sceglierne i vertici.

Proviamo a leggere in trasparenza il senso reale di tali affermazioni, sfruttando il contributo di quegli studiosi che hanno sviscerato i dispositivi della governance ordoliberista (mi riferisco, fra gli altri, ai lavori di Dardot e Laval e al più recente saggio di Giuliana Commisso, “La genealogia della governance”, Asterios editore).

La prima considerazione da fare è che l’affermazione secondo cui l’Europa avrebbe garantito pace, democrazia e benessere è smaccatamente falsa: 1) dai Balcani all’Ucraina, passando per la Libia, l’Europa è stata un costante fattore di guerra, 2) sulla democrazia chiedete cosa ne pensa il popolo greco, 3) il benessere poi è un miraggio per quei milioni di cittadini che hanno visto peggiorare drasticamente i livelli salariali e di occupazione, oltre a perdere gran parte dei diritti conquistati prima dell’avvio del processo di unificazione.

Seconda considerazione: associare l’economia sociale di mercato [ordoliberista, NdR] all’allargamento della democrazia è una contraddizione in termini. Dietro questo slogan si nasconde infatti quel progetto neoliberista che si è costantemente impegnato a sottrarre il compito della legittimazione al quadro costituzionale-parlamentare per affidarlo a organismi non eletti che rispondono esclusivamente agli imperativi del mercato. Inoltre la sussidiarietà di cui si parla è consistita nella proliferazione di enti, agenzie e autorità deputati a gestire localmente i bisogni sociali —proliferazione che è proceduta di pari passo con lo smantellamento del welfare e con l’assunzione dell’impresa privata quale modello universale di regolazione sociale, in base al principio secondo cui non bisogna ostacolare chi potrebbe erogare un servizio migliore del servizio pubblico (ciò che Colin Crouch ha definito la spoliticizzazione del servizio pubblico attraverso la riduzione del cittadino a cliente). Infine le reti multilivello, presentate come un modello di integrazione della società civile nella governance, sono di fatto servite a indebolire quei gruppi intermedi di pressione che rappresentavano e difendevano gli interessi delle classi subordinate.

Per il dogma ordoliberista, infatti, questi gruppi sono un ostacolo alla concorrenza che impedisce la libera formazione dei prezzi (a partire da quello della forza lavoro, che va tenuto il più basso possibile per evitare tensioni inflazionistiche). Sempre secondo tale dogma, vanno contrastate tutte quelle richieste di “elargizioni clientelari” che provocano un aumento della spesa pubblica in materia di previdenza, salute, ecc. Del resto non si capisce questa logica se non si comprende che per gli ordoliberisti —al contrario dei liberisti classici— il ruolo dello stato è fondamentale: sia in quanto garante dell’ordine giuridico che deve garantire il corretto funzionamento del mercato (che non è in grado di autoregolarsi), sia in quanto garante di un ordine sociale “post ideologico” in cui tutti i cittadini devono venire convinti di essere “imprenditori di sé stessi” e di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Il riferimento alla natura cosmopolita dell’Europa —del resto smentito dai muri e dalle altre pratiche di contrasto ai flussi migratori, come il vergognoso accordo con il regime autoritario turco— va letto infine come “internazionalismo” delle élite, da contrapporre alle resistenze locali dei vari popoli europei alla colonizzazione da parte del capitale globale. Come conciliare tutto questo con la proposta di legittimare l’oligarchia di Bruxelles sottoponendola al vaglio degli elettori? Non è difficile immaginare quali alchimie giuridico istituzionali verrebbero escogitate per garantirsi a priori il trionfo di una grande coalizione europea “anti populista”, visto che, come spiega l’articolo di Goffredo Buccini nel taglio basso sotto l’Appello, occorre guardarsi le spalle da quel popolo bue che insiste a votare movimenti come l’M5S, in barba alle prove di volgarità, ignoranza e incompetenza offerte dai suoi dirigenti.

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giovedì 16 febbraio 2017

MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? di Moreno Pasquinelli

[ 17 febbraio ]

“Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

Suscitò critiche, due anni fa, il mio articolo del gennaio 2014: «CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN (dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)».

