venerdì 30 settembre 2016

LUNGHINI, L'EURO E L'HOT€L CALIFORNIA di Sergio Cesaratto

[ 30 settembre ]

Sull'uscita sconclusionata del professor Giorgio Lunghini —che sul sito del Partito della rifondazione comunista parlava delle conseguenze apocalittiche di una uscita dell'Italia dall'euro— Leonardo Mazzei ha scritto l'essenziale (Fesserie di un economista). L'articolo, anche grazie a Goofynomics ha avuto migliaia di letture. 
Sempre  in risposta a Lunghini è intervenuto Sergio Cesaratto


Il problemi che solleva il prof. Lunghini nei riguardi di una rottura dell’euro sono molto importanti e vanno discussi sia sotto il profilo quantitativo che storico-politico. Cominciando da quest’ultimo aspetto, che è quello più rilevante, Lunghini esamina il caso di un’uscita unilaterale, “a freddo”, del nostro paese. Quella della rottura unilaterale è naturalmente solo una delle possibilità. 

Un’altra potrebbe essere quella che l’Hotel California in cui si entra ma non si esce, secondo la metafora del professore, prenda fuoco, per cui certamente bruciacchiati si debba scappare fuori un po’ tutti. Ma la stessa uscita unilaterale non potrà che risultare dall’incendio nella stanza dove alloggia il nostro Paese, probabilmente non appiccato da qualche sconsiderato economista, ma piuttosto da una grave crisi bancaria che, dati gli attuali meccanismi europei, porti qualche milione di risparmiatori in piazza. Certo, i pompieri europei in un qualche modo arriveranno con dei prestiti e qualche condizionalità in più sul bilancio pubblico. Ma questo potrebbe portare a ulteriori proteste popolari. O magari no. Ma se accadesse, un governo, metti a guida 5 Stelle, potrebbe essere tentato di chiedere alla Germania una sospensione della partecipazione italiana alla moneta unica. Ma anche qualche stanza contigua potrebbe prender fuoco, per esempio quella francese, se madame Le Pen decidesse di fare i bagagli dimenticandosi la candela accesa. O, perché no, potrebbe essere il gestore tedesco ad andarsene, stanco del chiasso che viene dal piano sud (senza dimenticare di bruciare tutto, secondo abitudine). Oh, una responsabilità di qualche scriteriato economista ci sta sempre, per esempio per aver suggerito ai risparmiatori che il fallimento delle banche non è dovuto alla corruzione bensì alle politiche europee e alla perdita di sovranità monetaria, o che l’euro costituisce un attacco alla Costituzione ben più grave di quello della Boschi. Ma non credo che il prof. Lunghini ci stia suggerendo di nascondere queste verità. O no? Perché, per come la mette, il professore sembra suggerire che sarebbe bene non dir nulla alla gente, se non che l’euro è un destino ineluttabile che ci meritiamo, in modo non suscitare cattive idee. E invece questi scriteriati economisti instillano l’avventurismo nelle masse, lontani dalla tradizionale responsabilità europeista della “sinistra”, invece di educarle alla remissione e alla cristiana pazienza.

A mio avviso, è dunque sbagliato collocare la tematica della rottura dell’euro fuori da un contesto storico-politico in cui un’eventuale break-up si collocherebbe, quando tutto verrebbe rimesso in discussione in un quadro internazionale non necessariamente ostile, dato l’interesse generale al ripristino della stabilità. Il prof. Lunghini è purtroppo preoccupato a prescindere, avendo fondamentalmente timore che l’Italia torni a qual disordine monetario stile anni settanta di cui, diciamocelo, proprio in virtù della cara moneta ci si era dimenticati. Scriteriati economisti costoro che vagheggiano ancora l’epoca in cui, che vuole Contessa, anche l’operaio voleva il figlio dottore. Non ha tutti i torti il professore. Questi sciagurati economisti hanno studiato storia economica e sanno che le monete uniche (come i gold standard) si fanno per mortificare la lotta di classe e la democrazia.

Per rafforzare il suo monito, il professore spara cifre e scenari da apocalisse, che verranno altrove smentiti. Noi, inguaribili riformisti, vogliamo credere che con una riacquistata sovranità monetaria il Paese saprà dotarsi di istituzioni volte a conciliare conflitto distributivo, crescita e controllo dei prezzi. Circa il debito pubblico denominato in euro – ammesso che questa moneta ancora esista – seri contenziosi potranno sorgere. In particolare dopo che con decisione irresponsabile l’Italia ha accettato nel 2012 una clausola che ne può impedire la ridenominazione in una nuova-lira (almeno relativamente alle nuove emissioni). Ma, ripeto, se si arriva a uno stadio di rottura sarà un aprile 1945, quando si ridiscute tutto. E comunque la scelta è politica: fra il rispetto di una “collective action clause” e la democrazia, lei che sceglie professore? Circa il debito privato, nessun cataclisma si verificò nel 1992 di fronte a una svalutazione del 30% (che non si vede perché debba essere superata).

Insomma, non si può sfuggire all’impressione che il prof. Lunghini si presti, suo malgrado, a una strategia dell’allarmismo economico volta a tacitare le voci che possono suscitare una reazione popolare contro l’euro/pa; che si battono per un governo che, se v’è il sostegno popolare, persegua piena occupazione, stato sociale e istruzione pubblica con ogni mezzo (incluso il ripristino della sovranità monetaria e un’economia di controlli di caffeiana memoria); che non ritengono ineluttabile un destino di incertezza per i nostri figli e nipoti.

* Fonte: politica e economia

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GRECIA: I CREDITORI PIGNORANO I BENI PUBBLICI (dove sono finiti i fans di Tsipras?)

[ 30 settembre ]

IL PARLAMENTO GRECO APPROVA PIANO PER TRASFERIRE BENI E SERVIZI PUBBLICI IN UN FONDO CREATO DAI CREDITORI

Qualche giorno fa ricordavamo quanto accadde alla Repubblica di Genova nel XIV e XV secolo quando, causa indebitamento, la Repubblica venne di fatto pignorata dai suoi creditori, nel caso specifico da un pugno di famiglie oligarchiche genovesi. Alla Grecia di Tsipras sta avvenendo di peggio, essendo i suoi creditori consorzi finanziari esteri.
La "riforma" prevede il trasferimento di servizi pubblici fondamentali, tra cui acqua, elettricità, aeroporti e autostrade, in un fondo creato dai creditori internazionali.

DW, 27 settembre 2016

I beni dello Stato greco, tra cui l’acqua e l’azienda elettrica, verranno trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il piano ha provocato dimostrazioni di protesta e scioperi del settore pubblico in tutto il paese.

Questo martedì sera il parlamento greco ha approvato una riforma per tagliare la spesa pensionistica e trasferire il controllo dei servizi pubblici a un nuovo fondo patrimoniale.

Queste riforme hanno lo scopo di cercare di sbloccare aiuti finanziari per un totale di 2,8 miliardi di euro, come parte del più recente programma di bailout del paese.

Le riforme sono state approvate con una maggioranza ristretta di 152 contro 141 voti nel parlamento greco (che ha un totale di 300 seggi), dove la maggioranza è detenuta dalla coalizione di governo Syriza-Greci indipendenti. Un solo membro della coalizione di maggioranza ha votato contro il progetto di riforma, così come tutti i membri dei partiti di opposizione.

Il contenuto delle riforme prevede che i beni pubblici siano trasferiti a un nuovo fondo creato dai creditori della Grecia. I beni ceduti includono gli aeroporti e le autostrade, così come l’acqua e le infrastrutture elettriche. Il nuovo fondo raggrupperà assieme queste entità pubbliche con l’agenzia nazionale per la privatizzazione, il fondo di stabilità bancario e i beni immobili dello Stato. Sarà guidato da un funzionario scelto dai creditori della Grecia, sebbene il Ministero delle Finanze greco manterrà il controllo generale.

La reazione pubblica

La riforma ha scatenato una forte reazione tra i dimostranti in piazza e tra i lavoratori del settore pubblico.

