martedì 19 settembre 2017

SICILIA: NOMI E COGNOMI DEI NOSTRI NEMICI di Beppe De Santis

[ 19 settembre 2017 ]

Ma, quale centrosinistra! Ma, quale centrodestra! La feccia politica siciliana è tutta neoliberista. 

Tutta serva, vorace, succube, sodomizzata e sodomizzatrice, delle banche speculative.

Del finanzcapitalismo globalista —Cfr. Luciano Gallino, “ Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”. Dell’uno per cento dell’umanità che si appropria di quasi tutta la ricchezza prodotta dalla restante umanità (Thoma Piketty, “Il Capitale nel XXI secolo”).
Delle multinazionali globali, che comandano il mondo al posto degli Stati de-sovranizzati (Ernesto Screpanti,”L’imperialismo globale e la grande crisi”).

Le multinazionali che hanno distrutto la nostra agricoltura e la nostra agro-industria.  Sostituendo al nostro cibo buono, pulito e giusto, cibo cangerogeno.
In Sicilia soltanto l’8% di quanto consumiamo deriva dai nostri prodotti siciliani. Uno scandalo, un obbrobrio.
Tant’è che, nell’ultimo decennio, hanno chiuso i battenti il 50% delle fattorie siciliane.

Altro che “forconi”. Ci vorrebbe una rivoluzione armata, ve ne fossero le condizioni.

GLI EUROPARLAMENTARI TUTTI PARASSITI E SERVI DEL NEOLIBERISMO EURISTA 

La feccia politica siciliana. Tutta serva dell’oligarchia neoliberista europea.

Tutti i “nostri” europarlamentari —di destra, di centro e di sinistra, si fa per dire— hanno votato i TRATTATI EUROPEI.

Che introducono, nei nostri mercati e nelle nostre tavole-prodotti di minore qualità, prodotti in forme ultra-schiavistiche. Che distruggono definitivamente la nostra agricoltura. Il fondamento della nostra civiltà. L’olio tunisino, le arance marocchine, il grano canadese.

Maledetti criminali, manipolatori, impostori. Traditori della Patria e della nostra Terra. Che Dio vi maledica.

La feccia politica siciliana. Tutta serva del SISTEMA EURO. 

Che, prima di essere un sistema monetario errato, devastante e antipopolare, è UN SISTEMA DI POTERE, strumento eccellente dell’oligarchia finanz-capitalistica speculativa. Un sistema in crisi, da anni, almeno dal 2011 (Alberto Bagnai, “Il tramonto dell’euro”).

Sono stati —o lo sono ancora— europarlamentari siciliani: Nello Musumeci (“L’Onesto"), Saro Crocetta ( “Il Rivoluzionario”), Raffaele Lombardo (“L’Autonomista”), Giovanni La Via (“Il Tecnico Neutrale”), Leoluca Orlando (“L’Antimafioso professionale”) e altri pericolosissimi parassiti di tal genia. Salvo Pogliese (Forza Italia), Salvatore Cicu (Forza Italia), Caterina Chinnici (PD), Michela Giuffrida (PD). E prima ancora altri: Rita Borsellino, Claudio Fava, Saverio Romano, Sonia Alfano, Giuseppe Castiglione, Francesco Musotto, Luigi Cocilovo, Giusto Catania. 
Beppe De Santis, II Assemblea della CLN


SI TRATTASSE SOLTANTO DI TRASFORMISMO...

Si mena scandalo sulle fesserie. Sui dettagli. Non sulle cose serie. E tragiche.
Si mena scandalo sul TRASFORMISMO. Che c’è, mirabolante, acrobatico, effervescente, spumeggiante, sistemico, pervasivo, disgustoso.

Quest’estate, sapete, il mitico Angelino Alfano si è laureato come campione mondiale dei saltafossi.
Ma, non è solo, e tanto, questione di trasformismo.

La questione centrale è che tutta la feccia politica siciliana è sostenitrice di UNA MEDESIMA STRATEGIA POLITICA, di una medesima strategia economica: la politica, e la politica economica neoliberista.

TAGLIATORI VITA, TAGLIATORI DI DEMOCRAZIA !

Ecco, il punto. La politica di austerità (austerità per il Popolo e prebende per se stessi), la politica dei tagli dei posti di lavoro e dei salari, la politica di taglio delle pensioni, la politica di tagli della spesa pubblica in generale, la politica dei tagli alla scuola e all’università, la politica di tagli alla sanità, la politica di tagli ai servizi sociali, la politica di tagli, la politica dei tagli ai Comuni, la politica di tagli alle infrastrutture viarie e logistiche.

Sono tagliatori di vita, tagliatori di speranza, tagliatori di futuro, tagliatori di teste.

Tagliatori di democrazia, tagliatori di sovranità (sovranità statale, sovranità popolare democratica, sovranità monetaria, sovranità alimentare), tagliatori di Costituzione, tagliatori di Statuto autonomistico.
TAGLIATORI DEI FIGLI.

GENOCIDIO...


Ogni anno vanno via dalla Sicilia circa 25.000 (venticinquemila!) siciliani, soprattutto giovani, in significativa parte altamente scolarizzati e laureati. 25.000 per 10 anni dà la cifra, da genocidio, di 250.000.

Ecco, il segreto del POTERE SICILIANO neoliberista. Della resilienza dell’osceno potere siciliano. Si mandano via diecine di migliaia di giovani siciliani all’anno. La potenziale forza biologica, sociale, culturale e civica, che potrebbe mettere in minoranza, e battere questi delinquenti.

Come fu alla fine dell’Ottocento, dopo l’esplosione dei “Fasci siciliani”: milioni di siciliani scacciati nel mondo. Un esodo biblico. Come fu a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, dopo la sconfitta del glorioso movimento contadino siciliano: milioni di siciliani scacciati nel mondo. Un secondo esodo biblico. Così in questi orribili primi decenni del XXI secolo.

COMANDANO, CONTINUANO A COMANDARE, CACCIANDO I NOSTRI FIGLI DALLA NOSTRA TERRA 

Così lorsignori continuano a comandare. Mentre, tramandano il loro lurido potere politico-elettorale ai loro diretti pargoli. Senatore per senatore, deputato per deputato, scranno per scranno.

Il miserabile —e avido— Cardinale piazza come deputata al Parlamento nazionale la sua figliola.
Il miserabile —e ingordo— Lombardo piazza il suo pargolo come deputato all’Assemblea Regionale Siciliana.
Il miserabile —e ladrone— “Fregantonio” Genovese si appresta a piazzare la sua schiatta.

TUTTI GAGLIARDAMENTE SERVI NEOLIBERISTI 


Nello Musumeci, Gaetano Armao, Gianfranco Miccichè, Giovanni Lagalla, Raffaele Lombardo, Saverio Romano, Totò Cuffaro, e i loro mediocrissimi affiliati, sono tutti servi del neoliberismo, portatori della medesima politica economica neoliberista. Possono solo continuare a tagliare, tagliare, tagliare. E, per loro, arraffare, arraffare, arraffare.

Leoluca Orlando, compreso il suo nuovo famiglio, il Magnifico Micari, fantasmatico e mediocre candidato (per procura) a Governatore di Sicilia), Giovanni La Via, Firrariello e Castiglione, Schifani e Vicari, Crocetta, Cardinale, D’Alia, e, i deboli e grotteschi figuranti del PD siciliano a trazione renziana (che non cito per decenza) e i loro mediocrissimi affiliati, tutti servi del neoliberismo. 
Franco Busalacchi


Così, la trasformistica e velleitaria armata Brancaleone, in via di accozzagliamento attorno all’improbabile candidato governatore Claudio Fava. Ultimi rimasugli della “Sinistra Sinistrata”. Picciotti di carriera , da trenta-quarat’anni al potere, in nome del Popolo lavoratore e antimafioso.

Perciò non c’è solo il TRASFORMISMO, sistemico. 
C’è il NEOLIBERSMO, sistemico.

Ecco, cosa unisce e amalgama la feccia politica siciliana.

Che va conosciuta, contenuta, combattuta e distrutta.

Al più presto, in onore dei nostri padri, per la salvezza dei nostri figli.

Nelle prossime puntate, smonteremo uno per uno i loro programmi elettorali, tutti egualmente neoliberisti, antipopolari. 