Si trattava di un'analisi del programma del Front National —per l’esattezza «MON PROJECT. POUR LA FRANÇE ET LES FRANÇAIS»—, quello sul quale il FN condusse la campagna per le presidenziali del 2012.


Alle porte delle ancor più importanti elezioni presidenziali imminenti, vale forse la pena tornare sull'argomento, analizzando l'odierno programma elettorale del Front National  —in particolare le misure economiche che esso prenderebbe una volta salito al governo—, dandone un giudizio di massima, ed anche verificando se vi siano aggiustamenti rispetto a quello del 2012 e, nel caso, quali sono ed in quale direzione vanno.

2012: STATO (POCO) KEYNESIANO DI POLIZIA

Nel mio pezzo del 2014, mettevo in guardia coloro che guardavano con eccessiva simpatia e/o indulgenza al Front National, segnalando come esso, al netto di numerose proposte di politica economica sostenibili, non solo fosse molto ambiguo sulla questione dell'euro, ma avesse, oltre ad una visione revanscista e imperialista della Francia, una concezione fortemente autoritaria della democrazia, anzi perorasse un tetragono Stato di polizia.

Riguardo all'impianto economico del programma del Front National, giungevo a questa conclusione: 
«Un keynesismo temperato che può ben sfociare in un liberismo temperato. Un programma attentamente calibrato per sfondare a sinistra e conquistare voti nel proletariato e nel ceto medio, ma senza spaventare affatto la borghesia, se non i suoi settori apertamente speculativi, e nemmeno la Germania e i centri oligarchici dell’Unione europea. Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle».
Il 4 febbraio scorso, a Lione, Marine Le Pen ha presentato il programma di governo del Front National: Les 144 engagements présidentiels.
Un "Programma senza sorprese", titolava Liberation, esprimendo l'opinione comune dei media francesi. Non è così, le novità ci sono invece. 

2017:  STATO DI POLIZIA RAFFORZATO

Partiamo dagli aspetti più squisitamente politici. 
La costituzione bonapartista della V Repubblica voluta da De Gaulle nel 1958 —il sistema presidenzialista di "monarchia repubblicana— non viene messa in discussione. Si chiede anzi un rafforzamento dei poteri presidenziali e del modello plebiscitario. [1]
Vero è che si propone una legge elettorale proporzionale ma con due correttivi di rilievo: sbarramento del 5% e un premio alla prima lista del 30% dei seggi. 

Per quanto concerne le misure Stato-poliziesche, sicuritariste e islamofobe non si può certo dire che il Programma 2017 sia reticente o vago. [2] Il motto è "tolleranza zero": riarmo massiccio delle forze di polizia, 15mila gendarmi in più, 40mila nuovi posti per i prigionieri, disarmo delle banlieu e misure cautelative contro "i 5mila capibanda censiti", aumento di tutte le pene, espulsioni automatiche e senza processo, menomazione dello Jus soli, forte limitazione del diritto d'asilo, nessuna regolarizzazione per gli immigrati illegali, inserimento in Costituzione del contrasto ad ogni forma di "comunitarismo", promozione della "assimilazione" al posto della "integrazione", via ogni "discriminazione positiva" a favore delle minoranze, limitazione della libertà d'insegnamento, soppressione dell'insegnamento della lingua d'origine per le minoranze. Non sembri un paradosso che il programma dedichi un capitolo alla "protezione degli animali", considerata "priorità nazionale".

Non meno perentorie le misure in vista di ritorno ad una politica imperialista di grandeur. Si propone di abbandonare il Comando NATO, a favore di guerre nel "solo interesse della Francia", si chiede l'aumento delle spese militari, il rafforzamento delle Forze armate, il ristabilimento della coscrizione obbligatoria.

Basta tutto questo per sostenere che il Front National della Marine le Pen è un movimento politico fascista? Ovviamente no. Esso si presenta piuttosto come una variante del
gollismo, evidentemente peggiorativa, visto che fa sua, mala tempra currunt, una visione sociale viziata di liberismo economico e da un nazionalismo identitario paranoico.