Prima dell’approvazione, i dimostranti che protestavano fuori dal Parlamento di Atene gridavano: “Al prossimo giro vi venderete l’Acropoli!“.

Il sindacato del settore pubblico greco ha criticato le riforme, dicendo che il trasferimento dei beni pubblici apre la strada alla svendita agli investitori privati. “La sanità, l’istruzione, l’elettricità e l’acqua non sono beni di commercio, appartengono alle persone” ha detto il sindacato in una dichiarazione.

I lavoratori dell’azienda pubblica greca dell’acqua, ad Atene e a Tessalonica, martedì sono usciti in piazza per protestare contro la riforma. “Stanno cedendo la ricchezza e la sovranità della nazione“, ha detto George Sinioris, capo dell’associazione dei lavoratori dell’azienda pubblica dell’acqua.

“Riteniamo sia un crimine, perché questa riforma riguarda i servizi pubblici fondamentali. Reagiremo con cause in tribunale, scioperi, occupazioni e altre forme di protesta“.

Il governo ha detto che il trasferimento di questi beni rappresenta un modo di gestione più efficace rispetto a un piano per la svendita. “Trasferire i beni a questo fondo non significa che lo Stato rinuncia alla proprietà“, ha detto Panos Skourletis, il ministro per l’energia, durante un dibattito parlamentare. “Inoltre, non significa privatizzazione, e in terzo luogo questi beni non sono collaterali ai prestiti fatti al paese“.

“Lo Stato greco rimane il solo soggetto detentore di questi beni“, ha detto. “A parte la privatizzazione, ci sono altri modi di valorizzare i beni, e ci stiamo concentrando su di essi“.

I termini di salvataggio

La Grecia ha sottoscritto l’ultimo pacchetto di aiuti finanziari, per una somma totale di 86 miliardi di euro, a metà del 2015. Si trattava del terzo pacchetto dal 2010. Il governo del Primo Ministro Alexis Tsipras da allora ha approvato una quantità di riforme economiche richieste dai creditori del paese, incluse riforme delle pensioni e di tasse sul reddito.

A metà ottobre, i rappresentanti dei creditori della Grecia – vale a dire la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il Meccanismo Europeo di Stabilità, e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) – si riuniranno ad Atene per condurre la seconda revisione sul processo di bailout. La revisione prevederà probabilmente la richiesta di una impopolare riforma del lavoro.

La Grecia spera che questa riforma del lavoro le permetta di partecipare al programma di quantitative easing della BCE nel corso del prossimo anno.

Tsipras è attualmente sotto pressione per avere annullato una quantità di promesse che aveva fatto ai suoi elettori, già stremati dalla recessione, durante la campagna elettorale del 2015. I funzionari del governo greco hanno si sono già espressi contro la prospettiva di altre riforme che porteranno alla perdita di altri posti di lavoro e ad altri tagli nei salari.

Tuttavia il debito pubblico greco raggiungerà probabilmente un nuovo picco quest’anno, toccando il 180 percento del PIL; un livello che il FMI ritiene insostenibile.

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giovedì 29 settembre 2016

MARCHIONNE HA PRESO UNA LEGNATA di Giorgio Cremaschi

[ 29 settembre ]

«…la rappresentazione scenica realizzata, per quanto macabra, aspra, forte e sarcastica, non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell'operato altrui (quindi anche del datore di lavoro), che in una società democratica deve essere sempre garantito...»

Con questo giudizio semplice ed inequivocabile la Corte di Appello di Napoli ha dichiarato che il licenziamento di Mimmo Mignano e di altri quattro operai dello stabilimento Fiat di Nola è nullo e che, in base all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quegli operai devono tornare al lavoro. I giudici di Napoli hanno così riformato le due precedenti sentenze del Tribunale di Nola, che avevano invece dato ragione all'azienda.

Mignano e gli altri, dopo il tragico suicidio di Maria Baratto, ennesimo tra gli operai cassaintegrati in Fiat, avevano protestato con una rappresentazione satirica esterna ai cancelli, e senza alcun danno all'attività, dell'azienda. Essi avevano prima inscenato la loro stessa morte, poi il suicidio per impiccagione, ricordando così quello vero dell'operaio Peppino De Crescenzo, di un pupazzo con la maschera di Sergio Marchionne. Pupazzo che nella rappresentazione si pentiva del male procurato. Per questo la Fiat aveva licenziato in tronco i cinque, accusandoli di danno morale e di rottura sia dell'obbligo di fedeltà che del vincolo di fiducia verso l'azienda.
Mimmo Mignano


Quale vincoli fossero stati rotti da operai che da più di 6 anni la Fiat teneva in costante cassaintegrazione è impossibile dirlo. Era invece chiaro che quello dell'azienda era un licenziamento politico che colpiva la libertà d'opinione degli operai in quanto cittadini della Repubblica. Questo avevano sostenuto in questi mesi militanti e rappresentanti sindacali e politici, giuristi, intellettuali, artisti. Questo aveva dimostrato l'avvocato Pino Marziale nella sua argomentatissima arringa in difesa degli operai. Ora il giudice ha sanzionato che è proprio così.

Per l'arroganza di Marchionne e del suo modo di pensare ed agire è un duro colpo. I lavoratori non sono ancora sudditi medioevali sui quali l'impresa abbia diritto di potere assoluto, dentro e fuori il posto di lavoro. Oltre mercato, il profitto, il potere ci sono i diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Costituzione che non a caso non piace al capo della Fiat, alla banca Morgan e naturalmente al loro referente politico, Matteo Renzi.

La sentenza di Napoli mostra la forza che si può creare, quando la mobilitazione democratica incontra e sostiene persone che non si arrendono e che sono disposte a rischiare tutto per la giustizia. È doveroso ricordare, a tale proposito, i terribili giorni trascorsi da Mimmo Mignano a cinquanta metri di altezza su una gru nel centro di Napoli.

Quando la determinazione di un gruppo di operai che crede nelle sue e nelle nostre ragioni diventa un movimento civile e morale, quando chi lotta dalla parte e per le ragioni della giustizia incontra finalmente un giudice sensibile solo alle ragioni del diritto, e non a quelle del mercato, dell'impresa, del potere. Quando tutto questo su verifica, la libertà si afferma e il potere autoritario e prepotente viene sconfitto.


Grazie a Mignano e agli altri quattro operai, che ci hanno dato ragioni e forza in più per lottare. Grazie a chi si è mobilitato per loro. E grazie ai giudici di Napoli che hanno tenuto la schiena dritta.

E come è stato affermato nelle tante iniziative di solidarietà, da questa vicenda emergono tante ragioni per cui è necessario che al referendum del 4 dicembre vinca il No. Bisogna sconfiggere Marchionne, Renzi e tutti coloro per i quali i principi della nostra Costituzione non dovrebbero più valere nulla di fronte all'impresa e ai suoi affari.

Post scriptum:

È bene sottolineare che i cinque operai sono stati reintegrati in Fiat perché assunti ancora con le vecchie regole. Se fossero stati invece assunti con il Jobs Act che Renzi esalta in ogni momento, il giudice non avrebbe potuto fare nulla per riportarli al lavoro. Perché i nuovi assunti non usufruiscono più della tutela dell'articolo 18. Ricordiamo anche questo quando andremo a votare il 4 dicembre.

* Fonte: Micromega

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mercoledì 28 settembre 2016

PERUGIA: RENZI SCAPPA, NOI NO

[ 28 SETTEMBRE ]

Matteo Renzi ha scelto Perugia come prima città del suo tour nazionale per il SÌ.

Lo si era saputo ieri mattina, 27 settembre. 

Immediatamente il Coordinamento dei Comitati per il NO-Umbria faceva la chiamata alle armi, promuovendo una manifestazione di protesta nell'adiacente P.zza Italia.