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lunedì 18 settembre 2017

DALLE STELLE ALLE STALLE di Piemme

[ 18 settembre 2017 ]

A Pontida, ieri, Matteo Salvini ha finalmente confermato quel che noi, di contro a chi si era fatto ingenue illusioni sul "sovranismo" della nuova Lega Nord, davamo per certo. Salvini si sbarazza sì delle sue radici "padaniste", ma per rientrare nell'ovile del centro-destra.
«Celebreremo la prossima Pontida con una Lega e un centrodestra al governo (...) lavoriamo ad una "alleanza seria e compatta" come quella che ha vinto alle ultime Comunali».
Del "Basta €uro" non resta che una pallida richiesta di "cambiamento dei trattati europei". Il potere può dormire sonni tranquilli, anche a destra lo Tsipras è stato trovato.

Nella compagine Cinque Stelle, del resto lo Tsipras tricolore era già stato individuato: Luigi Di Maio. Il doroteo pentastellato sarà senza dubbio incoronato non solo come candidato Primo ministro ma come "capo" del movimento —sottolineiamo "capo". Per la precisione "capo" senza contrappesi, nel più classico stile dei "partiti azienda". 

Dalle stelle alle stalle: con Di Maio intronizzato, assieme alla "democrazia diretta", M5S si spurga definitivamente, ufficialmente, dal suo antagonismo primigenio. 

Dal momento che i due NO, all'euro e all'Unione europea —non le chiacchiere sulla casta ed i vitalizi, gli strilli sull'immigrazione, o le elucubrazioni sul reddito di cittadinanza—tracciano oggi il confine tra chi sta di qua e chi sta di là, il limes tra forze politiche sistemiche e anti-sistemiche, abbiamo che sulla carta il sistema è ancora forte, che per ora non ha avversari davvero temibili. Su questo versante, quello della tenuta del sistema e della sua capacità di includere e inquadrare nel proprio recinto —negli anni '90 era già capitato con Rifondazione comunista— forze come i Cinque Stelle sorte fuori dal suo perimetro, avremo modo di tornarci su. 

La domanda che dobbiamo porci è questa: che farà l'anima radicale del M5S, quella che i media chiamano "ortodossa" o "movimentista" scontenta per l'incoronazione di Di Maio? Risposta: niente. Dati i meccanismi che regolano il regime interno del M5S, gli "ortodossi" non verranno allo scoperto, non proporranno un candidato alternativo a Di Maio. Essi tremano di paura all'idea di essere purgati e di non essere rieletti in Parlamento. Faranno dunque buon viso a cattivo gioco sperando di dare battaglia dopo le prossime elezioni di primavera, quando lo scontro sarà inevitabile, sia nel caso di una vittoria elettorale più ancora in caso di flessione.

Una tattica vincente? No, una tattica perdente. Gli "ortodossi", dopo le elezioni, si ritroveranno non solo più deboli (anzitutto nel futuro gruppo parlamentare) ma a dover chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Già oggi M5S conosce una silenziosa ma ampia diaspora dei suoi attivisti migliori, con la conseguenza che il movimento nella stragrande maggioranza dei territori è un fantasma politico, con tanti meet-up scomparsi e molti paralizzati da pietosi scazzi. 

Che avremo dunque? Non una frattura politica, non una separazione, non uno smembramento politicamente ordinato; avremo invece l'implosione del Movimento 5 Stelle, un veloce disfacimento. La dissoluzione.

Il solo modo per gli "ortodossi" per evitare di essere risucchiati nello sfacelo imminente sarebbe proprio quello di puntare i piedi adesso, di costruire un'opposizione organizzata che funga da faro e catalizzatore per i tanti attivisti dell'ala radicale del movimento. Non lo faranno.

C'è sul campo una forza politica esterna che possa raccogliere questa diaspora? No, non c'è ancora. Va messa in piedi. Se guardo al desolante panorama esistente, tra sette a vario titolo sovraniste, intellettuali imbelli e pasticcioni politici in cerca d'autore, la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN), per visione strategica e qualità del suo gruppo dirigente, è il solo polo politico che abbia qualche chance di successo.

In questo senso è giusta la proposta della CLN di costruire una lista elettorale sovranista, democratica e popolare — Italia Ribelle e Sovrana questo il nome della proposta della CLN — per le prossime elezioni politiche. Una mission, viste le forze, apparentemente impossible. Giusta tuttavia, poiché punta a costruire una casa a centinaia di migliaia di cittadini che altrimenti non avrebbero un punto di riferimento; giusta perché porrebbe un primo argine contro la dispersione e il disincanto. Giusta perché punta ad utilizzare, in assenza di mobilitazione diretta del popolo, la sola occasione che l'indignazione dal basso dispone per manifestarsi; le urne appunto.

Un' àncora, o meglio una casamatta, in vista di un quadro post-elettorale che sarà necessariamente segnato dall'instabilità politica e istituzionale, da governi comunque deboli, con la possibilità di un incombente ritorno alle urne.

Mi convinco che solo chi riuscirà a giocare il primo tempo potrà sperare di esserci al secondo con qualche chance di successo.







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DOVE VA LA CATALOGNA di Diosdado Toledano

[ 18 settembre 2017 ]

La II. Assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale (C.L.N.) è stata preceduta, il 1 settembre, da un forum internazionale. Qui sotto la registrazione video dell'intervento del catalano Diosdado Toledano, portavoce di Socialismo XXI e membro del Coordinamento generale di Cataluña En Comu
Tutti gli altri interventi (France Insoumise, Invoke Democracy Now dal Regno Unito, Unità Popolare dalla Grecia, Die Linke) sono nel canale You Tube della C.L.N.
Presto, a cura della C.L.N., saranno pubblicati gli atti, sia del Forum internazionale che della II. Assemblea.


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sabato 16 settembre 2017

LE SINISTRA E L'EMIGRAZIONE (hops... l'immigrazione)

[ 16 settembre 2017 ]

«La più gravosa è quella della bassa occupazione giovanile, un «vero tallone d’Achille del sistema economico e sociale italiano». Le cifre sono spietate: i giovani occupati in rapporto alla popolazione di riferimento risultano essere, secondo l’età, tra il 10 e il 17% in meno rispetto alle media dell’area euro. Tradotto significa assistere a tassi di emigrazione crescenti, che generano ormai «un’emorragia» di capitale umano calcolata in 14 miliardi di euro, ossia quasi un punto di Pil all’anno. Sono 51mila gli under 40 emigrati all’estero nel 2015, in continua crescita dai 21mila del 2008». [Corriere della Sera del 15 settembre]

Questa parole chi l'ha pronunciate? La Camusso? Vendola? Cremaschi? 
Macché, Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. La Fondazione Di Vittorio aveva già fornito l'anno scorso dati allarmanti. 
Quindi: 
«La nuova emigrazione italiana ha raggiunto, negli ultimi anni, livelli paragonabili a quelli della seconda parte degli anni ’60» [Fonte]
Si parla che nell'ultimo periodo sono emigrati all'estero ben 800mila residenti, non solo giovani. 

Davanti a questa diaspora che colpisce anzitutto le classi subalterne e impoverisce il Paese le sinistre che fanno? Che dicono? Niente! Organizzano forse i giovani a protestare contro l'emigrazione e per il diritto al lavoro?
Al contrario, si occupano anzitutto degli immigrati che vengono in Italia e in Europa. Un terzomondismo antimperialista? No, un umanitarismo apolitico che fa il verso a quello
della Chiesa cattolica. E quel che è peggio le sinistre (dai piddini ai centri sociali) fanno della "accoglienza" un icona identitaria, e anzi spalleggiano la narrazione ideologica cosmopolitica ed europeista della "Erasmus generation".

Pensate che in questa trappola suicida c'è cascata purtroppo anche EUROSTOP, che mentre il paese va a picco e il popolo lavoratore fa la fame, considera una priorità aprire l'anno politico con un convegno proprio sull'immigrazione —sotto le mentite spoglie di un convegno contro la repressione (vedi grafica). La distanza con la realtà è oramai siderale.

Sono finiti i tempi in cui le sinistre e i sindacati erano strumenti di emancipazione e di lotta dei proletari. Al posto di una politica di classe hanno messo il pietismo umanitario, nella forma di venerazione del sottoproletariato. 

Altri tempi quelli in cui c'era la sinistra....

Ps
Dovremmo quindi accettare lo slogan di Casa Pound e Lega "Prima gli italiani"? Certo che no. E' uno slogan ingannevole. I figli di papà, i pupilli delle élite dominanti non emigrano, se lo fanno vanno a fare i dirigenti di qualche multinazionale, o per master nelle università più prestigiose. Ci sono italiani e italiani, quelli che stanno sopra e quelli che stanno sotto. Il nazionalismo era e resta una trappola per fessi.

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venerdì 15 settembre 2017

DIE LINKE È UN'ALTERNATIVA ALLA SPD? di Inge Höger

Wilhelm Langthaler e Inge Höger
[ 16 settembre 2017 ]


Ist DIE LINKE eine Alternative zur Sozialdemokratie?