2017: ORDOLIBERISMO SI STATO

Ma se la gran parte di queste misure era già contemplata nel Programma 2012, consistenti sono invece gli "aggiustamenti" sul piano della politica economica. Si sente forte lo zampino dell'economista liberale Jean Messiha, boiardo di stato, tecnocrate, e  dei suoi sodali del Circolo degli Orazi,[1] che sembrano essere stati scelti come consiglieri economici dalla Le Pen proprio per tranquillizzare non solo la potente borghesia francese ma tutta la grande finanza. 

Beninteso nel Programma 2017 il Front National —tanto più visto che è finalizzato a vincere le prossime elezioni— avanza misure a favore del popolo lavoratore: aumento del salario minimo, delle pensioni più basse, difesa del diritto alla salute (fatto salvo il doppio regime pubblico-privato), alla scolarità (fatte salve le scuole private), ribasso del 5% delle tariffe di gas e elettricità, difesa dei risparmi contro, mantenimento delle 35 ore settimanali (con la facoltà concessa alle aziende di passare a 39 ore). 

E' difficile tuttavia non vedere il senso di questi "aggiustamenti": essi hanno una evidente impronta liberista per andare incontro agli interessi non solo e non tanto del settore privato ma delle grandi aziende monopoliste, in special modo di quelle finanziarie e bancarie, punto di forza del capitalismo francese. Vediamo dunque di capire dove stanno i cambiamenti rispetto al Programma 2012, e quindi di tirare le somme.

(1) La prima cosa che stupisce è la vaghezza sull'euro. Scompare l'idea del 2012 della doppia moneta ma il dispositivo proposto per tornare alla sovranità moneta non contempla affatto (come erroneamente si crede) un'uscita unilaterale bensì l'avvio di «un negoziato coi partner europei seguito da un referendum sull'appartenenza alla Ue». Il segnale lanciato al mondo della finanza e delle grandi banche è chiaro: non ci sarà alcuna decisione scioccante, si dovrà trovare un accordo vantaggioso per tutti. Degno di nota che l'idea (giusta) che la banca centrale debba finanziare il Tesoro sia relegata al punto 43, però  scompare, quel che era contemplato nel 2012, ovvero a interessi zero. la banca centrale resta poi formalmente indipendente.

(2) Si parla di un "Nuovo modello patriottico in favore dell'impiego" —sparisce il concetto del 2012 della "Priorità a politiche di pieno impiego—ma di misure concrete per debellare la disoccupazione, di un piano di investimenti pubblici per la piena occupazione non c'è alcuna traccia. Quale sia il paradigma è evidente: si fa affidamento sul settore privato, alle leggi di mercato, ove quindi il ruolo dello Stato si riduce a mero supporto con misure protezionistiche e di defiscalizzazione. Nemmeno un accenno all'aumento della spesa pubblica, si lascia anzi intendere una politica di tipo monetarista.

(3) La politica fiscale diventa più accomodante rispetto al 2012. Spariscono sia il criterio della fiscalità progressiva sia la tassa sui grandi patrimoni. Le tre aliquote del 2012 diventano due, con grande vantaggio per le grandi aziende. Scompare infatti ogni riferimento alla fine del regime fiscale di vantaggio per i grandi gruppi, così come il contrasto dell’elusione fiscale. Scompare la riduzione dell'IVA al 5% sui prodotti di prima necessità.

(4) Scompare nel Programma 2017 ogni riferimento al contrasto dei grandi monopoli privati, anzitutto di quelli bancari —nel 2012 ne veniva chiesta la soppressione. Nessun accenno alla nazionalizzazione del sistema bancario.

(5) Per quanto concerne la politica agricola, chiacchiere sul "patriottismo economico" e la "concorrenza sleale" ma nessuna parola sul contrasto alle grandi catene della distribuzione alimentare —e quelle francesi sono le più grandi e predatorie d'Europa.