Alle ore 16:30 di oggi, a meno di 24 ore dalla kermesse, il quartier generale del Pd locale, certo su imbeccata della Questura deve aver suggerito a Renzi una ritirata. Il comizio non avverrà presso il Teatro Pavone, in pieno centro, bensì in periferia, al centro Congresso Capitini.

Per tutta risposta gli amici del Coordinamento umbro hanno diffuso un'ora fa un Comunicato Stampa che sposta la mobilitazione

* * *

Comunicato Stampa

RENZI SCAPPA NOI NO

Ci è appena giunta la notizia che l’esibizione di Matteo Renzi non si svolgerà più al Teatro Pavone bensì al Centro Congressi Capitini.
Il motivo apparente è che il Pavone non sarebbe abbastanza capiente. Abbiamo ragione di pensare che la vera ragione è che egli abbia deciso la nuova location per evitare la nostra contestazione.
Se Renzi scappa noi no. Se lui si sposta noi pure.
Diamo appuntamento tutti i cittadini umbri che sono contro lo scasso della Costituzione, per la difesa della democrazia e dei diritti del popolo lavoratore, nei pressi del Centro Congressi Capitini, domani giovedì 29 settembre, alle ore 17:00.

Leggi il Manifesto del Coordinamento, che annoverà già una ventina di comitati in tutta la regione

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LE LACRIME DI COCCODRILLO DELL'INGEGNERE DE BENEDETTI di Piemme

[ 28 settembre ]

Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io

Carlo De Benedetti [nella foto], uno degli esemplari più voraci dei pescecani della finanza predatoria che oltre ad aver fatto a brandelli l'industria italiana è stato uno degli strateghi del passaggio alla "Seconda Repubblica" —quindi dell'uso del Pds-Ds-Pd come principale arnese da scasso—, ha rilasciato al Corriere della Sera di oggi un'intervista che raccomandiamo di leggere attentamente e su cui quindi vale la pena di svolgere alcune riflessioni.

Il succo può essere riassunto in questa frase:
«L’Occidente è a una svolta storica: è in gioco la sopravvivenza della democrazia, anche a causa della situazione economica e finanziaria. La globalizzazione, di cui tutti noi, e mi ci metto anch’io, eravamo acriticamente entusiasti e ci siamo affrettati a raccogliere i frutti, ha creato una deflazione che ha ridotto i salari della media di tutti i lavoratori del mondo, e ha accresciuto le ingiustizie sociali sino a renderle insopportabili. Si sta verificando la previsione di Larry Summers, l’ex segretario al Tesoro di Clinton: una stagnazione secolare».
De Benedetti profetizza poi che siamo "... alla vigilia di una nuova, grave crisi economica", rischio accentuato non solo dalle politiche di austerità adottate nell'Unione europea ma dalle tecniche delle banche centrali, compreso il Quantitative easing della Bce di Draghi:
«Le banche centrali hanno tentato di cambiare mestiere: dopo cinquant’anni in cui il grande nemico era l’inflazione, hanno combattuto la deflazione secondo le vecchie teorie, creando moneta. Ma così hanno costruito una trappola. Hanno immesso sul mercato trilioni di dollari, una cifra inimmaginabile e incalcolabile. Non ci sono più titoli da comprare. Ma questo, oltre a mettere in ginocchio il settore bancario, non ci ha fatto uscire dalla stagnazione e dalla deflazione».
Parole e giudizi che, dato il pulpito, hanno il loro peso e segnalano come, anche nei piani alti del potere economico e finanziario oltre ad un acuto senso di realtà serpeggi il panico. Il panico per l'avanzata dei "populismi di destra", che De Benedetti cita per nome e cognome: Trump, Le Pen, i governi nazionalisti ungherese e polacco, l'avanzata dell'estrema destra in Austria, Olanda, ecc.
Il Nostro è tranchant e agita il famigerato spauracchio: "una situazione da anticamera del fascismo".

Al giornalista che gli fa notare che in Italia non una destra reazionaria e xenofoba è alle porte del governo bensì il Movimento Cinque Stelle, De Benedetti risponde facendo gli scongiuri: "Non voglio nemmeno pensare all'idea che essi vincano le elezioni". Anche in questo De Benedetti indica la linea a tanta sinistra decotta: anatema sui Cinque Stelle in quanto "populisti".

Infine De Benedetti conferma che al referendum del 4 dicembre voterà NO e, nel caso di sconfitta Renzi dovrebbe dimettersi. Roba da portarsi la mano sinistra sulle parti basse.

Qual'è quindi la proposta del Nostro? 
Una alleanza tra il Pd renziano "e una parte dei voti e dell'apparato di centro destra". Egli è anzi più preciso: 
«Berlusconi aspetta col cappello in mano. Comunque finisca il referendum, ci guadagna: anche se vince il sì, Renzi avrà bisogno di lui. La scelta di Parisi si spiega così. Insieme, Renzi e Parisi si accorderanno, ridimensionando la sinistra e restituendo Salvini alle valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza».
E sorprendente, anzi quasi commovente che dopo profetiche sentenze sulle sorti del mondo e tanto aquilesco volteggiare, si razzoli nel pollaio come galline, riproponendo come soluzione politica, pensate un po', le... "larghe intese". Insistendo quindi con le stesse mediocri politiche di inciucio per tenere a galla il regime che, assieme alle crisi economica e sociale, ha alimentato e dato tanto slancio ai... "populismi".

La morale qual'è? E' che ai piani alti del potere economico, finanziario e istituzionale, i settori ancora oggi dominanti, strategicamente, non sanno che pesci pigliare, che non hanno alternative se non fare tatticamente quadrato attorno ai quegli stessi politicanti di cui per primi essi conoscono la miseria.

Su una cosa De Benedetti —al netto della inquietante sviolinata per il sionismo e Israele— ha ragione:
«Il lavoro è la sola cosa che conta; il resto è sovrastruttura. Il lavoro è dignità. Un Paese in cui manca il lavoro conosce prima o poi turbe sociali e sommovimenti».
Ben detto ingegnere!
E siccome più il tecno-capitalismo procede nella sua marcia trionfale più distrugge lavoro, diritti sociali e democrazia, aspettatevi "prima o poi turbe sociali e sommovimenti". Che poi i "populismi" siano per forza "anticamera del fascismo, e non piuttosto apripista di uno sbocco socialista, questo non è affatto detto, e si deciderà nel fuoco della battaglia.





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martedì 27 settembre 2016

QUAESTIONES D€ REFERENDI SUBTILITATIBUS (1...?) di Luciano Barra Caracciolo

[ 27 settembre ]

(Il punto interrogativo nel titolo è dovuto all'incertezza sulla proseguibilità del lavoro svolto sul blog: la shadow-censura dei links permane...)


1. Cominciamo dal quesito: secondo alcuni costituzionalisti, il quesito al referendum sulla riforma costituzionale sarebbe "corretto".

Ceccanti, utilizza un argomento formale-testuale: "le prassi seguite finora sui referendum che riguardano la conferma di riforme costituzionali sono chiare. Il quesito ha sempre riprodotto testualmente il titolo della legge di modifica approvata".

Ma questo costituzionalista, ordinario di diritto pubblico comparato, già senatore per il partito principale proponente della riforma:
"oltre ad essere uno tra gli ispiratori del progetto del Partito Democratico ed eletto all’Assemblea Costituente (ndr; di tale partito), è anche uno dei principali autori dello Statuto del PD...
Da sempre[3] sostenitore della necessità di riformare la Costituzione[4], prende più volte posizione a favore del sì al referendum costituzionale dichiarando, tra l'altro, agli inizi del 2016: "Dubito che l'opinione pubblica, al di là delle appartenenze politiche e culturali, voglia tenersi un sistema che ci potrebbe far ricadere nell'impasse del 2013 per la formazione del Governo e che in assenza di una Camera delle autonomie scarica i conflitti sulla Corte costituzionale. Il Presidente del Consiglio ci ha messo la faccia perché è la riforma che giustifica la prosecuzione della legislatura, ma il quesito è soprattutto su una indifferibile riforma, giusta nel merito che resterà anche dopo Renzi e che in realtà nella sua elaborazione era stata condivisa, sin dai lavori della Commissione di esperti del Governo Letta, anche dall'intero centro-destra" (sic, ex multis, il sunto di Wikipedia).