La II. Assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale (C.L.N.) è stata preceduta, il 1 settembre, da un forum internazionale. Qui sotto la registrazione video dell'intervento di Inge Höger, esponente dell'ala no-euro della Linke e deputata al Bundestag. Tutti gli altri interventi (France Insoumise, Invoke Democracy Now dal Regno Unito, Unità Popolare dalla Grecia, Socialismo XXI dalla Catalogna) sono nel canale You Tube della C.L.N
Presto, a cura della C.L.N., saranno pubblicati gli atti, sia del Forum internazionale che della II. Assemblea.


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SICILIA: ECCO COSA BOLLE IN PENTOLA di Beppe De Santis

[ 15 settembre 2017]

INTERVISTA A BEPPE DE SANTIS

Il prossimo 5 novembre i siciliani voteranno per eleggere il nuovo presidente della Regione e il nuovo Parlamento dell’Isola. Dopo numerosi colpi di scena gli schieramenti sembrano definiti. Il centro-destra dietro a Musumeci, il centro-sinistra dietro a Fabrizio Micari,  la coalizione tra MDP e Sinistra Italiana dietro a Fava (col Prc in stato confusionale che non sa che pesci pigliare). Ci sono poi i 5 Stelle con Cancelleri (vittime di una minacciosa inchiesta giudiziaria in stile Genova). Quindi la coalizione tra sovranisti e autonomisti "Noi siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana", di cui Beppe De Santis è considerato lo stratega.

D. Puoi dirci come stanno le cose ora che la campagna elettorale entra nel vivo?

R. Partiamo dal quadro generale e dal suo principale tratto: in Italia e in Sicilia, è in corso uno scontro frontale tra gli oligarchi neoliberisti-euristi e il Popolo, il Sopra contro il Sotto.
Al servizio, permanente effettivo della trama oligarchica neoliberista mondiale, europea e italiana, militano tutte le forze politiche tradizionali (dette di centrodestra, di centro e di centrosinistra e cespugli ruota di scorta), con gli aedi del canagliume prevalente nei media di regime e nell’intellighenzia di regime.
Fintamente, contro il regime oligarchico si muovono, con osceni ondeggiamenti, la Lega Nord di Salvini e i Fratelli d’Italia della Meloni, i quali dopo la scoppola della Le Pen in Francia, stanno rientrando nel recinto vetero-berlusconiano —lo conferma, qui in Sicilia, l’ammucchiata sconcia attorno a Musumeci. Una impostura, direbbe Sciascia.

Franco Busalacchi
Può piacere o meno, ma con tutte le contraddizioni e gli errori, il Movimento 5 Stelle è una forza popolare esterna al circuito del regime oligarchico.

D. Puoi essere più preciso riguardo al M5S?


R. Ritengo il M5S una forza di OPPOSIZIONE ma inconseguente, al regime oligarchico neoliberista. Per alcuni versi e fino a prova contraria, convergente con tutti gli avversari sinceri del neoliberismo.
Il M5S potrebbe contribuire alla cacciata degli oligarchi.
Ma fammi dire. La vera novità dello scenario politico italiano è rappresentato dal nascente —e in via di rapido consolidamento— MOVIMENTO POPOLARE PER L’ATTUAZIONE INTEGRALE DELLA COSTITUZIONE (e degli Statuti autonomistici, in primis quello siciliano), rafforzatosi dopo la storica vittoria del NO al referendum del 4 dicembre 2016. Parlo del Movimento sovranista costituzionale, del nascente Movimento patriottico democratico. Questo è per il momento un arcipelago, un flusso carsico di reti, associazioni, centri, in via di aggregazione, con i naturali travagli del caso.

D. Sei un esponente di spicco della Confederazione per la Liberazione Nazionale. Ce ne parli?


R. L’epicentro più solido e maturo di aggregazione del sovranismo popolare e democratico è rappresentato dai gruppi e dai soggetti che hanno dato vita il 25 aprile scorso alla CONFEDERAZIONE PER LA LIBERAZIONE NAZIONALE (CLN), la quale ha celebrato la II. Assemblea nazionale recentemente a Chianciano.

Il soggetto siciliano più vicino a questa impostazione sovranista costituzionale è rappresentato dal Movimento-Lista “Noi siciliani con Busalacchi-Sicilia Libera e Sovrana”, in campo per le elezioni regionali siciliane del 5 novembre prossimo.
Tra l’altro, tra il Movimento siciliano e la CLN è stato sottoscritto uno specifico Patto strategico ed operativo, al quale si rinvia.

Due sono le novità politiche nel panorama italiano e siciliano. L’opposizione al sistema oligarchico da parte del M5S, per quanto parziale essa sia e finché dura. L’altra è il MOVIMENTO SOVRANISTA COSTITUZIONALE ITALIANO E SICILIANO, oltre che europeo —si pensi a “France Insoumise” di Melenchon che abbiamo ascoltato alla recente Assemblea della CLN.
Di conseguenza, il sistema oligarchico deve contenere e battere il M5S e quindi impedire l’exploit del movimento sovranista costituzionale, verso il quale il regime adotta, com’è ovvio e scontato, il doppio approccio del SILENZIAMENTO, del boicottaggio a tutti i costi, della censura preventiva, e della criminalizzazione preventiva. E’ evidente che qui in Sicilia si giocano i preliminari della grande partita nazionale.
Diego Fusaro e Franco Busalacchi


D. Veniamo alla cronaca siciliana di queste ore ed ai pasticci in casa grillina…


R. Il tema è uno: il vecchio sistema politico fa quadrato per fermare quello che considera il suo nemico immediato: il Movimento 5 Stelle. E siccome, storicamente, chi vince le elezioni in Sicilia poi le vince a Roma, ecco che la parola d’ordine diventa la seguente: fermare, con tutti i mezzi, i grillini in Sicilia per scongiurare che vadano a governare l’Italia. Con tutti i mezzi: politici, clientelari e, come vediamo, anche giudiziari. La recente inchiesta della Procura di Palermo sulle presunte irregolarità nella scelta del canditato Presidente va letta in questa luce.
E’ decisivo, per le forze di regime, non perdere la guida della Regione più bistrattata del Bel Paese, ‘sgovernata’ da ‘ascari’, da ladri e da delinquenti e dove i veri mafiosi continuano a fare il bello e il cattivo tempo,  diventa essenziale per il futuro politico dell’Italia. Perdere in Sicilia, per il centrosinistra — soprattutto se a vincere saranno i grillini, con un’affermazione dei sovranisti costituzionali di Busalacchi, potenzialmente ancor più pericolosi dei grillini — potrebbe significare non governare l’Italia per i prossimi cinque anni.

D. Come giudichi le mosse di quelle che chiami “forze di regime”?


R. Prendiamo Berlusconi. Inizialmente aveva scelto come suo alfiere l’avvocato Gaetano Armao. L’ex Cavaliere, che conosce la Sicilia dai tempi di Milano 2, quando nella Palermo Capitale mondiale della mafia comandavano gli Inzerillo, i Bontade e i Teresi, ha provato a convincere Nello Musumeci a farsi da parte: o meglio, a far fare il vice presidente ad Armao. Ma ha incassato un “no” secco, se è vero che Musumeci è rimasto il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione.
Dopo di che, la scorsa settimana, è piombato in Sicilia Renzi, per capire se i siciliani pensano ancora, di lui, quello che hanno depositato nelle urne il 4 dicembre dell’anno scorso, quando sette cittadini siciliani su dieci hanno votato “No” alle riforme renziane.
Renzi e Berlusconi hanno capito che in Sicilia, tanto per cominciare, debbono sparigliare le carte. Preparandosi a fronteggiare anche un terzo incomodo, Massimo D’Alema, il quale ha piazzato Claudio Fava candidato della “sinistra alternativa al PD” come candidato alla presidenza della Regione. Sai che c’è? Che Berlusconi è la persona più adatta a dialogare con D’Alema, vero agente sistemico del regime oligarchico neoliberista.
Lo sparigliamento delle carte, da parte di Berlusconi, è proseguito con la candidatura di Vittorio Sgarbi alla presidenza della Regione. Alla partita partecipa anche l’ex presidente della Regione condannato per favoreggiamento alla mafia, Totò Cuffaro, non a caso ‘coccolato’ pubblicamente dallo stesso Sgarbi, uno ‘squadrista da TV’ che in una certa Sicilia sa dove mettere le mani.
Da quello che si capisce, e per quanto possa apparire paradossale, Berlusconi e Coca coca bum bum, al secolo Gianfranco Miccichè, hanno il compito di sfasciare il quadro delle alleanze elettorali di Musumeci..