(6) Si parla di "controllo sugli investimenti stranieri che danneggiano gli interessi nazionali", nessuna parola sul controllo pubblico dei movimenti dei capitali, sulla tassazione della rendita finanziaria, sulla limitazione del potere della borsa.

A noi pare che le tracce di keynesismo del 2012, siano andate a farsi friggere.  Non abbiamo qui lo spazio per ribadire in cosa davvero consista il keynesismo. Ne abbiamo molto scritto su questo sito e la letteratura scientifica è immensa. Basti dire l'essenziale: una politica economica keynesiana è volta a contrastare disoccupazione, recessione e deflazione accrescendo il volume complessivo dei consumi e degli investimenti, anzitutto pubblici, quindi espandendo la spesa pubblica da parte del governo.

Cosa c'è di keynesiano nel Programma 2017 del Font National? Poco o nulla. Certo, siamo lontani dal neoliberismo di Milton Friedman, all'idea di lasciare tutto al mercato, di privatizzare tutto il privatizzabile, di eliminare ogni traccia di gestione e proprietà pubblica. Molto meno distanti siamo invece dal modello della economia sociale di mercato o ordoliberista, e dal modello di welfare dello stato capofila dell'ordoliberismo: la germania. [4]

Se ieri dicevamo «Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle», oggi non possiamo dire altrettanto. Il grosso delle misure che propone il Front national non dovrebbero affatto essere adottate da un governo che meriti l'attributo di popolare.


NOTE

 [1] «2. Organiser un référendum en vue de réviser la Constitution et conditionner toute révision future de la Constitution à un référendum. Élargir le champ d’application de l’article 11 de la Constitution».

[2] Su sette capitoli del programma, ben tre sono dedicati al rafforzamento delle forze dell'ordine, e delle forze armate —Una Francia sicura; V. Una Francia fiera; VI. Una Francia possente.

[3]  «Bonjour,
Oui, les "Horaces" existent et sont bien un cercle de spécialistes, d'experts dans de nombreux domaines et entourent et conseillent notre présidente pour les futures présidentielles 2017.
Marine, présidente du FN a mis à profit l'été pour rencontrer de nombreux spécialistes d'économie, de défense, de justice, de sécurité... Le groupe «Les Horaces» s'est d'ailleurs constitué avant l'été.
Il y a environ une soixantaine de personnes (hauts fonctionnaires, magistrats, avocats, médecins, anciens militaires, chefs d'entreprises, des membres des cabinets ministériels d'Edouard Balladur, Jean-Pierre Raffarin et Dominique de Villepin).
Un porte-parole a été nommé, qui s'exposera jusqu'en mai prochain. Il s'agit de monsieur Jean Messiha, passé par Sciences Po et l'ENA.» Partisansmarine, 6/9/2016

[4] «Economia sociale di mercato. Tipologia di sistema economico caratterizzato allo stesso tempo da libertà di mercato e giustizia sociale. I fondamenti di tale modello stanno nella constatazione che il puro liberalismo non è in grado di garantire una soddisfacente equità sociale, ritenuta invece indispensabile proprio perché i singoli individui siano in grado di operare liberamente e in condizioni di pari opportunità; di converso, anche la piena realizzazione dell’individuo non può compiersi se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. È quindi necessario un ruolo ‘regolatore’ dell’autorità statale, i cui confini di intervento sono però problematici da definire con esattezza e, soprattutto, in modo oggettivo. L’intervento dello Stato, infatti, non deve guidare il m. o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente intervenire laddove esso fallisce nella sua funzione sociale. Ne consegue che i fondamenti dell’e. s. di m. si possono sintetizzare nei seguenti punti: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e la sua regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; l’ordinamento territoriale; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici. In definitiva, i sostenitori dell’e. s. di m. sono strenui critici sia della concentrazione del potere economico e politico sia dello sfrenato antagonismo tra classi sociali. La loro proposta ‘riformista’ si pone contro qualsiasi idea di pianificazione e collettivismo e anche contro il liberalismo sfrenato». Voce della Treccani Di Andrea Fumagalli