2. Più improntata a una ricostruzione problematica del quesito, in virtù della maggior distanza da propensioni politiche personali, risulta dunque la valutazione di Ainis:
"Purtroppo il vizio, se così si può dire, è all'origine. Risulta dalla tendenza ad attribuire alle leggi titoli accattivanti, con intuizioni che hanno solo un obiettivo di resa comunicativa.
I precedenti ci sono e i primi che mi vengono in mente sono il decreto definito Salva Italia o la legge sul mercato del lavoro chiamata Jobs Act. Ma anche il governo Monti si distinse con un nome particolarmente ammiccante come il decreto Crescita Italia. L'effetto, quando si passa al referendum su modifiche costituzionali, è che come in uno specchio il quesito riporta il titolo della legge...
All'origine dovevano accorgersi in parlamento anche di quale titolo andavano approvando. Non si può obiettare ora quando, purtroppo, tutto è stato fatto".
Dubitiamo, per come sono andate le votazioni nelle due camere, che qualcuno, anche volendo, potesse far notare, e formulare diversamente, la natura "comunicativa e accattivante" del titolo.

3. Però è vero che ormai quello che troverete sulla scheda elettorale è questo:


Mentre, per fare un esempio, altrettanta verosimiglianza e "resa" di quel che i cittadini saranno chiamati a decidere, avrebbe potuto rivestirla questa versione alternativa del quesito che trovate subito sotto; che, tra l'altro, non condivido pienamente, perché fa risaltare aspetti casta-cricca-corruzione-spesa-pubblica-improduttiva-per-la-politica, e non ne emerge, invece, il punto fondamentale della riforma, cioè la €uropean connection, cioè la vera posta in gioconel referendum:


4. Ma il "vizio" di impostazione logico-giuridica del fronte del "no", è cosa di cui non ci si può stupire.
Fa parte di un frame sempre più radicato e inestirpabile nell'opinione di massa: scollegare la riforma costituzionale dalla questione europea, è l'altra faccia dell'atteggiamento per cui l'euro è sbagliato e porta all'austerità "cattiva", ma rimane comunque una scelta irreversibile a fronte dei presunti "costi" dell'€xit, che vengono regolarmente sovrastimati, mentre si tace sui costi, in crescita esponenziale, del rimanere nella moneta unica.

5. Come rendersi conto della €uropean connections, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:
a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948;

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere- e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure econtenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.


d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.

ADDENDUM: sottolinerei, senza perderci troppo tempo, che se si è sentito il bisogno di questa interpolazione costituzionale su mission e configurazione contenutistica della funzione legislativa, evidentemente una ragione c'è (v. infatti il successivo n.4):


6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l'Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell'imposizione di tali politiche).
Queste nuove formulazioni appaiono avere una potenziale funzione omogenea a quella già avutasi con l'altra "grande" riforma imposta dall'Unione €uropea: il nuovo art.81 con il "pareggio di bilancio".
E, rispetto alla "consapevolezza" mostrata finora dalla Corte, il rischio è del tutto identico: nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull'obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di "pieno impiego"), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia", tra le fonti (dato che la Costituzione primigenia è superiore a quella derivante da revisione) nonché tra i valori storici della democrazia (norme "economiche", secondo una consolidata giurisprudenza della Corte, non sarebbero, infatti, capaci di incidere sui rapporti sociali e politici. Cioè l'ordine politico-sociale sarebbe indifferente all'assetto economico, lasciato alla insindacabile ideologia perseguita dai trattati!).


7. Concludendo (sul punto riforma & €uropa), autocito una mail inviata a un amico con cui ci dolevamo delle difficoltà "a sinistra" - incluse quindi le ragioni esposte dai comitati per il "no"- a trattare con consapevolezza e senso della realtà la questione €uropea:
Non era affatto difficile portare all'attenzione dei non-colti e dei semicolti il legamecogente della riforma con l'€uropa. Era certamente più facile rispetto a qualsiasi altro aspetto: risparmi di spesa, semplificazione istituzionale, potenziamento dell'esecutivo e "governabilità: tutti elementi su cui infatti si litiga strenuamente perché oggettivamente contraddittori nel testo.
Ed infatti: basta vedere gli artt.1 e 10 della riforma (che ne sono il clou): si costituzionalizza l'obbligo di attuare il diritto UE come mission del parlamento e sostanza immancabile della funzione legislativa.
E' probabilmente l'unico aspetto precettivo non controvertibile di tutta la riforma.
Ergo, l'adesione all'UE-M, COSI' COM'E', risponde ora a un obbligo costituzionale, dato come presupposto indefettibile (superando le "giustificazioni" imposte dell'art.11 Cost. che si tenta di bypassare definitivamente): ciò impedirà, con forza ancor più travolgente, alla Corte cost. di sindacare qualsiasi aberrazione proveniente dall'UEM e renderà il diritto UEM integralmente e incondizionatamente superiore a ogni fonte nazionale.

Ma i "nostri" per evidenziare questo aspetto assolutamente centrale della riforma, avrebbero dovuto litigare con tutto lo Stato maggiore dei costituzionalisti ventoteniani (dalla Z. di Zagrelbesky...etc).. Invece se ne sono altamente strafregati:et pour cause.
Faccio notare, cosa che rileva rispetto allo stesso Lapavitsas, che neppure in Grecia sono giunti a manipolare il testo costituzionale per rendere irreversibili l'UE e l'euro.


8. Magari, un una prossima occasione, - essendo il referendum ormai fissato per il 4 dicembre (concomitante, pensate un po', col rinnovo del voto presidenziale in Austria), e quindi non mancando il tempo a disposizione- approfondiremo la "sostanza" della legittimità costituzionale della revisione..."costituzionale".
Una riforma il cui oggetto referendario non solo è vincolato da un quesito prestabilito nella versione "accattivante e comunicativa" sopradetta, non solo ha oggetti talmente multipli e diversificati, nonché sfuggenti agli stessi elettori (come quello attinente all'€uropa), da non poter essere riassumibili in alcun modo in un unico quesito ragionevole e intelleggibile; ma una riforma che, in più, ha un contenuto e un titolo-quesito che sono anche stati prestabiliti dall'Esecutivo.
Un Esecutivo che gestirà la campagna referendaria come una prova, una vera e propria "ordalia", per la prosecuzione del suo mandato e della legittimità della maggioranza parlamentare che lo sostiene.


*Fonte: Orizzonte 48

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UCRAINA: UN APPELLO CONTRO LA REPRESSIONE (primi firmatari)

[ 27 settembre]

La nutrita delegazione di amici ucraini al III. Forum internazionale no euro ha chiesto aiuto per denunciare la stretta repressiva in atto nel loro paese, domandando di sottoscrivere il breve appello che pubblichiamo qui sotto.
L'appello è stato immediatamente firmato da una serie di esponenti del mondo politico e culturale europeo.

Riconciliazione invece di repressione

«Siamo seriamente preoccupati per la sistematica pressione sull'opposizione in Ucraina.

Il 4 settembre scorso, radicali di destra hanno attaccato la stazione televisiva "Inter". La sede è stata bruciata dai nazionalisti e solo per miracolo non ci sono state vittime. 

Minacce di violenza fisica sono state rivolte ai giornalisti ed ai redattori di canale "NewsOne". 
Tutti i media indipendenti si trovano ad affrontare la violenza diretta o le minacce di violenza da parte delle organizzazioni nazionaliste.

Siamo anche molto preoccupati dalle informazioni secondo cui i radicali di destra sono controllati e diretti da funzionari statali di alto rango e ucraino e spalleggiati dalle autorità ucraine. Gli attacchi contro i media vanno di pari passo con la pressione delle autorità contro gli esponenti dell'opposizione.