D. Con la scelta di Fabrizio Micari come candidato presidente il centro-sinistra pare uscito dal marasma. Come vedi le cose in quel campo?

R. Quelli che danno le carte nel centro-sinistra, Renzi, Leoluca Orlando e il senatore Giuseppe Lumia, devono pompare la candidatura del rettore dell’università di Palermo, Fabrizio Micari.
Se l’ex Cavaliere e Coca coca bum bum, con la ‘consulenza’ del condannato per favoreggiamento alla mafia, Cuffaro, hanno già iniziato a sfasciare l’unità del centrodestra, Renzi, Leoluca Orlando e il senatore Lumia hanno già iniziato la fase ‘costruens’ con il solito trasformismo politico.
Hanno già messo nel ‘carniere’ il peripatetico jolly Fabrizio Ferrandelli, personaggio ormai pluriscreditato che, nella testa di Renzi, Orlando e Lumia a Palermo dovrebbe avere ancora qualche migliaio di persone che gli vanno ancora dietro.
Intanto Orlando —che sta utilizzando impropriamente la presidenza dell’ANCI Sicilia per preparare una lista alle elezioni regionali in sostegno di Fabrizio Micari (ma una vergogna politica del genere quando si è vista?)— sta trattando con il fratello dell’ex presidente della Regione condannato per favoreggiamento alla mafia, alias Silvio Cuffaro, per ‘intrupparlo’ nella sua lista.

La cosa avrebbe dovuto restare ‘segreta’ fino alla presentazione delle liste orlandiane, con lo stesso Orlando che avrebbe poi manifestato ‘sorpresa’, dicendo che non ne sapeva nulla. Ma l’operazione Leoluca Orlando-Totò Cuffaro insieme ‘appassionatamente’ per sostenere Micari è stata 'sgamata'. Così, in queste ore, il sindaco-fariseo ‘antimafioso’ di Palermo è nelle ‘ambasce’: già la flaccida e vacua borghesia panormita [palermitana, NdR] che lo sostiene e che si è orlandianamente autoproclamata ‘progressista’, non ha ancora ‘digerito’ di avere scoperto che Orlando è renziano nel nome del Tram, degli appalti ferroviari e dei fondi europei del PON da gestire allegramente in campagna elettorale: figuriamoci scoprire, in queste ore, che il ‘divo’ Orlando tratta con il condannato per favoreggiamento alla mafia e con il di lui fratello!

Sì, la borghesia ‘progressista’ di Palermo ne ‘morirebbe’: basta leggere i post su facebook di Pippo Russo, orlandiano della prima ora, ma ormai sempre più schifato dalla politica siciliana: da “tutta” la politica siciliana! Per non parlare di Aurelio Scavone, altro orlandiano della prima ora, che qualche anno fa ha provato, senza riuscirci, a portare Orlando sulle posizioni dei ‘Sovranisti’, invitando a Palermo l’economista Nino Galloni e che adesso si ritrova, da candidato alle regionali, non soltanto a sostenere il candidato di Renzi (Renzi che lui, Aurelio Scavone, da cattolico di scuola Piersanti Mattarella, cordialmente detesta!), ma anche insieme ai ‘fratellini Cuffaro'…

Eh sì, ha qualche problemino Leoluchino, nella Palermo dove l’apparenza conta più della sostanza. Fino a quando la merda non si vede, beh, tutto va bene: un po’ come avveniva alla fine degli anni ’80 del secolo passato, quando in piena Giunta comunale della ‘Primavera’ di Palermo Vito Ciancimino e il suo socio storico, conte Romolo Vaselli, trafficavano negli appalti palermitani per la manutenzione di strade e fogne. Ma adesso la merda si vede: e questo per Leoluca Orlando non è bene…

D. Inquietante e torbido il contesto che descrivi, il più ostinato gattopardismo... Ma torniamo ai grillini.


R. Ovviamente, indebolire Musumeci e rafforzare Micari non basta: bisogna dare una ‘botta’ alla lista dei grillini e al suo candidato, Giancarlo Cancelleri. Certo, l’ideale sarebbe sopprimere fisicamente tale lista e poi, tramite Berlusconi, convincere la ‘sinistra’ di Fava ad appoggiare Micari. O, al limite, sbarazzarsi di Micari e convergere tutti su Fava.
Tale seconda ipotesi sembra sia vista male da Berlusconi, perché se è vero che Fava, da vice presidente della commissione Antimafia nazionale, qualche anno fa, ha ‘sorvolato’ su ‘Za Silvana’ (al secolo Silvana Saguto, allora presidente della Sezione per le misure di prevenzione presso il Tribunale di Palermo), non è detto che poi non si rivolti contro l’ex Cavaliere. Per non parlare del fatto che Fava non farebbe sconti a Mario Ciancio Sanfilippo: e questo, non soltanto per Berlusconi, ma per tutto il centrosinistra, è un grosso, grossissimo problema. 
Cianciano Terme. 2 settembre 2017. Tavola rotonda sulla Sicilia. Da sinistra:
Franco Busalacchi, Nino Galloni, Pietro Attinasi, Roberto Garaffa e Beppe De Santis.

Ma di questo, di Fava, si saranno detti Renzi, Berlusconi e compagni vari ne parliamo poi: per ora togliamo di mezzo i grillini. Come? C’è un bel ricorso di un escluso. Un tizio, marito di una moglie già grillina, che non si capisce se ha firmato o non ha firmato un cavolo di codice etico o diavolerie varie.

Certo, sono fatti interni a un movimento politico. Però si può ‘cavillare’ un po’. Ecco un giudice che ‘sospende’. Cosa sospende? Non si capisce. Sospende il candidato alla presidenza della Regione del Movimento 5 Stelle, Cancelleri? E perché no? E’ una bella idea, alla fine.
Chiediamoci: ha competenza un giudice sui fatti interni di un movimento politico? Se lo chiedeva Vito Ciancimino poco prima del congresso regionale della DC siciliana nel lontano 1983. Uno dei ‘colonnelli’ di Ciriaco De Mita in Sicilia aveva deciso, se non di sbatterlo fuori dal partito, almeno di fare in modo che non avesse rappresentanza negli organismi regionali. Così si stabilì che, per entrare in direzione regionale, bisognava avere almeno il 10% dei voti. E siccome Ciancimino raggiungeva, sì e no, il 7%, Don Vito era incazzatissimo perché l’avevano lasciato a bocca asciutta ancor prima che il congresso iniziasse.
Così Don Vito aveva chiamato alcuni dei suoi amici magistrati e gli aveva posto la domanda: “Presento un ricorso?”.
La risposta sembra che fu questa: “Vito: ci dobbiamo infilare nella vita interna di un partito politico con cavilli civilistici? Ci dobbiamo fare ridere dietro da tutti?”. E la cosa finì lì.
Oggi, però, lo scenario è diverso. I grillini non sono la DC. E se la DC, allora, era il ‘sistema’, i grillini sono oggi, pur con tutti i loro profondi limiti, l’antisistema. Per questo hanno dietro la simpatia popolare.

D. Mi stai facendo capire che ritieni auspicabile un’alleanza tra voi e il M5S? 


R. Oggi c’è da difendere la Sicilia e l’Italia. Ma ve l’immaginate i grillini siciliani, assieme sovranisti siciliani, che vanno a mettere il naso negli appalti ferroviari di Palermo che hanno ormai abbondantemente superato il miliardo di euro per avere, alla fine, appena 15 km di Tram che funziona a costi elevatissimi? Mamma mia!
Ve l’immaginate i grillini, assieme ai sovranisti siciliani, che vanno a mettere il naso negli appalti miliardari della CMC delle strade Palermo-Agrigento e Caltanissetta-Agrigento? Due ‘mammelle’ infinite che non allattano più né il PD, né la Lega nazionale delle cooperative? Due mega-appalti che possono dare ancora ‘tanto’ (che meraviglia la ‘Giustizia’ di Palermo e Agrigento, no?) nelle mani dei grillini e dei sovranisti siciliani, con il serio ‘rischio’ che finisca la "mangiugghia" iniziata timidamente con Cuffaro e proseguita prima con il Governo del ribaltonista Raffaele Lombardo e poi con il ‘pupo’ Rosario Crocetta, manovrato dai ‘pupari’ del PD di Renzi, dal senatore Giuseppe Lumia e dalla Confindustria in salsa sicula di Antonello Montante e Giuseppe Catanzaro.
Da sinistra: Erasmo vecchio, Massimiliano Musso,
Franco Busalacchi e beppe De Santis

Prendiamo il magna-magna delle discariche degli industriali-munnizzari. E’ stato fatto un lavoro ‘certosino’ per dare alle fiamme oltre dieci impianti di compostaggio presenti in Sicilia per eliminare definitivamente l’idea ‘balzana’ della raccolta differenziata dei rifiuti, è stato fatto l’impossibile per tutelare gli interessi mafiosi nelle discariche… E mo i grillini e i sovranisti siciliani dovrebbero vincere le elezioni siciliane del 4 novembre?