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VIZI E VIRTÙ DEL POPULISMO A 5 STELLE di Enrico Padoan

[ 16 febbraio ]

Cos’ha apportato il Movimento 5 Stelle alla prospettiva di un populismo democratico? E cosa promette di apportare? Si potrebbero offrire due risposte lapidarie: “abbastanza” e “poco o nulla”, rispettivamente.
La “finestra populista” nasce quasi sempre da una crisi della democrazia rappresentativa. Si tratta innanzitutto di un enorme aumento della distanza fra la legittima autorità ed il “popolo”. Una distanza provocata da una classe politica autoreferenziale, per la quale il concetto di accountability è un guscio vuoto che non va oltre una legittimazione elettorale sempre più fragile e distaccata. Una distanza che è allo stesso tempo una causa ed una conseguenza di un modello (neoliberista) sociale, economico e politico in palese crisi, ma che ha provocato (e si è alimentato di) una crescente atomizzazione della società, una forte diminuzione della partecipazione politica a tutti i livelli, una estrema stratificazione sociale che rende sempre più difficoltosa quella stessa partecipazione per i vasti strati di cittadini impoveriti e precarizzati. In poche parole, la creazione di società a multiple velocità (e differenti diritti reali), in cui pochi sedicenti esperti amministrano la cosa pubblica e i politici di professione (ovvero coloro che “sanno come prender voti”) si occupano di riempire le istituzioni pubbliche e di legittimare decisioni prese altrove.
Uno dei meriti del M5S è stato quello di portare avanti un discorso teso a smascherare questo stato delle cose. Il movimento di Grillo ha denunciato l’uso strumentale dell’asse sinistra-destra per legittimare una competizione elettorale che, al netto di sfumature valoriali, offre un risultato sempre identico: la perpetuazione, l’ostinata resilienza del modello neoliberalista. Ha denunciato il volontario svuotamento delle istituzioni dello Stato-nazione a favore di organismi sovranazionali privi persino di quella disincantata legittimazione elettorale che esiste a livello nazionale ed assolutamente impenetrabile a gruppi portatori d’interessi diversi da quelle delle élites economiche che beneficiano dello status quo. Come conseguenza, ha correttamente denunciato come allo stesso tempo inutili e dannosi i rappresentanti (di chi?) della classe politica italiana.
I correttivi del M5S si basano sulla ri-occupazione, da parte dei cittadini, delle istituzioni pubbliche nazionali e locali, attraverso un forte rifiuto dell’istituto di rappresentanza inteso in senso formalistico-delegativo. Nella delega parlamentare risederebbe il problema principale: quest’istituto avrebbe permesso trasformismi, perdita di accountability, svuotamento di significato dello strumento elettorale, cooptazione dei rappresentanti parlamentari da parte di gruppi d’interesse con maggiori disponibilità economiche e finanziarie per far sentire la propria voce al momento della creazione ed implementazione di politiche pubbliche. Si dovrebbe quindi, secondo gli esponenti del movimento di Grillo, limitare fortemente l’azione dei parlamentari e farli diventare portavoce dei cittadini, i quali elaborerebbero in forma partecipativa il programma elettorale. Basta con i trasformismi, basta con le deleghe.
Il M5S si pone quindi, a differenza di altre esperienze populiste emerse dalla destra, in una posizione più promettente per la causa democratica. I populismi di destra si contraddistinguono per un’impronta marcatamente delegativa: si presenta un leader forte che pretende di incarnare i valori del “popolo”, della “maggioranza silenziosa”, promettendo di mettere un punto finale ai parlamentarismi, alle istituzioni orizzontali di controllo, per porre in atto politiche rispondenti a quei valori. Inutile dire che questo “popolo”, e questi “valori”, rappresentano costruzioni sociali ad uso e consumo di progetti reazionari. Quello che qui mi preme sottolineare, però, è la conseguente legittimazione di una politica basata sull’uomo forte che “sistemi le cose”, spingendo ancor di più il “popolo” verso una dimensione esclusivamente privata dell’esistenza, una volta eliminata la fonte dei suoi problemi, ossia una classe politica “parassitaria, autoreferenziale e parolaia”.