Alla Alexandrovska, una ex-deputata di 68 anni del partito comunista è ancora imprigionata nella città di Kharkov. Uno dei capi della opposizione parlamentare, Vadim Novinsky subisce minacce di persecuzione penale per aver cercato di fermare i tentativi delle autorità di interferire negli affari della Chiesa ortodossa.

Oggi, l'Ucraina ha bisogno di riconciliazione nazionale, non di scontri e di caccia alle streghe.

Chiediamo alle autorità dell'Ucraina di aderire ai principi di pluralismo politico, il rispetto dell'indipendenza dei mezzi di comunicazione e dei diritti dell'opposizione».

Primi firmatari:

GERMANIA

* Inge Höger, MP Die Linke
* Ulla Jelpke, MP Die Linke
* Alexander Neu, MP Die Linke
* Karin Binder, MP Die Linke
* Jürgen Aust, member leading body Die Linke North Rhine-Westphalia
* Thomas Zmrzly, activist, Duisburg
* Thomas Schmidt, Vice President ELDH European Association of Lawyers 
for Democracy & World Human Right, German section: Association of 
Democratic Lawyers
* Sylvia Gabelmann, scientific staff for Dr. Alexander S. Neu MB Die Linke
* Harri Grünberg, member leading body Die Linke
* Rainer Rupp, Journalist
* Heinrich Bücker, Coop Anti-War Cafe Berlin

ITALIA

* Stefano Fassina, former vice finance minister and MP
* Alfredo D'Attorre, MP Sinistra Italiana
* Marco Zanni, MEP for Movimento Cinque Stelle
* Moreno Pasquinelli, Programma 101

AUSTRIA

* PD Dr. Gernot Bodner, Assistant Professor at the University of Natural 
Resources and Life Sciences BOKU Vienna
* Dr. Leo Gabriel, Scientific director of the Institute for 
Intercultural Research and Cooperation, Member of the International 
Council of the World Social Forum, Co-chair of the NGO-Commitee for 
Sustainable Development of the United Nations, Coordinator of 
www.peaceinsyria.org <http://www.peaceinsyria.org>
* Hermann Dworczak, Austrian Social Forum
* Dr. Dipl. Ing. Mohamed Aburous, chemist and chairman Austrian-Arab 
Cultural Centre
* Imad Garbaya, Tunisian House
* Wilhelm Langthaler, author and activist
* Dr. Albert F. Reiterer, docent for sociology, retired
* Dr. Werner Murgg, member of Styrian regional parliament
* Martin Mair, Initiative for unemployed

GRECIA

* Panagiotis Sotiris, member of political secretariat of Popular Unity, 
Greece
* Yiannis Rachiotis, ELDH European Association of Lawyers for Democracy 
& World Human Right Greek section Alternative Intervention of Athens Lawyers
* Antonios Markopoulos, MP Syriza, chairman foreign policy committee of 
the Greek parliament

FRANCIA

* Jacques Nikonoff, candidate of the Party of Deglobalization (Pardem) 
at the election of the French Republic

SPAGNA

* Pedro Montes, President Socialismo 21

Per firmare:

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lunedì 26 settembre 2016

L'ITALIA FARÀ LA FINE DI GENOVA?

[ 26 settembre ]

Ogni riferimento e ogni analogia a fatti, globalizzazioni, debiti pubblici, bancocrazie, cessioni di sovranità politica, lotte tra classi, repubbliche oligarchiche e stati pignorati (non) è puramente casuale.

«La storia di Genova nel secolo XIV ci appare così come un susseguirsi incessante di rivolte, di lotte di parte e di interventi stranieri.
Essendo nel 1339 la fazione popolare riuscita a prevalere e a imporre l’elezione di un doge nella persona di Simone Boccanera, la grande nobiltà oligarchica non esitò a porre la città sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Visconte, signore di Milano.
Dopo la morte di quest’ultimo, Genova, dopo nuove e tormentate vicende interne, si dette nel 1396 alla Francia, sotto la quale rimase fino al 1409, per poi tra il 1421 e il 1436 ritornare ancora sotto la signoria viscontea e, tra il 1459 e il 1461, nuovamente sotto quella francese. Questa irrequietezza politica non è d’altronde che il paravento di una sostanziale immobilità sociale: malgrado i tentativi di rinnovamento operati dal basso, la vita politica genovese continuò sempre ad essere il monopolio di una ristretta oligarchia di grandi famiglie.

Gli stessi caratteri presenta anche la vita economica. Le finanze dei privati erano infatti assai più floride di quelle della repubblica e quest’ultima, impegnata com’era nella sua grande politica marittima, era costretta, dopo aver spremuto sino all’osso mediante gabelle, dazi e ogni genere di imposte dirette e indirette i redditi dei ceti meno abbienti, a contrarre forti debiti e obbligazioni ricorrendo a “compere” e prestiti con i privati e specialmente con i cittadini più facoltosi. Il sistema era lo stesso in uso nelle altre città italiane e a Venezia in particolare. Esso funzionò bene finché i profitti realizzati con il commercio e, più in generale, le buone fortune della città misero l’erario pubblico in grado di corrispondere puntualmente agli interessi verso i propri creditori.

Quando però le cose incominciarono a mettersi al peggio e si profilò addirittura il rischio che, oltre gli interessi potesse andar perduta anche parte del capitale, allora sarebbe stato necessario da parte dei cittadini che avevano investito i loro averi in titoli di Stato un grande spirito di dedizione alla cosa pubblica per continuare a concedere allo Stato la propria fiducia. Era questo il caso di Venezia, ma non quello di Genova.

Quando, dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio —il Banco di San Giorgio— e ottennero che adesso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori delle entrate dei loro debitori e assumendo il ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie del Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.
clicca per ingrandire

In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica —colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica— con ampia facoltà di sfruttarli a loro piacimento, sino anche a venderli. Fu questo il caso di Livorno che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.
“San Giorgio —scriveva il Machiavelli— si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese, le quali governa e difende e… vi manda i suoi rettori senza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore del Comune…e postolo a San Giorgio”. Difficilmente si può immaginare una illustrazione più efficace di che cosa si debba intendere quando si parla – come si è già parlato – del consolidamento delle posizioni corporative e privilegiate del patriziato urbano: a Genova noi vediamo una città, una “repubblica”, alienare ai suoi cittadini più ricchi le sue finanze e la sua stessa sovranità territoriale; vediamo uno Stato trasformarsi praticamente in un’azienda della quale sono azionisti le sue grandi famiglie.

Queste ultime furono infatti le principali beneficiarie dell’operazione. A mano a mano che in seguito al declino del commercio genovese in oriente le difficoltà economiche vennero aumentando, i piccoli risparmiatori che avevano investito il loro denaro nei “luoghi” di San Giorgio furono costretti a liberarsene e questi finirono per concentrarsi nelle mani di una ristretta e potente oligarchia di creditori. Da questa usciranno le grandi dinastie dei banchieri genovesi finanziatori di Carlo V e di Filippo II».

In: Giuliano Procacci

Storia degli italiani, I volume, ed. La Terza, 1968, pag. 80-82

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FESSERIE DI UN ECONOMISTA di Leonardo Mazzei

[ 26 settembre]

A proposito di un incredibile articolo di Giorgio Lunghini

Poi c'è chi si chiede come mai, davanti al disastro dell'euro, la sinistra brancoli nel buio più della destra. Certo, c'è il problema della direzione politica e non è poco. Ma ci sono anche economisti che sparano immani stupidaggini spacciandole per verità. Il bello è che le loro improbabili certezze neppure provano a spiegarle. Le buttano lì come fossero indiscutibili, tanto per quella mercanzia un Manifesto che le pubblica si trova sempre, così come è sicuro che un anemico sito come quello del Prc le rilancerà con gioia.