Che accadrebbe se vinciamo? Che tutto il lavoro fatto dal 2008 ad oggi in Sicilia dal più sputtanato centrosinistra d’Italia andrebbe perduto. Così Totò e Silvio fanno gli scongiuri in caso di vittoria dei grillini e dei sovranisti siciliani. Così ci spieghiamo quel che ha detto Coca coca bum bum: “I cinque Stelle sono come l’AIDS. Devono andare fuori dai coglioni”.

Alla tua domanda rispondo: per quanto noi sovranisti costituzionali ci consideriamo strategicamente alternativi al M5S, siamo disposti ad un’alleanza tattica per cacciare gli oligarchi neoliberisti dal governo della nostra regione. Dimostrare che i due poli sistemici (centro-sinistra e centro-destra) sono minoritari in Sicilia, cacciarli dal potere, questa sarebbe una grande e salutare svolta. Un auspicio in vista delle elezioni nazionali di primavera.

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L'ITALIA ESAUSTA E L'ORDO-ULIVISMO di Sergio Cesaratto

[ 15 settembre 2017 ]

«Le questioni non sono solo euro ed Europa, ma anche ricostruire il senso di questo Paese, il che vuol dire capacità di chiamare a raccolta le sue forze migliori, a ogni livello, intellettuale e popolare. Non lo si farà se ci si occupa d’altro e di altri, lo dico chiaramente, se la salvezza dell’Italia non diventa la nostra unica ossessione. Questo possiamo dire».

Il mio carissimo amico Lanfranco Turci dopo aver letto una bozza di questa nota (di cui esclusivamente porto la responsabilità, naturalmente), fra i tanti consigli mi ha esortato a premettere che essa è improntata al pessimismo, sul paese e sulla sinistra: i margini di manovra economica (dunque politica) sono, rebus sic stantibus, limitati se non inesistenti, le idee poche, le classi dirigenti inadeguate. Tuttavia è solo dalla presa d’atto realistica dello stato di cose presenti che può provenire una reazione. E, comunque, dire le cose come stanno aiuta a smascherare l’affabulazione politica, il girarsi attorno senza contenuti, la politica fatta solo di accordi elettorali che, purtroppo, appare dominare, figlia e madre del vuoto che ci circonda.

1. Un paese esausto. Sempre più in occasioni come questa mi viene infatti in mente Montale, “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Il paese è in un passaggio storico drammatico, fra un passato (il secondo dopoguerra) di speranze e riscatto e un futuro che assomiglia a una lenta eutanasia. Storicamente siamo un paese gracile, dalle istituzioni fragili direbbero oggi gli economisti.[1] 

Istituzioni sia pubbliche che private. A una debole società civile dominata da atavici opportunismi e furbizie, più che dal senso di appartenenza a una comunità nazionale, si accompagna senza soluzione di continuità una classe dirigente senza spessore che riflette pienamente il sostrato che la produce. La cultura è scarsa, spesso pre-moderna, burocratica e anti-scientifica. In alcune parti del paese va un po’ meglio, in altre assai peggio con ampie aree dominate dalla malavita organizzata ormai estesa anche al resto (ma abbiamo visto intellettuali di prim’ordine difendere, piccati nel loro orgoglio, la giornata della memoria per la caduta della Rocca di Gaeta in nome di verità storiche del tutto fantasiose). 

L’Euro/pa ci ha esautorato delle leve della politica macro-economica, ci rimane un po’ di politica micro-economica ma, com’è noto, non si fanno le nozze coi fichi secchi, per cui questa politica si riduce alla bassa cucina del togliere un po’ qui per mettere un po’ là, a seconda delle pressioni di volta in volta prevalenti. Se da un lato la politica non sa fare progetti, dall’altro non li può neppure più fare, di qui il suo decadimento (altro che casta!). Ma sono state queste scelte deliberate e su esse torneremo. La concorrenza dei paesi emergenti, specie quelli asiatici, non lascia peraltro più molto spazio a chi non abbia progetti politici per il proprio paese, e le risorse per sostenerli. Il paese è così avviato su se stesso, esausto, privo di senso identitario e partecipativo, sembra tornato a secoli bui.

2. Quale riformismo. Se dovessi indicare in sintesi quale sinistra ritengo necessaria per il paese la definirei così: una sinistra che abbia al centro gliinteressi del paese, di questo paese “che senza amor nazionale non si dà virtù grande" per citare Leopardi (Zibaldone); riformista nel senso che abbia come asse la piena occupazione e la crescita dei salari, avendo anche a cuore la difesa della competitività del Paese, dell’industria pubblica e di quella privata, di un’istruzione e di una ricerca pubbliche e democratiche ma rigorose – con la centralità dell’intervento pubblico; che coltivi un senso dell’appartenenza a una comunità nazionale da cui ci si senta tutelati e cittadini partecipi superando una tara storica della nostra costituzione materiale; che sostenga una forte autonomia nazionale nella politica estera volta a un più giusto ordine economico internazionale contro le mire bellicose nel Mediterraneo di Francia e Regno Unito in primis (per quello che a un piccolo paese è consentito fare, naturalmente). Il mio timore è che però che, dopo le lacerazioni sul tema dell’Europa, quelle sull’immigrazione rappresentino il de profundis per una sinistra di questo tipo. 

Sul tema dell’Europa gli scorsi anni hanno visto una spaccatura verticale fra tre sinistre: a quella che denunciava la natura imprescindibilmente autoritaria e liberista dell’Euro/pa se ne sono contrapposte due: quella neo-liberista accondiscendente alle politiche europee e quella “leggera”, anelante al più Europa. Ci torneremo su. L’immigrazione è un tema lacerante per le coscienze di tutti, non solo per alcune anime belle. V’è un dovere irrinunciabile all’aiuto a chi ha intrapreso percorsi di migrazione e alla lotta contro lo sfruttamento dei paesi di provenienza. Ma per molti di noi l’idea dell’accoglienza illimitata e a prescindere è irresponsabile, così come colpisce la mancata consapevolezza che l’immigrazione ha costituito un tassello della devastazione del mercato del lavoro, dei diritti e della estraneità sociale in questi anni (non l’unico e certamente non il principale, ma un elemento importante sì). Personalmente non sono disponibile a condividere percorsi irresponsabili che finiscono per alimentare fenomeni reazionari e comunque ci allontanano dal comune sentire e dal malessere popolare. Di fronte a quest’ultimo non possiamo che contrattare uno scambio fra politiche di integrazione per chi è già qui e un rigorosa politica di immigrazione regolare.

3. L’ordo-ulivismo. La grande occasione per l’Italia fu probabilmente quella di mettere a frutto il miracolo economico per modernizzare e democraticizzare il paese. La borghesia non ne fu capace e più volte ha cercato di sedare le rivendicazioni popolari per l’equità distributiva con la violenza, dalla stretta di Carli del 1963 alla strategia della tensione e da ultimo con lo SME e l’euro. La sinistra riformista è sempre stata minoritaria. Il mancato riformismo della sinistra italiana ha radici lontane e ben spiegate da Leonardo Paggi (con D’Angelillo, 1986) in quello che rimane, a mio avviso, il più bel volume mai scritto sulla sinistra italiana, non a caso sotto l’influenza dell’interpretazione di Keynes di Pierangelo Garegnani (ma la lezione del riformismo pragmatico di Federico Caffè non è qui estranea). La sinistra italiana non ha mai condiviso il Keynesismo riformista, l’idea dunque che elevati salari diretti e indiretti (stato sociale) potessero essere di sostegno alla piena occupazione. E’ infatti sempre stata “monetarista”, ha cioè condiviso l’idea che la crescita dei salari portasse solo inflazione e fosse dunque sovversiva e destabilizzante delle istituzioni democratiche. La svolta dell’EUR del 1978 (maturata gli anni precedenti) nasce da questo, tutto il resto segue. E non parliamo solo di Amendola o di Lama, ma anche di altri eroi della sinistra, da Berlinguer a Trentin (v. Barba e Pivetti 2016). Il testimone del “risanamento” fu presto preso dalla sinistra democristiana con Beniamino Andreatta e da circoli borghesi rappresentati da Carlo Azeglio Ciampi (che sostituì Baffi, sfavorevole alla prospettiva europea, dopo la sua violenta defenestrazione) o Guido Carli (una volta che si rese conto che la tolleranza che dovette mostrare come banchiere centrale nella prima metà degli anni ’70 non aveva più ragione d’essere). Contenimento del potere sindacale e abbattimento del debito pubblico furono gli assi del duo Andreatta-Ciampi; adesione allo SME e divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia ne furono gli strumenti iniziali. Cuore di questa impostazione era l’importazione della disciplina dall’estero, legandosi al carro monetario tedesco, la politica del “legarsi le mani”. 