Inutile sottolineare i pericoli derivanti da siffatta impostazione autoritaria. Va reso merito dunque al M5S l’elaborazione di un discorso basato sulla ri-attivazione del cittadino, sull’invito alla sua partecipazione alla cosa pubblica con il fine di riappropriarsene, con la convinzione che ciò porti ad una politica più efficiente e trasparente. Al di là delle caricature che circolano sui militanti 5 stelle (e sul loro elettorato), va dato loro atto di aver contribuito ad un recupero del valore positivo della parola “politica”: dopo decenni in cui veniva ripetuto agli italiani che questa andava sacrificata sull’altare dell’economia (leggi neoliberismo), il M5S ha (in parte) contribuito a smascherare l’estrema politicità del mondo in cui viviamo e delle scelte economiche in senso neoliberista, che, lungi dall’essere the only game in town, sono espressione di un preciso disegno di redistribuzione in senso regressivo. L’impianto valoriale del M5S si basa, per lo meno in origine, sull’idea che una politica partecipata e partecipativa può ridare significato al concetto di cittadino e, al tempo stesso, può rendere più efficiente la gestione della cosa pubblica e le scelte di politica economica e sociale (fra le altre).
Uno dei lati oscuri di quest’esperimento può essere individuato nella “variante populista” percorsa dai Cinque Stelle. Si tratta di una variante probabilmente implicita e sicuramente non elaborata teoricamente o discussa all’interno del M5S, la quale si avvicina decisamente alle descrizioni in voga negli ambienti politologici piuttosto che in quelli teorico-politici. È d’uso negli ambienti politologici (vedi la popolare definizione proposta da Cas Mudde) leggere nel populismo un’ideologia [?] anti-pluralista che considera la società divisa fra “un’élite corrotta” ed un “popolo puro”, e che propugna una nuova politica rispondente alla volontà generale del popolo. In questo senso, il M5S si inserisce pienamente nella famiglia populista. La differenza fra l’esperienza del Movimento di Grillo ed una Lega Nord risiede non solo (e non tanto) nella diversa concezione di “popolo”, ma nelle modalità attraverso cui questa stessa volontà generale emerge: non da un capo assoluto sobillatore di folle, ma da una libera discussione fra cittadini spogliati da appartenenze e lealtà ideologiche, secondo la massima “non esistono idee di sinistra o di destra, ma soltanto buone idee”.
Sarebbe sin troppo facile puntare il dito sulle evidenti mancanze di democrazia interna del Movimento 5 Stelle, sul ruolo di Grillo e di Casaleggio, sul loro potere d’agenda e di scomunica, ed anche sulla miserrima produzione intellettuale dei portavoce/rappresentanti del Movimento 5 Stelle a tutti i livelli. Sarebbe facile fuorviante, perché legittimerebbe quelle correnti interne al Movimento 5 Stelle (presto o tardi condannate all’emarginazione interna e all’espulsione) che ne mettono in questione l’evoluzione organizzativa, ma non i presupposti di fondo. Il vero problema, a mio avviso, sta nella concezione di base, che oltre ad aver facilitato una gestione caudillista del partito (perché di questo si tratta), contiene in nuce un potenziale rafforzamento della concezione neoliberalista della politica.
Il M5S nasce con la convinzione di poter rendere la politica rispondente alla volontà generale piuttosto che ad interessi particolari. Si tratta di una visione legalista, istituzionalista ed anti-corporativa: viene negata ogni funzione rivendicativa dei corpi intermedi, i quali vengono relegati a gruppi portatori d’interesse particolare i quali possono essere tenuti in maggior o minore considerazione, ma in definitiva vagliati dal partito, autoproclamatosi società civile. Il che può combaciare perfettamente con una visione liberale-pluralistica della politica, una visione che nel migliore dei casi può essere considerata ingenua – ma che sarebbe bene descrivere come reazionaria. Una visione che postula la buona politica come una politica efficiente perché risultato della libera discussione fra cittadini, i quali valuterebbero autonomamente le istanze portate avanti da diversi gruppi sociali particolaristici, dotati di eguali risorse per portare avanti i loro obiettivi. Una visione che nega il conflitto sociale, riducendolo ad espressione di interessi egoistici privi dell’ispirazione generale che animerebbe il Movimento di Grillo.