E' questo il caso di un articolo di Giorgio Lunghini, uscito venerdì scorso. L'articolo è talmente maldestro che ce occupiamo solo per l'indiscussa fama dell'autore. Il fatto che certe cose vengano dette da un illustre cattedratico, già presidente della Società italiana degli economisti, è infatti la migliore dimostrazione di come l'ideologia (in questo caso quella eurista) prevalga quasi sempre su cultura, conoscenza, esperienza e capacità d'analisi che certo al Nostro non mancano.

Vediamo di cosa si tratta.
Nel breve testo intitolato "Le conseguenze di un'uscita dall'euro", Lunghini giunge a vette davvero ineguagliate. La sua non è un'analisi più o meno pacata, ma un elenco di traumi economici che colpirebbero il Paese al determinarsi del temuto evento. Il fatto è che neppure gli euristi più sfegatati, i liberisti più accaniti, gli indefessi adoratori della moneta unica a prescindere, sono mai giunti a sparare certe cifre.

Non siamo tra quelli che pensano che l'uscita dall'euro sarà una passeggiata. Non lo sarà di certo, ma i ceti popolari da molti anni non "passeggiano". Non siamo comunque tra coloro che si nascondono i problemi di una scelta pure necessaria. Ma che a sinistra circolino ancora "ragionamenti" terroristici come quello di Lunghini è di una gravità inaudita.

Esageriamo a parlare di terrorismo? Giudichino i lettori.
Prendiamo due previsioni contenute nel suo articolo, quella sul livello di inflazione e quella sulla caduta del Pil che si determinerebbe con l'uscita dall'euro.

Partiamo dall'inflazione, che secondo l'economista salirebbe al 20% annuo, non si sa - bontà sua - per quanti anni. Alla base di questa previsione ce n'è un'altra concernente la percentuale di svalutazione, che egli stima al 30% nei confronti della Germania.

Ora, a parte il fatto che il 30% sulla Germania (calcolato sulla base della perdita di competitività verso quel paese) non è un 30% applicabile all'intera area euro, qui il punto è un altro. Ed è che non si capisce da cosa spunti fuori il 20% di inflazione, se non dal manifesto desiderio di terrorizzare i lettori.

In proposito è sufficiente ricordare due eventi, uno di un quarto di secolo fa, ed un altro invece recentissimo.

Il primo è quello della famosa svalutazione della lira rispetto al marco (anche qui, si badi, rispetto al marco, non ad un indistinto paniere di monete) del settembre 1992. Quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui ci parla oggi Lunghini. Bene. Quale fu l'effetto sull'inflazione di quella svalutazione? L'inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma l'inflazione media del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) - era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po' diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l'esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all'1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi uscendo dall'euro), per poi scendere all'1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi.

Lungo sarebbe il discorso sulle ragioni di tutto ciò, e magari uno come Lunghini potrebbe utilizzare la sua scienza per illuminarci un po' su questo, ma due dati balzano agli occhi di chiunque: primo, non ci fu alcun vero effetto inflattivo determinato dalla svalutazione del 1992; secondo, siamo comunque nel campo dei decimali, non certo dei rotondi 20% messi lì solo per incutere terrore. Che l'andamento dell'inflazione dipenda da numerose altre variabili, oltre che dalla variazione dei cambi, ci pare comunque cosa assai evidente.

Questa osservazione è in realtà piuttosto banale, anche se così non sembra all'illustre economista. C'è però un fatto recente che dimostra quanto egli abbia torto. Negli ultimi due anni l'euro si è svalutato di circa il 20% sul dollaro, eppure abbiamo l'inflazione a zero. Se il Nostro avesse ragione, e tenendo conto della maggiore importanza della valuta americana, con la quale si effettuano i pagamenti delle principali materie prime importate, dovremmo avere un'inflazione a due cifre. E invece siamo a zero. Perché Lunghini omette questo piccolo particolare? Anche qui, giudichino i lettori.

Veniamo ora al disastro annunciato del Pil. Se sull'inflazione Lunghini ha sparato a caso giusto per impressionare, è sul Pil che dà il meglio di se. Citiamo: 
«Come conseguenza di tutto ciò(degli effetti dell'uscita dall'euro, ndr), la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio». 
Avete letto bene: meno quaranta per cento, così per iniziare; poi un bel meno quindici per cento per almeno un triennio. Insomma l'azzeramento dell'economia italiana. Ma si può!!!???

Ora, ricordandoci che la pazienza è una virtù, andiamo a vedere il precedente di un autentico disastro: quello dell'Argentina. Quando uno dice Argentina sa di dire una cosa paurosa, che evoca i peggiori timori, l'esperienza peggiore che possa capitare all'economia di una nazione. E allora andiamo a vedere i dati di quell'inferno.

Nel 2002, anno in cui (a gennaio) viene abbandonato il cambio fisso con il dollaro, ed il pesoinizia a fluttuare, il Pil cala del 14,7%. Un calo drammatico e con gravissime conseguenze sociali, prima tra tutte la disoccupazione. Il calo, peraltro, fu anche il frutto del precipitare di una recessione già iniziata (proprio a causa del cambio fisso) nel 1999. In ogni caso drammatico, ma parliamo di un 14,7% in un paese con un'economia assai più debole di quella italiana, non certo dell'assurdo 40% che spara Lunghini per il nostro paese.

Questo per il primo anno. E negli anni seguenti? Per l'Italia il Nostro ha già parlato: meno quindici per cento all'anno, almeno per tre anni. E in Argentina, cosa successe al Pil negli anni successivi al divorzio con il dollaro? E' presto detto: +8,7% nel 2003, +8,3% nel 2004, +9,2% nel 2005, +8,5% nel 2006, +8,7% nel 2007. Detto in altri termini: in due anni si è più che recuperata la perdita del 2002, mentre nei cinque anni successivi allo sganciamento dal dollaro la crescita cumulata è stata del 51,6%. Dobbiamo aggiungere altro?

In Italia invece, rimanendo nell'euro, abbiamo un Pil inferiore dell'8% a quello dei livelli pre-crisi del 2007. Ecco le virtù della moneta unica! Ma i drammi sociali prodotti da questa situazione non preoccupano Lunghini quanto quelli ipotetici che seguirebbero l'uscita dall'euro.

Ad ogni modo, la cosa che grida vendetta è che il Nostro prevede per l'Italia —non si sa come, ma lasciamo perdere— un'Argentina moltiplicato tre per il primo anno post-euro, mentre per gli anni successivi il disastro continuerebbe, contraddicendo —ed anche qui non si sa perché— quanto avvenuto nel caso argentino.

Ora, la sparata è talmente colossale che conviene lasciare da parte ogni dettaglio tecnico. E' evidente che qui siamo davanti ad una religione, quella dell'euro, di fronte alla quale chi vi aderisce perde il lume della ragione. Che oggi, nell'anno 2016, si debbano leggere ancora robe di questo tipo fa però un certo effetto. Non che gli argomenti del Nostro siano nuovi. Al contrario, sono vecchissimi. Ma mentre nel campo degli economisti mainstream si evita ormai il ricorso a cifre così insensate, a sinistra invece non si riesce proprio a farne a meno.

"Sinistra"? 
Ecco, forse su questo ci sarebbe da discutere. Un tempo "sinistra" significava anche, tra le altre cose, volontà di cambiamento, coraggio nell'affrontare il difficile compito della trasformazione dell'esistente. Oggi, ecco cosa ci propone invece Lunghini nella sua conclusione: «In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'«Hotel California nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Eccoci così arrivati al decisivo inno alla conservazione! Peggio: alla conservazione non per un supposto bene (come fanno da sempre gli "onesti" conservatori), ma per l'impossibilità anche solo di pensare ad un'alternativa al male presente.

E' sicuramente anche per questo male dell'anima che si vanno poi a sparare certe cifre. Ma in questo modo non ci si salva di certo né l'anima né la reputazione.

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domenica 25 settembre 2016

PODEMOS O NON PODEMOS?