Queste politiche causarono l’indebolimento della competitività esterna, sicché a parità di spesa pubblica - che governi spendaccioni ma ancora sensibili alla tutela di domanda e occupazione badavano bene a non ridurre – si inaridirono le fonti di finanziamento nazionali determinando l’esplosione del debito pubblico e di quello estero (con la crescita della quota del primo detenuta da stranieri). La sinistra ulivista fece proprie queste politiche (con la convergenza finale del rigore comunista e di quello andreattiano), assumendo l’Europa di Maastricht come asse. Il disastro dell’euro ne è stato il risultato. In un rinnovato clima di emergenza nazionale, nel 2011 Napolitano d’accordo con potenze straniere e in linea con la tradizione anti-riformista del PCI della “responsabilità nazionale”, piegò definitivamente alla disciplina dell’euro le istanze occupazionali e sociali del Paese. L’emergenza era l’euro, non l’Italia, ma di questo gli anti-riformisti non si avvedevano. Per loro il demonio era il debito pubblico italiano, non l’autoimposto vincolo estero che dai tempi dello SME l’aveva fatto esplodere, così come è esploso di nuovo in seguito alle sciagurate politiche di austerità e al mancato tempestivo intervento della BCE di cui la Germania (e chi non le si è opposto) portano una drammatica responsabilità storica. Mi preoccupa l’assenza di un’autocritica profonda negli ambienti della sinistra che hanno pur gestito in prima persona quelle politiche, e questo fa temere che non si abbia ancora grande consapevolezza di queste responsabilità storiche, e mi viene da concludere che in certi circoli l’importante sia scalzare Renzi (che a suo modo qualche rimostranza da moccioso indisciplinato in Europa l’ha manifestata) per sostituirlo con l’Enrico Letta di turno, il figlio politico di Andreatta, colui che scrisse:
«Andreatta capì che l’unico modo per fare le privatizzazioni...e ridurre l’abnorme peso della politica... che ha caratterizzato l’Italia pre-euro era quello di negoziare con Bruxelles... Per farsi imporre dall’Europa il vincolo esterno» e con «saggezza e abilità... Andreatta riuscì allora ad evitare gli ostacoli che la politica frapponeva a quella rivoluzionaria decisione». Letta (2011)
Se non è così, se c’è un ripensamento di quegli anni, venga fuori oggi, e ci si dica come si vuole rimediare. Quanto la Germania ha guadagnato alle spalle del nostro paese è sconcio; quello che si prepara con gli accordi Berlino-Parigi è una definitiva cessione di sovranità democratica:[2] mi si dia una risposta ferma e precisa per favore. La lotta ferma sul fronte europeo sarà un asse della sinistra o no? Ci si è resi conto degli errori del passato e in particolare che l’asse europeo ha significato soggiogarsi a un disegno anti-popolare e anti-riformista? La risposta a questo secondo quesito, la consapevolezza delle proprie responsabilità storiche, è più importante della prima a cui è facile replicare: “ma figuriamoci, lotteremo contro i trattati e blà e blà”. Vogliamo sapere se finalmente si sono fatti i conti col passato e se si è disponibili a dire basta all’europeismo neoliberista - i due termini largamente coincidono. E’ infatti accettabile parlare di europeismo solo in termini culturali e di generale profonda cooperazione, ma solo in termini molto più vaghi con riguardo all’integrazione fiscale e monetaria. Ma vale qui la clausola Paggi: “La consapevolezza della inscindibilità di economia e politica è fortissima nella cultura e nelle politiche neoliberali, mentre è totalmente assente nel linguaggio della sinistra.”[3] Le ragioni economiche che dovrebbero essere cardine del pensiero a sinistra sono per lo più incomprese e la politica fatta di mielosi sentimentalismi, o di opportunismi. Insomma, più del no a Renzi vorrei ascoltare da una componente della sinistra un no a Enrico Letta.

4. C’è futuro in Euro/pa? C’era una strada alternativa all’ordo-ulivismo del papa straniero? Difficile dirlo. Voglio anche dare una dignità politica all’ordo-ulivismo: questo paese è incapace di governarsi, l’unica strada è affidarsi allo straniero (è una vecchia storia, peraltro). Ma lo straniero è furbo e potente. Imporrà a te il liberismo, mentre il suo potente apparato pubblico, mercantilisticamente al servizio dell’industria occuperà anche i tuoi spazi. Naturalmente si potrà essere liberisti alla Ciampi, Andreatta, Letta, Onofri e via cantando e ritenere che l’Europa consista nello scioglimento dei lacci e lacciuoli che frenano gli spiriti vitali dell’economia italiana. E’ legittimo crederlo - e suppongo che in alcune componenti della “sinistra” lo si creda ancora. Ma non lo si camuffi con storie circa la solidarietà europea. Qui siamo alle belle narrazioni - purtroppo diffuse in altre componenti della “sinistra” qui oggi rappresentate. Andatelo a chiedere allaLinke se proporranno all’elettorato tedesco trasferimenti fiscali perequativi in Europa, o il superamento dell’euro. Ccà nisciuno è fesso, tranne la sinistra italiana verrebbe da dire.

5. L’Euro/pa. L’errore dell’UME è stato di anteporre l’unione monetaria a quella politica? No, l’unione politica (che implica politiche di perequazione dei redditi fra paesi) è impossibile, o meglio, l’unica Europa federale possibile è quella ordoliberista, come aveva ben spiegato Hayek nel 1939 (quella in cui un super-stato si fa garante del libero mercato in tutto il continente). Gli accordi franco-tedeschi per un ulteriore accentramento fiscale vannno in questa direzione. La Germania potrà cambiare? No, non cambierà il suo modello mercantilista. Il mercantilismo tedesco è irrazionale? No, alla luce dell’impostazione Classico-Kaleckiana esso è un modo di tradurre il sovrappiù in profitti attraverso le esportazioni (Cesaratto 2016 cap. 1). L’Italia potrà adeguarsi e migliorare? No, alla base del crollo della produttività vi sono anni di depressione della domanda aggregata a causa dell’autoimposto vincolo estero (Bagnai 2012), riforme del mercato del lavoro e allargamento indiscriminato dell’esercito industriale di riserva, mentre non vi sono risorse per istruzione, ricerca e università (e per il benessere sociale e per il sostegno della natalità dei nostri giovani).

L’euro è veramente fallito? Se il suo obiettivo era la disciplina sociale, esso è stato un successo. La teoria economica ha fallito nei confronti dell’euro? No, Meade, Mundell, Flaming, Godley, Kaldor, Feldstein, tutti hanno previsto una tendenza deflazionistica; dopo dieci anni di bonaccia in cui covava una crisi del debito estero della periferia, mercato di sbocco del mercantilismo tedesco (Cesaratto 2016, capp. 5 e 6; 2017), l’euro ha rivelato il suo vero volto deflazionista.
Il ritorno agli Stati nazionali è un arretramento? No, lo Stato nazionale è il terreno democrazia: Stati senza politica monetaria (dunque fiscale) sono privi di democrazia. Con la globalizzazione e la mobilità di capitale e lavoro si decentra il capitale e l’esercito industriale di riserva si fa mondiale; con l’Europa si delocalizza lo Stato (Cesaratto 2017, Barba e Pivetti 2016).
L’euro ha un futuro? Non lo sappiamo, se crolla sarà per insostenibilità politica, se e quando il ceto medio e gli studenti lo decideranno; ma il caso greco dimostra che resilienza dei popoli è infinita, i migliori se ne vanno, chi rimane si adegua, la natalità crolla, l’immigrazione colma i vuoti. Cosa accadrà se Draghi dovrà dismettere il QE? Reagiremo agli accordi fiscali franco-tedeschi?
Non mi metto a fare proposte programmatiche, quelle seguono la politica. E quella manca.