Si tratta di una visione ingenua, perché parte dal presupposto che sia possibile far fronte alle pressioni delle élite attraverso una libera discussione interna, come se non esistessero migliaia di strategie a disposizione dei potenti per influenzare le coordinate del dibattito (per tacere della precaria organizzazione interna del partito di Grillo che lo rende “scalabile” con relativa facilità), e come se le risorse a disposizione delle diverse lobbies esistenti si equivalessero e si sostanziassero solamente attraverso tangenti e prebende. Per tacere poi dell’asimmetria esistente fra gli stessi leaders del partito e le basi, con i primi che godono di un’infinità di strumenti per condurre il dibattito verso posizioni predefinite. Si tratta di una visione reazionaria, perché, inter aliala dicotomia fra interessi generali ed interessi particolari è completamente fittizia e normativa, ed usata, ad esempio, per giustificare la progressiva perdita di diritti nel mondo del lavoro sull’altare della produttività. Si tratta di una visione legalista ed istituzionalista perché, a dispetto della retorica partecipativa del partito di Grillo, si basa sull’imprimatur definitivo del voto popolare ad un programma più o meno collettivamente elaborato ma che viene poi utilizzato per delegittimare quei (veri) movimenti sociali che non vedono le loro domande soddisfatte dal partito, e che potrebbero ben essere attaccati per la loro parzialità.
Si tratta, in sintesi, di una proposta politica che conduce all’anti-politica, nel senso di negazione del conflitto sociale e nella delegittimazione progressiva di esperienze sociali indipendenti. Si tratta di una visione statica che nega la possibilità ad altre forze sociali e politiche di avere una propria voce all’interno dello Stato e della società. L’ipotesi populista democratica non si basa sulla dicotomia fra interessi generali ed interessi particolari, bensì sul riconoscimento (piuttosto ovvio) che determinati interessi particolari sono stati spacciati per generali ad uso e consumo di un’estremamente esigua minoranza della popolazione. Si basa sulla difesa degli interessi particolari che consideriamo legittimi semplicemente perché espressione del 90% ed oltre dei cittadini. Si basa su una ripoliticizzazione a tutti i livelli della società, per apportare quelle risorse necessarie alla mobilitazione popolare al fine di pareggiare e superare le risorse economiche delle élites al governo.
Questa mobilitazione non può risolversi in un dibattito fra “cittadini illuminati” (per quanti essi siano) presumibilmente (e presuntuosamente) liberi da influenze ideologiche o interessi privati. Questa mobilitazione deve partire dal basso, da organizzazioni che si sviluppano attorno differenti istanze e dimensioni territoriali. Compito di un progetto populista democratico è quello di dare supporto e sbocco a queste organizzazioni, senza pretese di controllo, bensì dialogando con esse, sulla base di valori socio-politici avanzati e condivisi. Compito di un progetto populista democratico è portare le istituzioni nelle piazze e viceversa, creando uno spazio politico condiviso in cui trovare una sintesi di determinate istanze basate su quei valori avanzati. Compito di un vero progetto populista democratico è riconoscere che la valorizzazione dei corpi intermedi è fondamentale, che il pluralismo è una conditio sine qua non della sovranità popolare, e che il pluralismo nasce da, e passa attraverso, la legittimazione e l’incentivazione dei corpi intermedi. Non di tutti i corpi intermedinon di qualsiasi organizzazione, beninteso, bensì di quelle che portano avanti gli interessi particolari del 90% ed oltre del popolo. Del nostro popolo, che è maggioranza, e che dobbiamo imparare ad articolare, più che a costruire.
* Fonte: Senso Comune

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