[ 25 settembre]

Si è svolta ieri a Madrid un'importante riunione della direzione nazionale di Izquierda Unida (IU). Perché importante? L'assemblea, pur tra consistenti mugugni e opposizioni, ha approvato a larga maggioranza la proposta della nuova direzione di Alberto Garzon di dare vita ad un nuovo soggetto politico che implicherà il superamento e lo scioglimento di IU. Testualmente: "un nuovo movimento politico e sociale che vada oltre l'attuale Izquierda Unida".

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Per i partigiani della svolta si tratta dell'applicazione delle decisioni assunte dalla XI. Assemblea di IU che affermava testualmente che Izquierda Unida si considerava "...un'organizzazione di transizione verso un nuovo movimento anticapitalista, ecologista e femminista". Di diversa opinione le minoranze interne (una delle quali non ha partecipato al voto finale) che temono che dietro a questa accelerazione ci sia un accordo sotto banco con Pablo Iglesias per dare vita ad un blocco in cui IU finirebbe per essere la ruota di scorta di Podemos.

Ma nemmeno in Podemos si naviga in acque tranquille. Al contrario. La perdita di circa un milione di voti da parte del blocco elettorale tra Podemos e Iu (Unidos Podemoas) nelle elezioni politiche del luglio, e dunque la ricerca delle ragioni della débâcle, ha reso evidente ed ancor più profonda la divisione tra le due ali del movimento, tra l'ala destra che fa capo a Iñigo Errejon e la sinistra di Pablo Iglesias.

Il dissidio tra i due oramai è conclamato ed occupa le prime pagine dei giornali spagnoli. Mettiamola così: Errejon non esclude, anzi perora, l'idea di una alleanza con i socialisti del PSOE, mentre Iglesias la respinge e guarda a sinistra.

In questo contesto la mossa di IU è percepita dall'ala errejonista come un'intervento a gamba tesa nella disputa interna in Podemos ed esaspera effettivamente i sospetti e la lotta interna in Podemos.

Vedremo come evolverà la situazione. Quel che almeno a noi sorprende è che in questa disputa tra le due correnti, tutto sembra schiacciato sulla tattica politica elettorale e istituzionale, che sia totalmente assente ogni riferimento alla crisi sistemica, a quella dell'Unione europea, alla necessità per la Spagna di liberarsi dall'euro e dal vincolo esterno. Magari nelle segrete stanze i dirigenti di Podemos si accapigliano anche su questi aspetti decisivi. A noi, come del resto agli attivisti ed ai simpatizzanti del movimento, questo non è dato sapere. Ed hanno quindi facile gioco i media di regime a sparare a zero contro Podemos presentando la battaglia interna come mera lotta di potere tra capi.


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I SALUTI DI JULIO ANGUITA AL III. FORUM NO EURO

[ 25 settembre ]

Molti che non sono stati in grado di partecipare al III. Forum No Euro ci chiedono se pubblicheremo gli atti. No, non ce la faremo a pubblicarli. Ma siamo in grado di mettere in rete le registrazioni filmate di ogni tavola rotonda e delle due sessioni plenarie.
Iniziamo con i saluti di Julio Anguita, accolti dai presenti con un lungo applauso. Julio è uno dei firmatari in Spagna della PIATTAFORMA USCIRE DALL'EURO, rappresentata al Forum da Pedro Montes, Manolo Monereo e Diosadao Toledano. Più sotto il testo del discorso di Anguita in spagnolo e inglese.






«Un saludo y un abrazo fraternal a los compañeros y compañeras reunidos en Chianciano que vais a intentar cocinar políticas, discursos y propuestas sobre nuestra ambición común: Buscar una salida del euro en nuestros respectivos países.
Como miembro de la Plataforma Contra la permanencia de España en el Euro, tengo que felicitaros en primer lugar porque llegar hasta el lugar en que vais a trabajar en estas jornadas ha costado un esfuerzo tremendo: incomprensiones, dificultades organizativas, hostilidad manifiesta muchas veces en los medios de comunicación, y porque no decirlo también dificultades económicas, puesto que todo esto cae sobre las espaldas de las personas que en estos momentos están luchando por esta posición.
En segundo lugar quiero hacer votos para que los resultados de esta reunión sean positivos. Y cuando digo positivos, quiero decir que salga de esta reunión una posición común y elementos organizativos de coordinación que se puedan aplicar en los distintos países que componen esta asamblea, más a aquellos que se puedan añadir en cualquier momento. Es decir, yo espero que de aquí va a salir el comienzo de una nueva situación, de un nuevo discurso y de una nueva movilización, para entender la UE de otra manera. Y desde luego, sin el euro.
Izquierda Unida ha sido la única fuerza política de carácter estatal, que en España se opuso ya en 1992 tanto tanto al Tratado de Maastricht, como a la moneda única. Fue un debate interno duro, áspero.. porque nos enfrentamos a medios de comunicación y al discurso oficial.
Tanto fue así, que nuestra organización se dividió un 60% a favor de rechazar el Tratado de Maastricht y la moneda única y un 40% a favor. Pero pese a aquello seguimos manteniendo esa posición. Y ello por varias razones, que pretendo abreviadamente exponer.
En principio dijimos no al euro por por las evidencias de carácter económico. Simplemente de análisis económico. Cuando la Teoría de las Zonas Monetarias Óptimas, viene a decir que es imposible construir una moneda única sin una política fiscal común, sin políticas económicas económicas comunes y otra serie de elementos fundamentales que vayan haciendo que exista una infraestructura de tipo unitario, una moneda única no tiene sentido mientras esto sea así.
En segundo lugar, por el proceso de degradación del concepto inicial de unión europea que se planteó en los años 50. Si observamos los Tratados desde el Acta Única Europea, Tratado de Maastricht, Tratado de Amsterdam, Tratado de Niza, Tratado de Lisboa observamos que hay una creciente degradación, donde se van abandonando los presupuestos que se dijeron que se iban a hacer de unidad política, de política exterior, de unidad económica, de cohesión económica, política y social...
Todo eso se ha ido abandonando, en una especie de degradación permanente en donde solamente ha quedado la moneda única como elemento de dominación y de creación de una UE que no tiene nada que ver con discurso inicial que nos vendieron aquellos ideólogos más o menos altruistas, más o menos candorosos de los años 50 y 60.
Pero además la conculcación permanente de documentos de obligado cumplimiento como es la solemne declaración de derechos humanos de NNUU, o los pactos vinculantes de 1966, por no hablar de la Carta Social Europea de 1971. Es decir toda la legislación de protección del trabajo, de protección del empleo, de consideración de las necesidades y derechos inherentes de los trabajadores se van obviando permanentemente.
En cuarto lugar porque estamos ante una UE en la que las diferencias entre regiones y personas son cada vez más crecientes, aumenta el paro y sobretodo lo que se llama las distintas motivaciones, en distintas zonas de Europa que van conduciendo a lo que en un principio se dijo que no podía ser, pero que de hecho es: la Europa de varias velocidades.
Es decir estamos ante la degradación de un discurso, que en un momento se pretendió que fuera una nueva aurora, no solo para Europa, sino para toda la Humanidad.
Yo quiero traer ahora aquí las palabras del que fue presidente del gobierno español Don Felipe González. Una de las personas que más ha luchado y defendido esta UE. Lo que voy a leerles compañeros y compañeras, es un articulo que el Sr. Gonzalez escribió en El País el de 21 mayo de 2016. Dice así:
“Cuando se decidió que debía haber una divisa única, el euro y un único banco central, nos olvidamos de unos cuantos elementos fundamentales para que el sistema funcionase como es debido. No es posible una unión monetaria con políticas fiscales y económicas divergentes. Al negociar el Tratado se hablaba de una unión económica y monetaria, pero solo se desarrollo la unión monetaria acompañada de un pacto de estabilidad y crecimiento, que se pensó que bastaba para garantizar el debido funcionamiento de la moneda única”
En este párrafo González reconoce el fracaso de la actual concepción de la moneda única. No obstante sigue insistiendo que hay que desarrollarla con una argucia. La argucia es hablar de mas Europa, pero sin explicar cuales son los elementos de esa Europa, donde esta el poder popular, que instituciones de origen democrático, que criterios de participación de las poblaciones o de las entidades sociales.
Estamos ante la defensa de algo que ya es indefendible. El articulo del Sr. González sigue diciendo algo muy interesante: habla de las asimetrías, es decir de las consecuencias de aplicar una moneda única a economías totalmente distintas. Y habla de algo que a mi me ha llamado siempre la atención: la obsesión de Bruselas para que se cumpla solo una de las condiciones sobre el déficit. Mientras que incluso se habla de que España puede ser multada porque esta retrasando en alcanzar el 3% del Déficit del gasto publico, se deja de lado que otra de las condiciones que se imponen en el Tratado de Maastricht era que la deuda no podía superar el 60% del PIB. En mi país esta ya en el 100% y aquí nadie dice nada.
Este segundo elemento que era tan importante como el primero, no hay nada que obligue a que se cumpla, lo cual indica que ahí esta la banca de por medio y por tanto los inmensos beneficios que derivan de los recursos que se han ido aportando a las arcas de la banca. Esto demuestra para quien esta hecho este proceso.
Hay una ultima razón que creo debe estimularnos a luchar y a vosotros intentar llegar a un acuerdo. Estamos ante una globalización, pero quiero recalcar un punto. La globalizacion es una cosmovisión, no solamente una filosofía de política económica, sino es una filosofía de valores, de cultura, de concepción del ser humano simplemente como una maquina de producir y consumir. Totalmente ajena a los valores hijos de la ilustración, la Revolución Francesa y los Derechos Humanos.
Esta globalizacion pretende erigirse en gobierno mundial. Pero un gobierno mundial que lo controlen directamente las grandes corporaciones multinacionales y en que los estados soberanos (soberanos es un decir) sean simplemente los que acaten, ejecuten y hagan posible que esas políticas se apliquen en sus Estados. Es decir, unos gobiernos que van a actuar contra sus propias poblaciones, que van a hacer el papel de traidores a los intereses de sus ciudadanos. El ejemplo mas claro la reforma constitucional constitucional del año 2011 que pactaron en España el Partido Popular y el Partido Socialista.
Y eso merece una respuesta, no solamente por combatir por los derechos sociales, sino también para combatir por una civilización, porque esto que viene es barbarie.
Consecuentemente, yo espero, que tras vuestros debates, que seguro serán interesantes y que leeré en su momento, creo que se debe concluir con un esquema de organización embrionario, con un discurso único, con capacidad de explicarlo a la población, con un esquema de organización que llegue a todos los países, que pueda ser seguido de una manera periódica y que podamos nosotros sentirnos en el, como parte de un discurso y una practica política que es necesaria, no solamente para nuestras poblaciones y trabajadores, sino para la humanidad.
Muchas Gracias.