La sinistra mi sembra divisa fra un’ala risentita che insegue vendette antirenziane e quella che va appresso all’emergenza del momento, ora all’immigrazione (ieri ai movimenti no-global). Del dramma del paese che sta semplicemente morendo materialmente e culturalmente non sembra importare gran che, anzi. Mi sembra che se non si rimette al centro della nostra analisi, delle nostre passioni, il paese, questo paese, non si andrà da nessuna parte. Mi sembra di concordare con D’Alema quando dichiara “Il nostro compito è ... di costruire una sinistra democratica e di governo che possa essere un elemento essenziale per la ricostruzione anche culturale dell'Italia.... Oggi dobbiamo fare anche una riflessione autocritica riguardo a una subalternità che molti di noi hanno avuto riguardo all'ottimismo degli anni Novanta”. Ma si deve entrare nel merito. Le questioni non sono solo euro ed Europa, ma anche ricostruire il senso di questo paese, il che vuol dire capacità di chiamare a raccolta le sue forze migliori, a ogni livello, intellettuale e popolare. Non lo si farà se ci si occupa d’altro e di altri, lo dico chiaramente, se la salvezza dell’Italia non diventa la nostra unica ossessione. Questo possiamo dire.


Riferimenti

Bagnai, A. (2012), Il tramonto dell’euro, Imprimatur, Reggio Emilia.
Barba, A. e Pivetti, M. (2016) La scomparsa della sinistra, Imprimatur, Reggio Emilia.
Cesaratto, S. (2017a), Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi, Imprimatur, Reggio Emilia (3a ristampa).
Cesaratto, S. (2017b) Alternative Interpretations of a Stateless Currency crisis,Cambridge Journal of Economics, (https://doi.org/10.1093/cje/bew065) vol. 41 (4), pp. 977-998, free download.
Di Martino,P. e Vasta, M. (2017) Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo economico italiano, Il mulino, Bologna.
Letta, E. La visione larga di Andreatta, in AAVV (2011), L’autonomia della politica monetaria – Il divorzio Tesoro-Banca d’Italia trent’anni dopo, Arel-il Mulino, Roma-Bologna (introduzione di Giuseppe Mussari [sic])
Paggi, L. e D’Angelillo, M. (1986), I comunisti italiani e il riformismo, Einaudi, Torino
http://it.blastingnews.com/politica/2017/09/dalema-pd-verso-il-disastro-vi-spiego-come-ricostruire-una-grande-sinistra-001975817.html

NOTE

[1] Da ultimo Di Martino e Vasta (2017).
[2] Gli organi di stampa internazionali sono chiari al riguardo (qui e qui)
[3] Sul tema europeo, con Leonardo c’è consenso di metodo, ma purtroppo non di merito.

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giovedì 14 settembre 2017

UNA LEGGE FASCISTA CONTRO I NEOFASCISTI di Piemme

[ 14 settembre 2017 ]

MARCETTA FASCISTA SU ROMA: LASCIATELA FARE

Con 261 sì, 122 no e 15 astenuti la Camera dei deputati ha approvato legge che introduce il reato di «propaganda del regime fascista». Primo firmatario il piddino Emanuele Fiano.

La proposta di legge introduce l’art. 292-bis del codice penale, nell’ambito dei delitti contro la personalità interna dello Stato; articolo recante «Propaganda del regime fascista e nazifascista». Con la disposizione appena passata all’esame del Senato si vuole punire chi «propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità». Pena prevista: dai sei mesi ai due anni.


Una legge anticostituzionale? Ritengo di sì. Ma come, mi chiederete, "questa legge non fa che precisare quanto afferma la Costituzione repubblicana". No.  La XII Disposizione transitoria e finale della carta recita: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Si capisce che un conto è esprimere idee fasciste, un'altro è costruire un partito fascista. 

Ha dunque ragione Carlo Maria Martino che su il Fatto Quotidiano scrive:
«Senonché il ddl Fiano appena approvato in prima lettura nasce, a prima vista, malato. Il testo con cui si vorrebbe far punire la propaganda di un’ideologia ha tutta l’aria di essere, a sua volta, piuttosto che un testo normativo, una presa di posizione, l’affermazione di un principio e il tentativo di imporlo per le vie della giustizia penale. E, forse accecato dalla pur condivisibile intenzione di condannare i residui di ideologia fascista – ammettendo che ciò sia necessario – ancora più o meno latenti nel nostro paese, il legislatore sembra aver imboccato la strada di un intervento normativo a forte rischio di incostituzionalità».
Incostituzionalità o meno questa legge è una bestialità, per due ragioni che a me paiono essenziali. La prima: è prassi da parte dei regimi oligarchici traballanti approvare leggi lesive della libertà di pensiero, e di associazione, formalmente presentate per colpire gruppi estremisti di destra. Ed è un classico che con quello stesso dispositivo legislativo, cosmeticamente modificato, si vanno poi a colpire movimenti antagonisti di sinistra. La seconda: con leggi repressive come quella di Fiano si finisce per fare il gioco proprio dei neofascisti, perché li si fa passare come i soli nemici del sistema. La qual cosa, visto lo schifo che questo sistema fa a gran parte dei cittadini, li aiuta a trovare consensi invece di indebolirli.

Ps
Il capo della Polizia Gabrielli, senza dubbio ascoltati i decisori politici di regime, ha dichiarato che no, non si farà. Si riferisce alla annunciata marcia su Roma promossa dai neofascisti di Forza Nuova per il 28 ottobre prossimo, nel 95° anniversario di quella mussoliniana del 1922. Che dire? Il regime oligarchico ha forse paura del corteo di Forza Nuova? Non penso affatto, penso che questo divieto è un modo delle élite dominanti di imbellettarsi come democratiche quando non lo sono affatto. Marketing politico.... Vale il principio di cui al punto 2 di cui sopra: oggi il regime vieta un corteo ai neofascisti, con i medesimi pretesti domani lo vieterà alla forze patriottiche antiglobaliste e socialiste. 
E poi, ma quale marcia su Roma? sarà al massimo una marcetta. Lasciateli fare, così non solo potremo verificare la debolezza di Forza Nuova, ma potremo goderci lo spettacolo del suo fallimento.

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NO ALL'AGGRESSIONE CONTRO LA REPUBBLICA POPOLARE DEMOCRATICA DI COREA di P101

[ 14 settembre 2017 ]


No all’ aggressione contro la Repubblica Popolare Democratica di Corea

I venti di guerra sollevati dalla Casa Bianca vanno per adesso scemando. Trump si è dovuto accontentare di nuove sanzioni ONU contro la Corea del Nord —sanzioni severe chieste a gran voce anche dal governo italiano a guida PD, che anche questa volta non ha perso occasione per dimostrare la sua obbedienza alla super-potenza americana.

E’ un segreto di Pulcinella che il recondito obbiettivo di Washington è il famigerato “regime change”, l’abbattimento, con le buone o con le cattive, del regime nord-coreano, ciò allo scopo di allargare e rafforzare la supremazia americana in Estremo oriente nella prospettiva di contenere i suoi due potenziali avversari strategici: Cina e Russia.

Che l’obbiettivo della Casa Bianca sia il “regime change”, lo ammettono anche organi di stampa di regime:


«Missili e ordigni nucleari sono l’assicurazione sulla vita per Kim Jong-un e sil suo sistema di potere». [Guido Olimpio e Guido Santevecchi. Corriere della Sera]  
«Pyongyang non può rinunciare all’atomica e ai missili, sarebbe una mossa suicida: non soltanto non potrebbe più giustificare le sofferenze imposte alla popolazione per privilegiare la difesa del Paese ma la Corea del Nord diventerebbe ancora più vulnerabile a un attacco com’è accaduto all’Iraq». [Alberto Negri. Il Sole 24 Ore]

Non bastano agli americani i disastri che hanno causato negli ultimi decenni in Somalia, Afganistan, Iraq, Libia e Siria. La protervia con cui essi vogliono “esportare la democrazia” (ovvero mettere al potere dei fantocci) è la causa principale dell’instabilità globale, di guerre sanguinose e senza fine, del terrorismo.


A quei popoli ed a quelle nazioni che non vogliono finire in schiavitù non resta infatti che un’opzione: resistere. Questo è il caso della Corea del Nord, al cui popolo, non certo al regime, noi esprimiamo la nostra solidarietà.

Non ci sarà pace nel mondo fino a quando non sarà debellata ogni forma di imperialismo, fino a quando ci saranno nazioni che vogliono opprimere, dominare per depredare quelle più deboli.

Chi chiede a Pyongyan di smantellare il suo arsenale nucleare dia l’esempio. Lo diano anzitutto gli Stati Uniti (che sono stati i soli ad avere usato la bomba atomica), quindi i paesi NATO, lo dia Israele (che si è costruito un suo arsenale violando tutte le convenzioni internazionali).