A greeting and a fraternal hug to the comrades gathered in Chianciano who are going to work out policies, speeches and proposals about our common ambition: Find a way out of the euro in our respective countries.

In the first place, as a member of the Platform Against the permanence of Spain in the Euro, I have to congratulate you because arriving at where you are going to work on these days has cost a tremendous effort: incomprehension, organizational difficulties, hostility many times in the media, and why not also say economic difficulties, since this falls on the backs of people who are struggling right now for this position.
Secondly I want to hope that the results of this meeting are positive. And when I say positive, I mean that this meeting can work out a common position and organizational elements of coordination that can be applied in different countries that make up this assembly, plus those that can be added at any time. That is, I hope that from here going to be the beginning of a new situation, a new discourse and a new mobilization to understand EU otherwise. And of course, without the euro.
Izquierda Unida has been the only political force at the state level in Spain, which already in 1992 argued against the Treaty of Maastricht and the single currency. It was a hard, rough internal debate… because we face media and official discourse.
So much so, that our organization suffered a division: 60% in favor of rejecting the Treaty of Maastricht and the single currency and 40% in favor. But despite that we maintain that position. This is for several reasons, I intend briefly to expose.
At first we said no to the euro by evidence of an economic nature. Simply economic analysis. When the Optimal Monetary Zones Theory is to say that it is impossible to build a single currency without a common fiscal policy without common economic policies and a number of key elements capable to make up an unitary type infrastructure, there is no sense for a single currency.
Second, the process of degradation of the initial concept of European Union which was raised in the 50. If we look at the different Treaties like the Single European Act, Maastricht Treaty, the Amsterdam Treaty, the Nice Treaty, the Lisbon Treaty, we observe that there is a growing degradation, because are progressively dropped the goals of political, economic and social unity.
All that has been abandoned, in a kind of permanent degradation where only the single currency remains as an element of domination and creation of an EU that has nothing to do with the initial discourse that sold us those more or less altruistic ideologues, more or less ingenuous in the 50s and 60s.
But besides we must add the permanent violation of mandatory documents such as the solemn declaration of human rights of the UN, or the binding agreements of 1966, not to mention the European Social Charter of 1971. All legislation of work and employment protection, as well as is permanently avoided the consideration of the needs and inherent rights of workers.
Thirdly because we are facing an EU where the differences between regions and people are increasingly growing, increases unemployment and chiefly what is called the different motivations in different parts of Europe that are leading to what at first it was said that could not be, but in fact is the multi-speed Europe.
We are before a degraded discourse, which at one point was intended to be a new dawn, not only for Europe but for all Humanity.
Now I want to bring here the words of who was Spanish Prime Minister Felipe Gonzalez. One of the people that has fought and defended the EU. I'm going to read comrades, is an article that Mr. Gonzalez wrote in El Pais on 21 May 2016. It says:
"When it was decided that there should be a single currency, the euro, and a single central bank, we forget a few key elements to make the system function as it should. It is not possible a monetary union with divergent fiscal and economic policies. When negotiating the Treaty spoke of an economic and monetary union, but only was developed the monetary union accompanied by a stability and growth pact, which was thought sufficient to ensure the proper functioning of the single currency development "
In this paragraph González recognizes the failure of the current conception of the single currency. However, it continues to insist that should be developed in a ruse. The trick is to talk about more Europe, but without explaining what the elements of that Europe, where is this popular power, which are the institutions of democratic origin, which are the criteria for participation of populations or social entities.
We are witnessing the defense of something that is indefensible. Mr. González article goes on to say something very interesting: it speaks of asymmetries, ie the consequences of applying a common currency for a  totally different economies. And he talks about something that I have always called my attention: Brussels obsession to be fulfilled only one of the conditions on the deficit. While is even talk that Spain can be fined because it delayed in reaching the 3% deficit of public spending, leaving aside that another of the conditions imposed by the Treaty of Maastricht was that the debt could not exceed 60% of GDP. In my country it is already at 100% and here nobody says anything.
This second element was as important as the first, there is nothing that forces that this condition must be met, indicating that there is the banks’ interests and therefore the immense benefits derived from the resources that have been contributing to the banking coffers. This shows for whom is made this process.
There is one last reason I think should encourage us to fight and you to try to reach an agreement. We are facing globalization, but I want to emphasize a point. Globalization is a worldview, not just a philosophy of economic policy, but is a philosophy of values, culture, conception of human beings simply as a machine to produce and consume. Totally alien to the values which proceed from the Enlightenment, the French Revolution and Human Rights.
This globalization aims to become world government. But a world government directly controlled by the large multinational corporations and where sovereign states (relatively sovereign) are reduced to mere executors of these policies. That is, governments that will act against their own people, they will do the role of traitors to the interests of its citizens. The clearest example constitutional is the constitutional reform of 2011 in Spain,  that resulted from pact between the Popular Party and the Socialist Party.
And that deserves an answer, not only to fight for social rights, but also to fight for a civilization, if not barbarism shall come coming.
Consequently, I hope that after your discussions, which are sure to be interesting and I'll read at the time, I think it should conclude with a unified discourse, able to explain this situation to the population, with the build up of a organizational scheme that reaches all countries, which can be followed on a periodic basis and may we feel in as part of a discourse and political practice that is necessary, not only for our people and workers, but for humanity.

Thank you.

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