Consiglio nazionale di Programma 101
12 settembre 2017


* Fonte: Programma 101

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VENTICINQUE ANNI DOPO di Leonardo Mazzei

[ 14 settembre 2017]
Le istruttive confessioni di Giuliano Amato sull'interessante settembre 1992

Millenovecentonovantadue. Sebbene possa sembrare ieri, non è esattamente così. L'Urss si era sciolta solo l'anno precedente e l'Europa di Maastricht muoveva i primi passi. Si manifestava ancora per la scala mobile, che i vertici sindacali avevano svenduto a luglio per beccarsi le bullonate dei lavoratori a settembre. Tangentopoli cuoceva a fuoco rapido la Prima Repubblica, con le stragi di mafia per contorno.

Intanto lui se ne stava a Palazzo Chigi a preparare la più dura Finanziaria di sempre (lo supererà solo Monti nel 2011). Nel frattempo, però, gli eventi precipitarono e - giusto a metà settembre - si arrivò alla svalutazione della lira. E' di questo che ci parla Giuliano Amato, in un' intervista a Federico Fubini, sulle pagine dell'inserto economico del Corriere della Sera.

Intervista interessante per diversi motivi. Perché rivela le dinamiche politiche e finanziarie di quei mesi, perché parlando di ieri ci dice molte cose sull'oggi e sul domani. Oddio, "rivela" è un po' troppo, visto che ci svela dei "segreti" già noti nell'essenziale a chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto. E, tuttavia, la confessione del nemico ha pur sempre un grande valore: quello di confermare in maniera inconfutabile ciò che già sapevamo, ma che tanti fanno ancora oggi finta di non sapere. 

Procediamo allora per flash, indicando 8 punti della confessione dell'ex delfino di Craxi meritevoli d'attenzione. Punti sui quali non spenderemo troppe parole di commento, dato che ogni lettore è perfettamente in grado di coglierne appieno l'istruttivo significato.

1. Il problema di una moneta "forte". Amato parte proprio da qui, riconoscendo che: «la nostra economia si trovava frenata proprio da tassi di interesse alti e da un cambio forte in un contesto globale positivo». Oh perbacco, ma non si dice da decenni che la moneta forte è la chiave di volta per ogni successo economico? 

2. I salari bloccati e San Ciampi. Il Nostro confessa candidamente oggi quel che milioni di lavoratori capirono già allora. La svalutazione era già scontata a luglio, ma lorsignori la rinviarono all'autunno perché nel frattempo bisognava bloccare i salari. Decisivo, secondo il suo racconto il ruolo di Carlo Azeglio Ciampi, uno dei massimi esponenti del partito tedesco in Italia, e proprio per questo santificato dai media. «Ciampi ci fece presente che prima era meglio aspettare l'accordo che avrebbe agganciato il costo del lavoro all'inflazione programmata per scongiurare una spirale tra prezzi e salari». Santo subito! Santo subito!

3. Svalutare la lira o rivalutare il marco? Secondo Amato «sarebbe stata più utile una rivalutazione del marco tedesco che un atto unilaterale sulla lira», Questo perché «in sofferenza  erano anche il franco, la sterlina, lo scudo e la peseta». A qualcuno fischiano le orecchie? Difficile non vedere le similitudini tra il 1992 e il 2017. Anche oggi molti pensano che starebbe alla Germania uscire dall'euro, ma nel 1992 andò diversamente. Vedremo nei prossimi punti il perché.

4. La politica al posto di comando. Il "dottor sottile", questo il nomignolo dell'allora delfino di Craxi, ci racconta di un suo viaggio a Parigi alla fine di agosto. Lì incontra il primo ministro francese, Pierre Bérégovoy, per chiedergli una svalutazione congiunta nei confronti del marco. Entrambi appartengono a partiti sedicenti "socialisti". Giuliano vuol pararsi dalle critiche in patria, ma Pierre, che vuol fare altrettanto, ha un problemino in più: «Disse: "Giuliano non lo faccio". Mi fece vedere i dati. Il 20 settembre in Francia si sarebbe tenuto il referendum per la ratifica del Trattato di Maastricht e il Sì era sotto. Se avessero perso la parità con il marco, l'orgoglio francese avrebbe reso il No invincibile e il progetto dell'unione monetaria sarebbe saltato». Come si può notare, i "mercati" non sono tutto. Anzi, nei momenti topici è la politica che comanda. Da tenere a mente per il futuro.

5. Le privatizzazioni. Nondimeno i mercati finanziari andavano rassicurati. E così il 9 settembre «privatizzammo il Credito Italiano e il Nuovo Pignone». Così, tanto per non farsi mancare nulla. Per segnalare il grado di subordinazione ai pescecani della finanza, ai quali forse non era bastato il decreto di due mesi prima (11 luglio) che avviava la privatizzazione di IRI, ENI, ENEL ed INA.

6. Alla fine decidono i tedeschi. Amato non dice che fu proprio il ritardo nella decisione di svalutare - rimandando da luglio a settembre - quel che fece la fortuna degli speculatori (con mister Soros in prima fila). Questi avevano ben compreso l'insostenibilità dello SME (Sistema Monetario Europeo), ed avevano agito di conseguenza. Ma a staccare la spina sarà la Bundesbank. Era l'11 settembre quando arriva la telefonata decisiva: «Ciampi andò a parlargli al tavolo della mia segretaria e quando tornò era verde in volto. Schlesinger gli aveva detto che la Bundesbank da lunedì non sarebbe più intervenuta per difendere la lira». Insomma, allora come oggi la "solidarietà europea" altro non era che una storiella per gonzi...

7. Ma l'asse Carolingio regge. Ecco un'altra similitudine con l'oggi. Passato il referendum con una vittoria di misura del Sì, Parigi ottenne per il franco una banda di oscillazione (verso l'alto e verso il basso) del 15%. Kohl non poteva fare a meno di Mitterand, e quest'ultimo volle così salvare l'«onore» della Francia. Amato se ne lamenta: «l'avessimo avuta noi (quella banda) ci avrebbe salvato».  Ma «salvato» da che cosa? Da una figuraccia politica evidentemente, perché in termini economici il Nostro (vedi punto 8) non può che riconoscere l'impatto positivo della svalutazione.

8. Il disastro che non ci fu. Cosa accadde davvero dopo l'uscita dallo SME? Questa la prima risposta di Amato: «Furono settimane durissime... C'erano code agli sportelli, fra cui la più lunga all'agenzia del Senato! La Guardia di Finanza mi faceva rapporto ogni giorno sugli spalloni che portavano soldi in Svizzera. Poi a ottobre avevamo una maxi-emissione di 47mila miliardi, tremavamo all'idea». «Come andò?», gli chiede Fubini. «Benissimo. Fu la fine di un incubo. L'economia stava già uscendo dalla recessione». Ma guarda un po' cosa può combinare (quando serve) la svalutazione! Lo stesso Fubini gli chiede allora se si può dire che essa abbia fatto bene all'economia. Questa la pasticciata risposta di Amato: «Nell'immediato, sì. Ma non consiglio di tornare alle monete nazionali con lo spazio che aprono alla speculazione!».      

Ecco, nell'incoerenza di quest'ultima affermazione c'è tutta l'inconseguenza delle attuali classi dirigenti italiane, peraltro non molto diverse - difatti Amato è sempre lì - rispetto a quelle di allora. Esse sanno come stanno le cose, sanno quanto dipendano dal rapporto di subordinazione che esse stesse hanno accettato per il nostro Paese, ma non possono e non vogliono venirne fuori dato che il «vincolo esterno» è l'arma preferita del blocco dominante che rappresentano nella guerra di classe che hanno dichiarato al popolo lavoratore.

Se, dopo un quarto di secolo, Amato non può negare i vantaggi della sovranità monetaria (anche se allora si trattò solo di una parziale e passeggera boccata d'aria), sente però il dovere di ammonirci: che non si ripeta, che la speculazione è in agguato!

Peccato che proprio la sua intervista confermi invece un'altra cosa, e cioè che la speculazione si alimentò - com'è ovvio e come sempre avviene - dall'attesa della svalutazione non dalla svalutazione stessa. Una questioncella che ci rimanda ovviamente all'oggi. E che ci dice che tutto il tempo che passerà prima dall'uscita dall'euro sarà non solo tempo perso per l'economia italiana, ma anche tempo regalato alla speculazione.

In ogni caso grazie ad Amato per gli spunti offerti alla riflessione. Niente di nuovo, per carità. Solo una conferma, ma utile assai, di quel che sosteniamo da tempo. E grazie anche al Corsera per il gigantesco 1992017 che sovrasta le due pagine dell'intervista, che non è un numero telefonico dal prefisso sospetto, bensì la concatenazione di due anni, il 1992 e il 2017 appunto, che hanno più analogie di quanto possa sembrare. Alla faccia di quelli che pensano che l'euro l'abbia ormai sfangata per sempre.

Continua »

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